In cover, La stazione di Jacopo De Michelis, edito da Giunti, pp. 873 € 19

Quando un’immagine diventa ossessione, fino ad assumere l’aspetto di una storia, occorre provare a scriverla per liberarsene, darle forma e percorrerla. Così ha fatto Jacopo De Michelis con La stazione, il suo romanzo d’esordio, esteso come «una riserva di pelle rossa nel mezzo della città». Inizia con questa citazione dello scrittore Giorgio Scerbanenco, dedicata allo scalo centrale di Milano, il racconto di De Michelis.

Perché l’immagine che lo assilla fin da ragazzino è quella città nella città, quel tempio urbano dove ogni giorno si compiono riti antropologici, quella cattedrale a forma di galleria in cui anonimi destini e profili emarginati si incrociano: la grande stazione dei treni. Come in un labirinto fatto di dentro e fuori, sopra e sotto, luce e buio, storie e misteri serpeggiano tra i binari, gli atri e il sottosuolo, svelando i più acuti risvolti delle pieghe umane. Ogni angolo della stazione è un anfratto di noi. Spesso quello ancora da indagare.

Lo scrittore Jacopo De Michelis alla Stazione Centrale di Milano © 2021 Massimo Sestini

Da dove nasce l’idea di questo libro?

L’ho avuta circa 20 anni fa, proprio negli stessi anni in cui è ambientato il thriller, leggendo un articolo su quello che poi sarebbe diventato famoso come il Binario 21, la rotaia sotterranea da cui durante la Seconda guerra mondiale partirono in segreto i convogli carichi di deportati, diretti verso i lager nazisti. Da lì è apparsa la prima traccia del romanzo: ogni sera, al crepuscolo, una ragazza vede aggirarsi nei dintorni della stazione due bambini, apparentemente soli e abbandonati, di cui nessuno tranne lei pare essersi accorto. Per un lungo periodo quell'immagine mi ha ronzato in testa, trasformandosi a poco a poco in un abbozzo di storia, finché, visto che non la smetteva di ossessionarmi, ho capito che dovevo provare ascriverla.

Otto anni di lavoro per oltre 800 pagine. Un romanzo che ne contiene almeno altri due...

Sapevo fin dall'inizio che il progetto sarebbe stato lungo e mi avrebbe richiesto un grande lavoro di documentazione, ma ho cominciato a rendermi pienamente conto della portata dell'impresa solo quando ho scritto le intenzioni iniziali: doveva essere un prologo di poche pagine ma mi sono ritrovato con un capitolo di quasi 40. Ho impiegato otto anni per terminarlo e non avrebbe potuto essere altrimenti. Solo una gestazione così lunga e lenta mi ha permesso di dare forma a un'opera dalla struttura articolata e complessa, composta da numerosi fili che si dipanano, intrecciandosi variamente, per poi confluire tutti nel finale.

Stazione Centrale di Milano negli scatti dell'autore © Jacopo De Michelis

Che cosa rappresenta per te la Stazione Centrale di Milano, vera e propria grammatica della narrazione e sfondo che tutto contiene?

Sono nato e cresciuto alla sua ombra e mi affascina fin da bambino. È uno degli edifici simbolo della città e una delle sue principali porte d'ingresso. A partire dal 1931, quando è stata inaugurata, la sua storia è indissolubilmente legata con quella di Milano, anche in alcuni dei suoi risvolti più drammatici e oscuri. Nel corso del libro, il lettore può esplorarla in lungo e in largo, rendendosi conto che non è solo un semplice sfondo, ma l’interprete a pieno titolo della vicenda, che non avrebbe potuto svolgersi in nessun altro luogo.

La storia è ambientata nel 2003: la società e la stazione erano diverse rispetto a oggi. Quale pezzo della collettività hai voluto raccontare?

La situazione sociale nell'area intorno alla Centrale, negli anni precedenti alla grande ristrutturazione che ne ha cambiato il volto, era in parte drammatica: la stazione era assediata da miseria, droga e violenza. Dopo il tramonto, c'era da aver paura. Oggi è indubbiamente molto migliorata, ma ci sono ancora diversi senzatetto che dormono accampati sotto i portici circostanti e nei tunnel stradali che attraversano il cavalcavia dei binari. La nostra era e resta una società ricca, ma anche estremamente competitiva e per certi versi spietata, che non si ferma ad aspettare chi stenta a tenere il passo e non è disponibile a tendergli una mano se cade a terra. Una delle cose che ho voluto fare nel romanzo è dare voce agli ultimi della società, i più fragili e sfortunati, troppo spesso invisibili perché tutti noi distogliamo gli occhi.

 

Chi i personaggi principali del tuo libro?

L'ispettore Riccardo Mezzanotte, carattere energico e insofferente ai regolamenti formali, e la bella e ricca studentessa Laura Cordero. Ad accomunarli, un rapporto conflittuale con uno dei genitori: il padre per Riccardo, la madre per Laura. Il primo è in crisi dopo il trasferimento forzato dalla prestigiosa Sezione omicidi alla Polizia ferroviaria. Mentre Laura, che ha da poco iniziato a fare volontariato in stazione, nasconde un segreto che non può rivelare a nessuno: qualcosa che è abituata a chiamare "il dono", ma considera in realtà una maledizione perché percepisce sensazioni che altri non sentono. Grazie a loro, il lettore si addentrerà fra gli oscuri e minacciosi misteri che si celano nei labirintici sotterranei abbandonati della Centrale. Ma anche in quelli dell’essere umano.

Articolo tratto da La Freccia