In apertura, una sala della mostra Luigi Pericle: A Rediscovery all’Estorick Collection di Londra © Arabella Shelbourne

Quello di cui parliamo oggi è un cold case delle arti visive del XX secolo. È la riscoperta di un autore straordinario, e del suo tesoro di dipinti, nello scantinato di una casa a opera di una coppia che il destino, all’improvviso, ha trasformato in investigatori dell’arte. Ma attenzione: non è una storia partorita dalla fantasia di David Lynch e Mark Frost. Perché qui è tutto vero. Non siamo a Twin Peaks. Siamo a Monte Verità, una collina sopra Ascona affacciata sul Lago Maggiore, nel Canton Ticino della Svizzera.

Procediamo con ordine. Luigi Pericle nasce come Pericle Luigi Giovannetti a Basilea il 22 giugno del 1916. Il padre, Pietro Giovannetti, è italiano di Monterubbiano, nelle Marche, e la madre, Eugénie Rosé, ha origini francesi. Si avvicina giovanissimo alla pittura, ricevendo la prima commissione per un dipinto a soli 12 anni. Firma le sue opere pittoriche con il nome Luigi Pericle. Inizia a frequentare la scuola d’arte, che lascerà presto deluso dalle discipline studiate e in disaccordo coi metodi di insegnamento utilizzati.

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Luigi Pericle, Senza titolo, senza data, tecnica mista su masonite

Luigi Pericle, Senza titolo, senza data, tecnica mista su masonite © Marco Beck Peccoz

Durante la giovinezza si accosta alle filosofie del passato e dell’estremo Oriente, divenendo un conoscitore della filosofia zen, di quella cinese e giapponese, così come di quelle legate all’antico Egitto e all’antica Grecia. Nel 1947 sposa la grigionese Orsolina Klainguti, soprannominata Nini, anch’essa pittrice. I due rimarranno inseparabili compagni di vita. Dalla fine degli anni ‘40, Pericle e la moglie si trasferiscono ad Ascona, il piccolo borgo che a partire dai primi anni del ‘900 ha ospitato artisti di fama internazionale, riconosciuto come un fervente centro culturale.

I lavori di Pericle suscitano l’interesse di Peter G. Staechelin, noto collezionista di Basilea. In cambio delle opere acquisite, nel 1959 il collezionista dona all’artista una villetta ad Ascona, in precedenza appartenuta a Nell Walden, pittrice e sostenitrice della rivista tedesca Der Sturm. Nella residenza, chiamata dal pittore Casa San Tomaso in omaggio a Tommaso d’Aquino, Pericle e Orsolina risiederanno fino alla morte. Per fare questo acquisto, Staechelin si priva di alcuni disegni di Egon Schiele e Gustav Klimt vendendoli al Museo Leopold di Vienna, dove sono tutt’ora conservati.

Luigi Pericle, Senza titolo (Matri Dei d.d.d.), 1979-80, tecnica mista su masonite

Luigi Pericle, Senza titolo (Matri Dei d.d.d.), 1979-80, tecnica mista su masonite © Marco Beck Peccoz

Nel 1962 Pericle incontra Peter Cochrane e Martin Summers della Arthur Tooth & Sons Gallery di Londra: lì terrà due personali e due collettive esponendo, fra gli altri, con Karel Appel, Sam Francis, Asger Jorn, Antoni Tàpies, Jean Dubuffet, Jean-Paul Riopelle e Pablo Picasso. Acquistano i suoi dipinti molti collezionisti di fama, come Bennett Korn, Helmut Kindler, l’attrice Brigitte Helm (protagonista del film cult Metropolis di Fritz Lang) e l’uomo d'affari britannico Sir Basil de Ferranti. Nel 1963 viene allestita una mostra di Pericle alla Galleria Castelnuovo di Ascona di proprietà di Trudi Neuburg-Coray, figlia di Han Coray titolare della Galleria Dada di Zurigo.

Poi accade qualcosa di misterioso e, all’apice del successo, alla fine del 1965 Pericle sceglie di abbandonare il sistema dell’arte e scomparire nella tranquillità di Ascona per dedicarsi alla propria ricerca pittorica e mistica nella clausura tipica di un asceta. Non lo scostò dalla sua scelta nemmeno il regista, artista e scrittore Hans Richter quando, nel 1970, riuscì finalmente a visitare il suo atelier e, rimasto affascinato da ciò che vide, tentò invano di coinvolgerlo in una mostra presso la Tokyo Gallery.

L'Archivio Luigi Pericle con la sua biblioteca, Hotel Ascona, Svizzera

L'Archivio Luigi Pericle con la sua biblioteca, Hotel Ascona, Svizzera

Pericle realizza nel suo isolamento una serie sterminata di opere su tela e masonite, lavori a china e disegni, fino alla sua morte avvenuta nel 2001. È senza eredi. E così sul suo tesoro di dipinti e, insieme, sul suo contributo unico all’arte, cala l’oblio. La polvere del tempo seppellisce tutto nello scantinato e nelle stanze di una graziosa villetta rosa affacciata sul lago.

Fino a quando, una manciata di anni fa, nella vicenda di Pericle irrompono Andrea e Greta Biasca-Caroni, marito e moglie: lei interior designer bergamasca, lui svizzero di Locarno, direttore dell’albergo di famiglia, l’Hotel Ascona, sulle pendici della collina di Monte Verità. Per conoscere la storia dai diretti protagonisti, li incontro proprio in questo albergo dove, tra lussuose camere e corridoi, dal 2019 si trovano i dipinti di Pericle. Più che un hotel-galleria, direi che si tratta di un hotel-museo provvisto di caveau (realizzato in una stanza con un numero sulla porta come tutte le altre) e degli uffici dell’Archivio Luigi Pericle, l’associazione fondata da Andrea e Greta che custodisce e valorizza le opere, la biblioteca e il fondo documentario dell’artista “ritrovato”.

Andrea e Greta Biasca-Caroni durante il ritrovamento delle opere di Luigi Pericle

Andrea e Greta Biasca-Caroni durante il ritrovamento delle opere di Luigi Pericle © Maria Elena Delia

Quando vi siete trasformati in investigatori dell’arte sul caso di Pericle?

L’abbiamo seguito sin da quando eravamo giovani fidanzati. Andrea, parlando della villetta posizionata accanto alla casa e all’albergo di famiglia, mi raccontava che vi dimorava un mistico in ritiro ascetico, un veggente, un vero e proprio maestro spirituale che entrambi abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Quando morì, nel 2001 e senza figli, fu avviata la ricerca degli eredi, che durò 15 lunghi anni. Alla fine, ereditò tutto il Demanio che mise all’asta in busta chiusa la casa di Pericle. La vincemmo noi e, nel dicembre 2016, oltre alle mura, acquistammo anche il contenuto della casa. In quel momento tutto ebbe inizio. Ci trasformammo in breve tempo in veri e propri investigatori dell’arte sul caso Pericle.

In cosa consiste il tesoro che avete rinvenuto nelle stanze e nelle cantine della sua casa?

Si tratta di circa quattromila opere quasi tutte inedite, su tela, masonite e carta, oltre a una biblioteca di 1.500 volumi che testimonia la versatilità degli studi del maestro, divisi fra teosofia, antroposofia, astronomia, astrologia, cosmologia, egittologia, ufologia, filosofie orientali, omeopatia, esoterismo, zen, buddismo e spiritualità. Si contano inoltre 70 taccuini, per oltre quattromila pagine di annotazioni, schizzi, glossari, 1.500 tavole di oroscopi autografi, 800 lettere che documentano la corrispondenza con studiosi, galleristi, registi, maestri spirituali, storici e critici dell’arte, come Hans Hess, Herbert Read, Hans Richter, l’editore Macmillan di New York e la galleria Arthur Tooth & Sons di Londra. A questi si aggiungono 50 manoscritti, fra cui quattro raccolte di poesie e il romanzo inedito Bis Ans Ende Der Zeiten (Fino alla fine dei tempi). Una sezione speciale è riservata alle vignette originali del celebre fumetto di Max la marmotta, realizzato da Pericle sotto lo pseudonimo di Giovannetti prima del trasferimento ad Ascona nel 1959.

Luigi Pericle e la moglie Orsolina Klainguti sulla Ferrari dell’artista ad Ascona, in Svizzera

Luigi Pericle e la moglie Orsolina Klainguti sulla Ferrari dell’artista ad Ascona, in Svizzera © Foto Garbani

Qual è, a vostro avviso, il suo lascito più importante?

Pericle è uno degli artisti più misteriosi e affascinanti del ‘900 e, a oggi, si è studiata solo una piccola parte dei 14.400 documenti rinvenuti, molti dei quali rimangono ermetici. Il suo pensiero e la sua arte sono profondi, immensi. Il suo approccio alla creatività può essere identificato con il concetto di Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, nella misura in cui aspira a rappresentare una sintesi perfetta di arte e conoscenza. I suoi dipinti, sino al 18 dicembre anche nella mostra Luigi Pericle: A Rediscovery, all’Estorick Collection di Londra, non vogliono essere immediatamente comprensibili, richiedono tempo e attenzione da parte di chi li osserva e sono realizzati con una tecnica antica segreta mai svelata dall’artista. La sua è un’arte alchemica che ha la capacità di trasformare l’osservatore, riportandolo all’essenza. Forse questo potrebbe essere il suo lascito più importante.

Come definireste Luigi Pericle?

Il Maestro ritrovato. Questo è lui per noi. Nostro il compito, delicatissimo, di portare alla luce questo tesoro con tutta la cura e la dedizione che merita.

Articolo tratto da La Freccia

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