Il mio viaggio libero

La 44enne romana Simona Anedda gira il mondo sulla sedia a rotelle

Per alcuni il viaggio si limita a un’evasione dal quotidiano, a un paio di selfie da esibire sui social. Per la 44enne romana Simona Anedda rappresenta una vera e propria vocazione. Il senso della sua prima vita, quando lavorava come tour leader per società ed enti istituzionali accompagnando professionisti in giro per il mondo, e il respiro vitale della seconda, quando le viene diagnosticata la sclerosi multipla.

 

«A dicembre 2012 mi dicono che sarei finita su una sedia a rotelle. A gennaio del 2013 parto per due mesi, dopo che i medici si erano raccomandati di stare a riposo e lontana dal caldo: ho optato per il Brasile dove era piena estate», racconta ironicamente Simona, adagiata sulla sua sedia come un pugno di sabbia che ha trovato spazio in una conchiglia. «Ho realizzato e metabolizzato la malattia in viaggio. Al ritorno ho deciso di affrontarla, di sottopormi a cure sperimentali e di buttarmi a capofitto nella riabilitazione. Poi ho visto che la sclerosi progrediva e quindi ho scelto di tornare alla mia passione e di aprire un blog per raccontarla».

 

Quando dall’Asl arriva la sedia a rotelle elettrica con il volante, Simona si sente liberata: «È come guidare un motorino. E in sella a quello scooter volevo provare ad attraversare l’Islanda, dove ero stata in Erasmus nel 1998». Dopo aver ripercorso l’isola dell’Atlantico e con essa brandelli di giovinezza, nell’estate del 2016 la donna sceglie come meta Miami, confortevole e ideale per allenarsi alle successive sfide erranti. «Negli Stati Uniti non ci si sente disabili, si può andare ovunque. Se ci sono lavori stradali, viene posizionata una rampa per attraversarli. A Miami Beach sono a disposizione addirittura delle sedie a rotelle elettriche per passeggiare sulla spiaggia». Tuttavia, la comoda e rassicurante America non basta a soffocare la repulsione per una sedentarietà logorante.

 

Attraverso una raccolta fondi lanciata sul suo blog, nel gennaio del 2017 Simona si spinge in Oriente, nella terra della spiritualità avvolta da polvere e miseria: l’India. I suoi medici la definiscono «la patria dei virus», ma gli avvertimenti non scalfiscono la sua voglia di libertà che non concepisce limiti e accetta di essere compressa solo per entrare in un trolley. Biglietto di sola andata e nessun programma, perché la travel blogger ama percorrere il cammino senza tracciarlo in anticipo, abbandonandosi agli incontri lungo la via. E questa apertura alla varietà umana, disseminata nella casualità delle tappe, cresce ancora di più ora che Simona chiede aiuto a chiunque si trovi davanti.

 

«Prima di atterrare avevo letto Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani e desideravo vedere l’alba che lo scrittore descriveva come l’ora più bella in India.

Mi chiedevo se sarei riuscita ad ammirarla dal Gange e se avrei dovuto pagare qualcuno. Invece a Varanasi mi hanno fatta salire in barca e ho visto il sorgere del sole e anche il tramonto. E poi, se mi bloccavo davanti alle gradinate dei ghat, c’era subito qualcuno che mi sollevava per farmi salire. Certo sono magra, se fossi stata un peso massimo non si sarebbero offerti di buon grado. In strada mi fermavano tutti, interessati alla mia sedia a rotelle motorizzata. Pensavano avessi inventato un nuovo tuc tuc (il loro taxi a tre ruote, ndr)».

 

La sua peregrinazione indiana dura tre mesi e si rivela un carosello di vite e di luoghi: «Ho incontrato e sono stata ospite di italiani che lavoravano a Delhi e avevano letto mie interviste o il blog. Qui ogni persona del Nord era legata a qualcuno del Sud e viceversa. Molti mi mandavano dai loro amici dall’altra parte del Paese». Simona s’intrufola nelle vie affollate da mucche e baracche, entra nelle scuole, dorme nelle case dei locali. «Non sono mai andata alla ricerca di posti accessibili né di strutture attrezzate, mi spingo dovunque e trovo il modo per superare gli ostacoli. Ora sto perdendo l’uso degli arti superiori. Faccio fatica a inserire il freno della sedia, ma troverò una soluzione».

 

Nel frattempo pensa al suo prossimo viaggio in Perù: «Vorrei vedere il lago di Titicaca, fare il cammino Inca e raggiungere il Machu Picchu. Tra l’altro la parte pazza di me andrebbe lì e aspetterebbe qualcuno per salire in cima, ma mi rendo conto che può essere rischioso. Esiste la joelette, un’attrezzatura con cui i disabili vengono portati a spalla. Un’associazione offre questo servizio, ma una giornata costa 400 dollari. Perciò rilevo già una problematica: perché dovrei pagare di più di un normodotato? Voglio poter viaggiare low cost». Per ora non ha acquistato nemmeno il volo, ma ha già contatti a Lima e amici di amici che andrà a trovare. Pronta per un altro giro di giostra.

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