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In apertura: Valerio Mastandrea in una scena del film Cinque Secondi diretto da Paolo Virzì, 2025 (© Indiana Production)

Certe volte il cinema torna nei luoghi che conosce meglio. Non per nostalgia, ma per istinto. Esistono spazi che, più di altri, sanno contenere un addio, un’attesa, una rivelazione, una promessa mancata. Guardando alle candidature ai David di Donatello 2026, colpisce proprio questo: nella cinquina del miglior film, dove figurano Cinque secondi di Paolo Virzì, Fuori di Mario Martone, La Grazia di Paolo Sorrentino, Le assaggiatrici di Silvio Soldini e Le città di pianura di Francesco Sossai, ben tre titoli attraversano, in forme diverse ma eloquenti, un treno, una stazione, un binario. Non come semplice sfondo, ma come punto sensibile del racconto. Non è mai davvero l’oggetto a contare. È il modo in cui uno spazio trattiene e restituisce il tempo. Il paesaggio ferroviario, con la sua grammatica fatta di partenze e attraversamenti, continua a offrire al cinema uno dei suoi lessici più fertili.

 

In Fuori, Mario Martone affida alla stazione di Roma Termini una presenza concreta, nervosa, urbana. Non un simbolo, ma un organismo vivo, un centro in cui la città si comprime e si disperde, dove i corpi si sfiorano, si urtano, si perdono. In Le città di pianura, invece, il treno arriva soltanto nel finale e proprio per questo assume un peso diverso, non accompagna il film, lo chiude come un sigillo. In Cinque secondi, i viaggi in treno sono frammenti, apparizioni intermittenti legate alla memoria, ai ritorni interiori, a un tempo che non si lascia mai davvero alle spalle. Il treno diventa così uno spazio del pensiero, forse il più adatto a sostenerlo. Tre funzioni diverse, eppure tutte decisive.

Valeria Golino a Roma Termini in una scena del film Fuori diretto da Mario Martone, 2025 (© Mario Spada)

Valeria Golino a Roma Termini in una scena del film Fuori diretto da Mario Martone, 2025 (© Mario Spada)

La stazione, il vagone, il finestrino, il corridoio, il tabellone, il brusio che precede una partenza. Il cinema sa da sempre che lì accade qualcosa che altrove accade meno bene. Il mondo ferroviario è insieme movimento e sospensione. Si parte e si resta ancora per un attimo. Si arriva e non si è davvero arrivati. Si guarda fuori e intanto si è costretti a guardarsi dentro. È una drammaturgia naturale, quasi perfetta, una macchina del racconto che continua a funzionare. Tre film autoriali così diversi che, nei momenti di svolta, tra finali e rivelazione, affidano allo spazio ferroviario il compito di accompagnare il senso del racconto. Le città di pianura, con sedici candidature, è il caso critico della stagione. Fuori porta Martone in gara con otto candidature, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura non originale, con Valeria Golino candidata come protagonista e Matilde De Angelis come non protagonista. Cinque secondi vale a Virzì la nomination per miglior film e sceneggiatura originale, con Valerio Mastandrea tra gli attori protagonisti e Valeria Bruni Tedeschi tra le attrici non protagoniste. Tre traiettorie, un’immagine ricorrente. Le storie hanno bisogno di luoghi che facciano accadere il tempo. E pochi spazi come quelli ferroviari riescono a farlo con questa precisione. Dentro una stazione convivono attesa e urgenza, folla e solitudine, caso e destino. Tutto è già racconto, prima ancora di essere messo in scena.

 

Non è un legame nuovo. Il cinema nasce anche così, grazie ai Fratelli Lumière, con l’immagine di un treno che entra in stazione e con lo stupore di chi per la prima volta vede il movimento diventare immagine. Da allora continuiamo a tornare lì. Perché ogni partenza è una possibilità narrativa, ogni arrivo una forma del senso. E in quell’istante sospeso tra il prima e il dopo il cinema continua a esistere.

Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti e Sergio Romano in una scena del film Le città di pianura diretto da Francesco Sossai, 2025 (© Vivo Film)

Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti e Sergio Romano in una scena del film Le città di pianura diretto da Francesco Sossai, 2025 (© Vivo Film)

 

Enrico Procentese