In cover, Vincenzo Salemme © Giulia Parmigiani

Nel suo lavoro ci mette la passione e riesce a illuminare palcoscenico e grande schermo in maniera artigianalmente professionale. Vincenzo Salemme è un attore che dovrebbe avere ancora più spazio di quello che ha, capace con la sua ironia (e malinconia) di disegnare e dar vita a personaggi che sono lo specchio della società. Mai volgare, tra un sorriso e l’altro ha la rara capacità di muovere i meccanismi del pensiero. Perché oltre alla comicità c’è di più, e il regista e interprete partenopeo ne è un fulgido esempio.

 

Ne è un esempio il film Con tutto il cuore, nelle sale da oggi, ispirato dall’omonima opera teatrale. La storia è quella di Ottavio Camaldoli, professore di latino e greco, onesto galantuomo, vittima di piccoli soprusi quotidiani. Per un caso del destino si trova a ricevere il cuore di un malvivente e, di colpo, quando la cosa diventa di dominio pubblico, la sensazione della società cambia.

 

Un film sulla percezione che le persone hanno di noi.

Siamo spesso come ci vedono gli altri o, a volte, diventiamo quello che gli altri temono. La paura può scaturire da un equivoco, come in questo caso: a Ottavio, il personaggio che interpreto, viene trapiantato il cuore di un delinquente e, nonostante sia un uomo mite, inizia a incutere timore. Ed è proprio questo l’aspetto che vorrei sottolineare del film.

 

Cioè?

Descrivere l’uomo comune, quello che non ha voce: si è perso il colore della persona perbene che lavora, paga le tasse, non alza la testa, quelli che, con disprezzo, vengono apostrofati “maggioranza silenziosa”. O che lo scrittore Premio Strega, Emanuele Trevi, chiama “gli inermi”. Per cui, quando il protagonista calpestato da mille prepotenze, si trova a subire il fascino del potere, esce fuori un piccolo uomo pieno di rancori.

 

Come mai?

È la vita a riempirci di acredini. Il problema grande dell’umanità è la realizzazione di se stessi, avere a che fare con gente non realizzata è molto complicato, ci rende infelici.

 

Ti senti realizzato?

Se mi guardo indietro, da dove vengo, mi sento realizzato. Per realizzazione non intendo, però, raggiungere obiettivi, ma essere il più vicino possibile a me stesso. L’essere umano si forma nei primi sette anni di vita e poi si trasforma con le relazioni. Basta non dimenticarsi di ciò che si è veramente. Credo, quindi, di essere in sintonia con la mia natura.

Rancori?

Come tutti, capita di non sentirsi apprezzati, di fare dei gesti quando nessuno li vede.

 

Anche il mondo dello showbiz non è più così perbene…

Secondo me, nella società, sta svanendo la figura dell’artista.

 

E cos’è l’artista per te?

Qualcuno che crea lo stupore, di un quadro, di un’interpretazione, di una scultura, di una musica. Quando andiamo a vedere le opere di Van Gogh o Michelangelo vediamo una maestria che non c’è più: non si fa più l’arte in questo senso, con quella luminosità. Perché non c’è più la musica di Freddie Mercury o mancano attori e attrici che, se chiudiamo gli occhi, riconosceremmo solo dalla voce?

 

La causa?

Fa parte della cultura di una comunità, segnale che sta diventando evanescente. Gli artisti sono il manifesto della società. Abbiamo bisogno dell’umanità dei personaggi. Bisogna liberare il talento in tutti i campi. Il cinema non può essere solo di regia, ci vogliono anche grandi interpreti, quelli che fanno sognare.

 

A questo proposito, oltre al cinema, torni a teatro.

Con uno spettacolo dal titolo Napoletano? E famme ’na pizza!. Gioca sui cliché della cultura partenopea. Noi abbiamo il peso di essere napoletani, c’è tutto un immaginario: ci pensano simpatici, geniali, furbi, un po’ landruncoli, tifosi del Napoli, che mangiamo pizza e capitone. A volte sono sotto esame pure dei miei concittadini: quando scoprono che vivo a Roma restano sbalorditi e allora, per giustificarmi, li rassicuro confermando che abito pure a Napoli (ride, ndr).

 

Ti senti sottovalutato?

Prima me la prendevo, ora non più. A teatro facciamo numeri spaventosi e gli spettatori ci dicono delle cose davvero belle. Quando alcuni giornalisti o colleghi pensano o affermano con disprezzo che non faccio spettacolo, ma intrattenimento, penso siano cose che non fanno bene né a chi le dice né al pubblico che mi riempie di complimenti meravigliosi. A volte sento un atteggiamento come se il mio lavoro fosse da considerare minore. Ma le cose minori non esistono, esistono cose fatte bene o fatte male.

Articolo tratto da La Freccia