In apertura Il silenzio dei caduti (2022), dipinto esposto nella personale di Simafra al Pastificio Cerere di Roma

L’unica cosa che Riccardo Prosperi continua a ripetere ogniqualvolta chiede a sé stesso cosa gli piaccia fare è: «Colorare». Quando compie 13 anni, nell’estate a cavallo tra le medie inferiori e l’inizio delle superiori, suo padre gli trova un'occupazione estiva. Come per magia, Riccardo è catapultato tra foglie oro, antiche tele rovinate, pigmenti di colore custoditi in grandi ampolle di vetro e meravigliosi intagli su legno. Si tratta di una bottega fiorentina di decorazioni e restauro. È amore a prima vista e cambierà per sempre la sua esistenza. Tra la scuola per geometri e il lavoretto estivo in bottega scorre la sua adolescenza.

 

A 17 anni si chiude nella cantina dei genitori e, timidamente, realizza il suo primo dipinto, un mare e un faro (forse quello che cerca disperatamente per prendere una direzione nella vita). Senza un soldo in tasca ma con tanti sogni ancora da scoprire e il fuoco dentro, decide di andare via di casa. Ha ormai 18 anni e mezzo. L’unica certezza è la pittura, sempre presente, tra un lavoretto e l’altro per sbarcare il lunario. Divide case con studenti universitari, spesso stranieri, che si alternano tra un Erasmus e l’altro; c’è anche un pianista tra loro. Ogni sua pennellata viene così accompagnata dalle note di Beethoven, Prokofiev, Mozart

Riccardo Prosperi

Simafra durante la performance Morte e rinascita artistica in un faggeto innevato, dicembre 2019

Intorno ai 26 anni arriva la svolta. I suoi dipinti cominciano a essere esposti in giro per il mondo, dalla casa dell’attrice Cameron Diaz a New York al Palazzo Tod’s di Milano, dal ristorante Cipriani di Ibiza agli yacht di vip internazionali. Conosce Sara e le chiede di sposarlo in Lapponia, all’interno di un igloo di vetro sotto l’aurora boreale. Ora Riccardo Prosperi si firma con lo pseudonimo di Simafra, che non abbandonerà più. È rappresentato da grandi gallerie, da Londra a Roma. I suoi dipinti, composizioni materiche quasi astratte dedicate al mondo della natura, fanno bella mostra in collezioni sempre più numerose sparse tra i cinque continenti.

 

Ma d’un tratto qualcosa si inceppa e, all’apice del successo, decide di abbandonare tutto. È il dicembre 2019. Egli raffigura questo cambio di vita con una foto emblematica in cui si ritrae in mezzo una foresta innevata di faggi, con delle monete d’oro sugli occhi. Alla maniera dei defunti nell’antica Grecia e Roma, che in questo modo pagavano il loro obolo a Caronte, il traghettatore delle anime lungo il fiume Acheronte, confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La sua fine viene così celebrata simbolicamente da Simafra come un nuovo inizio. Un salto nel vuoto.  «Ricordo ancora la sensazione di quel giorno e l’effetto dell’annuncio della mia morte artistica sui social. Le telefonate ricevute dai galleristi increduli. I miei collezionisti presi dalla paura che i loro investimenti fossero stati vani. Nessuno capiva che si trattava di un modo per elevare la mia identità di pittore, non per sopprimerla. Il mio mercato era diventato troppo commerciale e le opere iniziavano a essere ripetitive, noiose. Dovevo fare qualcosa di estremo, di radicale».

Fattoria di Simafra

Veduta della fattoria di Simafra, tra Firenze e l'aretino, dove vive con la famiglia

Comincia qui l’intervista a questo artista sui generis che raggiungo in quel piccolo paradiso bucolico nel quale si è ritirato con sua moglie e i quattro figli, lontano dai clamori delle grandi capitali internazionali. Siamo vicino al passo della Consuma, tra Firenze e l’aretino, in prossimità delle magiche foreste di Vallombrosa. La casa è un’antica struttura in pietra con diversi annessi che fungono da riparo per gli animali: cavalli, pecore, capre, cani, galline. Lo studio è un

vecchio fienile dove il nostro artista si reca ogni mattina a cavallo, attraversando boschi di abeti canadesi, castagni, tigli e faggi.

 

Quali sono i ritmi di questa tua nuova vita? Sono un elogio alla lentezza. Proviamo a seguire il passo inesorabile delle stagioni. Parlo al plurale perché viviamo in una piccola comunità di giovani famiglie che, come noi, hanno scelto di abbandonare il tran tran della vita quotidiana di città per

cercare un luogo fatto di magia, antichi mestieri e segreti. Più o meno siamo una decina di nuclei familiari, non mancano mai le galline con le loro preziose uova, gli alberi da frutto che arricchiscono le merende dei nostri figli e molti hanno anche gli ulivi. C’è poi chi produce buonissime forme di formaggio che spesso vengono offerte in occasione dei pranzi domenicali. Ci sono pure le colture di grani antichi, canapa biologica, frutti di bosco e gli orti curati con le tecniche più sostenibili. Il miele è sempre di casa da noi. Siamo apicoltori consapevoli di quanto questi insetti siano fondamentali per l’equilibrio della biodiversità. Spesso ci capita anche di usare i nostri cavalli per portare i bambini a scuola o fare la spesa in paese.

 

Che tipo di scuola frequentano i bambini della vostra comunità? Abbiamo tutti optato per una scuola parentale ospitata nei locali di un ex panificio dove, 20 anni fa, si sfornava una buonissima schiacciata ancora oggi ricordata dai buongustai. Siamo a due passi dall’ingresso di un bosco. È un modo diverso di vivere il sistema scolastico. La grande sfida è riuscire a far maturare nei nostri figli il senso di libertà, i propri talenti e passioni, senza rinunciare però alle regole e alla didattica. È il tipo di approccio che cambia. Per noi, si può apprendere la matematica anche stando appesi a un albero. D’inverno, per esempio, i più piccoli si ritrovano a imparare le tabelline davanti a un bel camino acceso.

Sara Casarin, moglie di Simafra, con i quattro figli

Sara Casarin, moglie di Simafra, con i quattro figli Martino, Enea, Leonida e Zelda nello studio-fienile dell'artista

Anche Sara Casarin, tua moglie, che lavorava nel campo della moda, si è reinventata la sua professione? Sì, in modo incredibile. Ha coniugato l’impegno di mamma di quattro figli con la passione per la fotografia. Ha aperto un profilo su instagram. E, a piccoli passi, ha cominciato a raccontare la nostra nuova vita. Consapevole che i social, se ben utilizzati, possono essere un veicolo importante di sensibilizzazione sociale. Esattamente quella che, secondo me, dovrebbe essere la funzione dell’arte. Condividendo le sue fatiche di mamma, Sara contribuisce indirettamente a offrire un supporto alle altre. A oggi, il suo profilo conta quasi 25mila follower, un pubblico molto attivo, quasi tutto al femminile, che la segue con grande affetto.

 

Come è cambiata la tua pittura dopo la rottura con le certezze del mercato e del successo che avevi raggiunto? Circa dieci mesi fa, a cavallo della nascita della nostra ultima figlia, sono esploso con circa 30 opere recentemente esposte al Pastificio Cerere di Roma. Questi dipinti raccontano tutto. La mia battaglia e le mie sconfitte. Le mie fragilità. Soprattutto, la curiosità che avevo perso. Perché la tela non perdona, svela il tuo intimo, non puoi fregarla. Ti travolge, ti ama e ti odia. La tela è lo specchio dell’anima. Sento comunque che la nuova ricerca è appena iniziata. Ho solo scoperchiato un vaso di Pandora.

 

Quando mi congedo da Simafra ho ancora negli occhi i suoi ultimi lavori. Tele monumentali, soggetti che conducono a un tempo senza storia e a luoghi ancestrali nei quali vi è il dominio incorrotto della natura. Sono luoghi dove dominano le emozioni e prevalgono l’empatia, la spontaneità e i sentimenti più genuini. La ricerca si muove fondendo in maniera indissolubile la vicenda esistenziale con l’essere artista. Nell’era dell’iperconnettività e dell’ipersaturazione

di immagini, egli ravvisa un bisogno disperato di ritorno alla natura, alla meraviglia attraverso la mediazione dell’arte e della sua visionarietà. Con l’impiego di una pittura densa di materia, apre così i suoi varchi attraverso i quali uscire dalla realtà di ogni giorno, come avviene nei film di Federico Fellini, Andrej Tarkovskij e di David Lynch o nei libri di William Burroughs.

Articolo tratto da La Freccia