In apertura il centro Pedro Arrupe © Serena Berardi

In cucina c’è una giovane nigeriana davanti a un seggiolone: è alle prese con un visetto, pieno di briciole, da cui spuntano ciuffetti di ricci spugnosi. Nella stanza a fianco una bambina eritrea, china su un tavolino azzurro, è intenta a disegnare una margherita. Dalle finestre strette e lunghe si vedono distese di binari e operai a lavoro. La vita scorre dentro e fuori il centro Pedro Arrupe, all’interno di un ex hotel per ferrovieri situato nell'area smistamento di Villa Spada, alla periferia nord di Roma. Nell’edificio di mattoni rossi, dove prima si fermavano a riposare macchinisti e capitreno, oggi trovano posto un centro d’accoglienza per rifugiati, una casa-famiglia per minori e una struttura che ospita donne sole con bambini. Tutti gestiti dal Centro Astalli, che è la sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati. 

Piccolo ospite del centro Pedro Arrupe

© Archivio Centro Astalli/Francesca Napoli

Ogni realtà occupa un piano. La prima a nascere è stata, nel 2001, la comunità per famiglie di rifugiati. Rientrava nel progetto del Piano nazionale asilo (PNA) e ora fa parte del Sistema assistenza e integrazione (SAI) gestito dagli enti locali e dal ministero dell'Interno. Attualmente accoglie 27 persone, più della metà minorenni, da Somalia, Nigeria, Siria, Armenia, Kurdistan e Iraq. Il tempo di permanenza va dai sei mesi a un anno. L’obiettivo è guidare gli ospiti verso l’autonomia: «Per ogni famiglia costruiamo un percorso ad hoc. I primi step sono un corso d’italiano per i genitori e l’iscrizione a scuola per i figli», spiega Stefano Tancredi, coordinatore della Casa. Poi si prosegue in base alle esigenze del nucleo familiare, per esempio con la formazione professionale e l’orientamento al lavoro. «Due ragazze nigeriane stanno svolgendo un tirocinio in una panetteria, mentre un’altra sta imparando il lavoro sartoriale». Si punta a far ottenere un contratto regolare che consenta di pagare un affitto. «Il mercato immobiliare di Roma è complesso, spesso trovare una sistemazione che sia alla portata della famiglia è un’impresa», commenta Stefano. 

L’ingresso del Centro Pedro Arrupe

L’ingresso del Centro Pedro Arrupe © Serena Berardi

Un progetto molto utile per le famiglie uscenti è quello delle semi-autonomie, realizzato dal centro Astalli insieme ad alcuni istituti religiosi, 27 nella Capitale, che mettono a disposizione stanze o piccoli appartamenti. Le famiglie non pagano l’affitto e le utenze, ma sono autonome per le altre spese. «Nell’ultimo periodo, i nuclei familiari si portano dietro una serie di fragilità fisiche, sanitarie e psicologiche ancora più pesanti. Durante il Covid-19 diverse persone che erano uscite dalla Casa hanno perso il lavoro e sono tornate a chiedere aiuto». Non sempre, poi, i percorsi hanno sviluppi positivi: «Noi cerchiamo di stimolarne l’azione e la progettualità, ma poi sta a loro mettere in campo le energie giuste», continua Stefano. Suor Paola, che lavora al Centro Arrupe da dieci anni, afferma che le soddisfazioni risiedono nei piccoli grandi traguardi: «Un ospite che prende la patente, riesce ad acquistare un’auto, trova lavoro e casa». Come è stato per un caso recente che Stefano ricorda con orgoglio: «Una famiglia nostra ospite si è trasferita in Toscana, dove uno dei genitori ha trovato un buon lavoro. Ma all’inizio l’inserimento è stato difficile, per la fatica di ambientarsi in un centro collettivo, considerato anche l’elevato tenore di vita che avevano

nel Paese di origine. Sembrava che il progetto dovesse interrompersi in anticipo, ma poi i genitori hanno tirato fuori delle risorse inaspettate. Avevano bisogno di tempo per elaborare la sofferenza e ricrearsi delle motivazioni».

Ospite del centro Pedro Arrupe

© Archivio Centro Astalli/Francesca Napoli

Il centro Arrupe apre le porte anche ai minori stranieri. «La Casa di Marco è nata nel 2005. Era destinata a bambini fino agli otto anni, per lo più italiani, allontanati temporaneamente dalle famiglie con decreti del Tribunale per i minori», ricorda la coordinatrice Francesca Fracasso. Nel 2012, con le Primavere arabe, cominciò l’ondata dei bambini stranieri non accompagnati, soprattutto egiziani. Così la struttura, che ha un massimo di nove posti, decise di ricevere anche adolescenti dai 10 ai 18 anni. «I piccoli numeri con cui lavoriamo ci permettono di portare avanti validi progetti fino al raggiungimento della maggiore età. Quello è il momento più difficile perché fuori per loro non c’è nulla e il rischio di devianza è elevato», spiega Francesca.
«Per i minorenni la tutela è maggiore, visto che hanno diritto al permesso di soggiorno e non possono essere rimpatriati». Francesca e gli altri operatori si prendono cura dei ragazzi, li accompagnano nel percorso scolastico e poi nei passi successivi. «Abbiamo notato, con rammarico, che talvolta non riescono a raggiungere un’integrazione completa. Mantengono un forte legame con la famiglia di provenienza e spesso si fidano più di quella che di chi li segue quotidianamente. Studiano e lavorano in Italia, ma si sposano e hanno le relazioni più significative nel loro Paese. A scuola i ragazzi della Casa di Marco tendono a frequentarsi tra di loro. Una volta fuori dalla casa- famiglia, vanno ad abitare insieme. Forse perché sentono l’abisso che separa la loro adolescenza da quella dei coetanei italiani: loro a 18 anni devono essere autosufficienti, avere un lavoro e una casa». Le criticità non mancano, ma vengono ampiamente compensate: «Samih era un adolescente con diverse problematiche, ma è riuscito a superarle. Ora lavora in una pizzeria e torna qui come mediatore culturale. Di recente, ci ha aiutato a spiegare a un nostro ragazzo che aveva una patologia visiva molto grave. Un intervento prezioso perché non si è limitato a tradurre, ha adottato un approccio empatico».

Ospite del centro Pedro Arrupe

© Archivio Centro Astalli/Francesca Napoli

L’ultimo spazio aperto nel Centro Arrupe è stato, nel 2009, la Casa di Maria Teresa che prende in carico donne italiane e straniere con figli, in situazioni di grave disagio. Al momento ci vivono due mamme africane con due bambini. L’inserimento avviene per decreto del Tribunale dei minori e la Casa collabora con i servizi sociali del Comune di Roma. «Inizialmente molte ospiti erano vittime di violenza domestica, ora arrivano con fragilità di tipo sanitario, piscologico, psichiatrico. È un target molto delicato, ad alcune è stata anche sospesa la potestà genitoriale», spiega la coordinatrice Fulvia Lemi. Qui viene portato avanti un lavoro di rafforzamento della relazione genitoriale. Si offre supporto psicologico, formativo e lavorativo alle madri e, parallelamente, si procede all’inserimento scolastico dei figli. «Gli operatori non si sostituiscono mai alle mamme negli interventi, ma le guidano. Spesso si tratta di donne adulte, quindi già strutturate e con abitudini consolidate. Talvolta ci troviamo di fronte a un tipo di educazione molto diverso da quello italiano, che deve essere integrato. Bisogna, per esempio, far capire che è importante per i figli frequentare la scuola fin dalla prima infanzia», prosegue Fulvia. Se in un primo momento domina la diffidenza, poi c’è il rischio che il supporto si trasformi in assistenzialismo: «Si cerca di fornire gli strumenti per giungere all’indipendenza, a cominciare dalla gestione dei rapporti con la scuola e dalla conciliazione dei tempi di lavoro e vita familiare». 

Ospiti del centro Pedro Arrupe

© Serena Berardi

Tra le tre realtà del Centro Arrupe si creano sinergie uniche, sia tra gli ospiti che tra gli operatori. Si organizzano grandi tavolate nell’ampio giardino esterno a cui, spesso, si aggiungono persone esterne: volontari, scout, studenti, famiglie. I volti si mescolano, le mani si tendono, le storie di sofferenza si condividono e diventano meno pesanti. Francesca sostiene che, nonostante le criticità, lavorare qui è un grande privilegio: «Noi operatori abbiamo scelto di occuparci del sociale, il nostro comune denominatore è l’interesse verso l’essere umano. E non c'è nulla di più soddisfacente che lavorare per sostenere le persone e vedere il risultato». Suor Paola le fa eco: «Qui vediamo la gente che si rimette in piedi e cammina con le sue gambe». Pronte ad andare lontano, una volta rimossi gli ostacoli sulla strada.

Abbiamo parlato del centro Pedro Arrupe con Paola Longobardo, responsabile People Care di FS Italiane, in un podcast a cura di Aldo Massimi.

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