In cover, Erica Mou © Luca Bellumore

«La pandemia ha rallentato il lavoro, la possibilità di spostarsi, anche l’umore nel pubblicare un disco. La mia creatività è stata spalmata su altro: ho scritto il libro Nel mare c’è la sete, mi sono dedicata a scoprire l’universo dei podcast. E volevo far decantare questi pezzi. Avevo bisogno di prendere un altro respiro».

 

Erica Mou spiega così l’assenza lunga quattro anni prima del nuovo disco Nature in cui, con la solita grazia compositiva, oltre che in italiano, si cimenta anche con l’inglese e il dialetto pugliese della sua Bisceglie (BT). Un lavoro nato a Londra che, grazie a contaminazioni estese, delinea i comportamenti degli esseri umani.

Il disco si apre con Fuori dal letargo. Un risveglio post lockdown?

In realtà ho raccontato il torpore dei miei sensi, della mia adolescenza e del modo di sentire la musica. È stata ed è la cosa più importante, ma mi ha fatto mettere i paraocchi sul resto della vita: sono stata sotterrata in una stagione sola, quando tutto intorno c’è altro da scoprire.

 

Come nasce, invece, il brano Lo zaino sul treno?

Sono affascinata dai depositi degli oggetti smarriti, vorrei passare una giornata in uno di quei luoghi per vedere cosa la gente dimentica sui treni. Una dimenticanza significa non dare valore a un oggetto. E infatti il simbolo di quello che scordiamo è l’ombrello: ne rifiutiamo l’esistenza perché vorremmo ci fosse sempre il sole. Mi sono chiesta, allora, cosa stavamo dimenticando sul treno, ma come generazione.

 

E hai scoperto che cos’è?

Il cuore, la capacità di empatizzare con gli esseri umani. È un’attitudine solo nostra, come specie, e per questo una delle più trascurate. La nostra specificità è amare e la canzone è un invito a riappropriarci del nostro sentire.

 

Hai inserito una cover del pezzo Sono una donna, non sono una santa di Rosanna Fratello. Come mai?

Questo brano ha 50 anni e sull’immagine della donna c’è ancora tanto lavoro da fare. Nel suo piccolo, ha segnato un cambiamento nel modo di cantare la donna: è come l’uomo, di carne, è fragile nel corpo, oltre che nella mente. Ma la strada è lunga.

 

La canzone che rappresenta l’album?

Sono due, Sul ponte e Fuori dal letargo. Raccontano premesse e promesse di questo lavoro: la resistenza e la necessità di riabbracciare la natura e continuare ad andare verso l’altra sponda del percorso, anche quando fa paura. Sono i brani programmatici del disco.

 

Autunno di live?

Ci stiamo lavorando, guardando che cosa succede nel mondo. Seguiamo il flusso degli eventi, le cose devono stare nel loro tempo, perché tutto sia più nitido. Noi siamo pronti a partire.

Articolo tratto da La Freccia