Foto in apertura di Fiorenzo Niccoli

Elegante e di gran classe, forse per la danza, sua prima arte praticata, minuta e allo stesso tempo energica, colorata nel suo cappotto giallo senape, sciarpa floreale e scarpette rosse. Milena Vukotic conquista mettendo a proprio agio con dolcezza chi ha di fronte e dedicandogli la sua attenzione con uno sguardo vivace e profondo. Seduti sul divano rosso della FRECCIALounge di Roma Termini, iniziamo a chiacchierare in attesa della partenza del Frecciarossa.

Il tuo modo di essere, sempre in punta di piedi ma allo stesso tempo determinata, ti ha accompagnato nella carriera?
La determinazione e la voglia di andare avanti sono dovute allo slancio, all’amore che si ha dentro per quello che si fa. Io questo l’ho sempre sentito, mai avuto dubbi, anche per ciò che ho vissuto in famiglia. Mio padre ha sempre scritto per il teatro, aveva legami con Luigi Pirandello e il teatro futurista di Anton Giulio Bragaglia, mia madre era pianista, musicista e compositrice, allieva di Ottorino Respighi. Pertanto, durante la mia infanzia ho respirato il desiderio e la consapevolezza di essere in un ambiente che mi si confaceva, adatto a ciò che io, più o meno consciamente, sapevo di voler fare. Il teatro è stato il luogo alla base della mia crescita, cominciata con gli studi di danza a Londra e poi, piano piano, proseguita con tutto il resto.

Qual è la declinazione più profonda del mestiere dell’attore ?
Quella del gioco, del desiderio di sviluppare la parte infantile che abbiamo dentro di noi, interpretando personaggi che sono nel nostro mondo immaginario, ballando o recitando. Fino a che sentiamo questa consapevolezza, possiamo progredire. Liberi come bambini senza pudore che non si preoccupano delle censure e dei giudizi.

 

Consegnando il proprio impegno al pubblico, quindi.

Altroché, è un darsi e anche un ricevere. Uno scambio emozionante con gli spettatori che avviene ogni sera a teatro o quando esce un film. La gratificazione più bella è quando ti dicono che sei arrivata al cuore.

Dalla danza sei passata al cinema. Come?
Quando sono arrivata a Roma, dopo tre anni e mezzo di intense stagioni in Europa e nel mondo con la compagnia Grand Ballet du Marquis De Cuevas, volevo continuare i miei studi d iteatro iniziati a Parigi. Un bel giorno ho visto La strada, capolavoro di Federico Fellini, e ho sentito che qualcosa stava per cambiare, doveva cambiare dentro di me. Così a 25 anni ho lasciato la compagnia, ricominciando da capo senza conoscere nessuno. Ho studiato e vinto una borsa di studio per la televisione, dove ho recitato nella lunga serie Il giornalino di Gian Burrasca di LinaWertmüller. Poi è arrivata la compagnia teatrale di Rina Morelli e Paolo Stoppa. Un bellissimo periodo, ricordo le cene dopo spettacolo alle Stanze dell'Eliseo, dove trovavamo la Compagnia dei Giovani di Romolo Valli e Giorgio De Lullo. Un giorno venne organizzata anche una sfida a calcio, ho cucito io i numeri sulle magliette. Vincemmo noi. E passo dopo passo siamo a oggi.

Foto di Angelo Carconi/ANSA

Ciascun periodo storico ha il suo teatro?
Il teatro ci sarà sempre, ne viviamo quotidianamente la rappresentazione: tutto è teatro, è la forma che cambia. Abbiamo bisogno di dare delle forme a ciò che viviamo, continuando tutti a giocare più o meno consciamente.

 

Sul palco ogni sera si ricomincia da capo: stesse opportunità e stessi rischi. Ti piace?
È una cosa molto bella e bisogna lottare con passione perché non diventi routine. Non è facile ritrovare ogni sera certe atmosfere, certe magie.

A proposito di tournée, che rapporto hai con il treno?
Viaggio da quando sono nata: è importante per conoscere, capire, trovare equilibrio in alcuni aspetti della vita, incontrare nuove persone. Non è vero che siamo tutti uguali, o meglio lo siamo, ma ciascuno sotto aspetti diversi. Per esempio, noi artisti, attori o ballerini viviamo per rinnovare ogni giorno la nostra espressione, che deve sempre essere fresca per non cadere nell’abitudine. Il viaggio in treno, poi, ci permette ancora di vedere i paesaggi con una certa tranquillità, goderci quella terra che dall’aereo è troppo lontana. Amo muovermi in treno perché sono più libera e più comoda, lavoro, leggo, mi alzo. E poi mi capita di incontrare persone, curiose di sapere della mia vita. Magari mi chiedono una foto, un autografo, a volte anche un consiglio, mentre condividiamo questo piccolo tratto di vita, nello stesso luogo e nello stesso momento.

Hai fiducia negli esseri umani? E cosa di loro apprezzi o non sopporti?
Io sì, assolutamente sì. Posso anche rimanere delusa per qualcosa che accade, ma la fiducia resta. Detesto la malafede. Ciò che invece più apprezzo è la bontà delle persone, la sincerità del sentimento, con la quale si possono recuperare tanti difetti.

 

Che rapporto hai con il tempo?
Gli corro sempre dietro perché la vita è troppo preziosa e più vado avanti più sento il bisogno di fare. Ogni nuovo progetto artistico è una nuova “prima volta” piena di emozioni, incognite e insicurezze. Molto bello.

Hai lo stesso cognome dell'ex regina del Montenegro. Siete parenti?
No, solo un’omonimia, con un divertente aneddoto che ti racconto. Ero molto giovane e, dopo uno spettacolo al teatro di Lisbona, tutta la compagnia è stata invitata a cena a casa di un importante personaggio. Abito da sera e piacevole atmosfera. A un certo momento un signore molto distinto mi chiede se fossi italiana. Rispondo di essere nata in Italia e che mio papà era montenegrino poi, priva di timidezze, complici un paio di bicchieri, gli chiedo come si chiamasse. Scende un silenzio abissale. Allora il direttore della compagnia mi dice: «È sua maestà il re Umberto II di Savoia». Lui sorride al mio imbarazzo e mi fa sedere accanto a sé, chiedendo del mio cognome. «Mi chiamo Vukotic, come la regina del Montenegro, ma non siamo parenti», chiarisco. «Lo so bene, era mia nonna», risponde. Mi alzo dispiaciuta di non averlo riconosciuto e una signora mi dice: «Non si preoccupi. Piuttosto, tenga presente che quella signora con l’abito nero è la regina di Spagna».

A proposito di differenza tra classi sociali, la tua Pina Fantozzi, amatissima dagli italiani, ne è stata un’icona.
Sono molto grata a quel personaggio, mi ha portato molto affetto da parte della gente. Paolo Villaggio ha inventato figure universali portate al paradosso, a una deformazione dell’essere umano che sarà sempre così, configurate secondo le epoche e le espressioni di chi le interpreta, o interpreterà, anche in altri modi e altri ambienti. Credo che tutti si possano ritrovare nell’uomo cui accadono tutte le disgrazie o nella donna che, nonostante tutto, gli sta accanto. Perché tra loro c’è qualcosa di inscindibile, con una figlia vittima e complice di quel personaggio che, in realtà, ne rappresenta molti. Credo che la grandezza di Villaggio scrittore sia quella di aver disegnato un essere umano con tutte le sue contraddizioni, configurato come un clown che scava nelle profondità umane.

 

Se tornassi bambina, quale sarebbe il profumo della tua infanzia?
Qualcosa di dolce, visto che sono molto golosa. Direi l’odore del caramello sopra il crème caramel. Una delle coccole di mia mamma. Per me, la più piccola dei quattro figli, lei è stata la base del mio amore per tutto, per la vita.

 

È ora di raggiungere il binario per la partenza, Milena Vukotic si alza aggraziata e si muove a passi misurati.

Articolo tratta da La Freccia