Foto Mori-Moggi/New Press Photo

Donna, 34 anni, dal 1° agosto direttrice di un quotidiano con 160 anni di storia, com’è La Nazione di Firenze. Testata del Grup­po Monrif, affratellata al Resto del Carlino e al Giorno nel network nazionale di QN.
È Agnese Pini. Di lei si è detto e scritto già molto. In Italia una nomina come la sua non poteva che destare attenzione e curiosità. Hanno presto iniziato anche a chiamarla in tv, nei talk show politici. In quelle trasmissioni all’estero di scarso successo, ma che da noi conquistano ancora una discreta audience, catturata dall’aspro confronto tra punti di vista dialettici, con i giornalisti della carta stampata a farla da protagonisti. In molti, oltre ad abbinare un volto a un nome, hanno potuto così apprezzare la sua lucidità e freschezza intellettuale, la sua chiarezza espositiva, le sue opinioni. Svincolate da sovrastrutture, retaggi e dietrologie da Prima Repubblica e, so­prattutto, post-ideologiche per anagrafe e cultura. Sono proprio le opinioni, se­condo il Pini pensiero, che il lettore cerca in un giornale e chiede a un giornalista. Non soltanto, quindi, nel piccolo scher­mo. «L’informazione è nata per fare opi­nione. E il giornale, storicamente, nasce proprio per rispondere a questo bisogno umano, dare un servizio, offrire un punto di vista, contribuire a fare scelte e pren­dere decisioni».
Soltanto che oggi, con l’avvento dei social, sono in tanti a esibire le proprie opinioni e, pur senza averne compe­tenza, a brandirle come verità inconfu­tabili.
Sì, ma non dobbiamo essere troppo cat­tivi con il nostro pubblico e le persone in generale. Non tutte sono così sciocche e ignoranti da lasciarsi sedurre dalle scie chimiche o dai terrapiattisti. Certo, qualcuno c’è, come c’era prima chi cre­deva nei maghi e nelle streghe. Soltanto che oggi è tutto più pervasivo: i social network, con un click, ti consentono di raggiungere in tempo reale un’enorme moltitudine di persone. Così la questio­ne si ingigantisce e la situazione appare peggiore di prima.
Dall’ignoranza la difesa resta sempre la stessa: istruzione e cultura. Si parla in­vece di analfabetismo di ritorno, di una scuola che non assolve più ai suoi com­piti, che ha perso autorevolezza.
È un tema a cui sono particolarmente sensibile e che trova qui a Firenze una tradizione forte, con un preciso riferi­mento a Don Milani. Non a caso tra le prime novità che ho introdotto nel gior­nale c’è una rubrica, in uscita il lunedì sugli spazi regionali, dal titolo Lettere da una professoressa, che echeggia quello del famoso libro del prete di Barbiana. Oggi gli insegnanti si trovano spesso a essere i detentori di un sapere punitivo, bistrattati in scuole che non hanno ser­vizi adeguati. Così abbiamo chiesto ai professori del territorio di darci un loro contributo da mettere sulla carta e poter commentare online. La rubrica è nuova, ma funziona, si sta aprendo un dibattito.
Tornando al mondo dei media e dell’in­formazione, abbiamo visto come il giornalismo debba confrontarsi con testimoni oculari che postano le foto di eventi di cronaca, con politici che fan­no le dirette Facebook, twittano il loro pensiero.
È un tasto molto delicato quello della disintermediazione. E spesso i giornali sono come travolti da questa follia, tanto da rincorrere i social ed echeggiarne i contenuti, abdicando al loro ruolo di cre­are un’opinione nel lettore e di farlo con autorevolezza.
Al lettore devi però offrire chiavi di let­tura, strumenti adeguati.
Certo. Questa cosa l’ho sentita e vissuta sulla mia pelle. Decisi di fare la giorna­lista proprio 18 anni fa, dopo l’attentato dell’11 settembre. Il crollo delle torri ge­melle mi aveva scioccata, il trauma era planetario. Ecco, allora sentii il desiderio di leggere qualcosa su quello che stava succedendo. Le mie certezze erano ve­nute meno: i buoni e cattivi dell’infanzia e dell’adolescenza non c’erano più. Di chi era la colpa? Del capitalismo, dei terro­risti, degli islamisti, degli americani che aprivano McDonald’s dove non doveva­no?
Cercavi risposte…
E così comprai il mio primo giornale, il Corriere della Sera, che fece un’opera­zione straordinaria. Iniziò a ospitare nomi incredibili del giornalismo: Oriana Fallaci, Tiziano Terzani, Dacia Maraini, Enzo Bia­gi. Punti di vista e interpretazioni diverse che però mi aiutavano a capire, a farmi un’opinione.
Di fronte a quel dramma e in quel con­testo non era facile, qualcuno non ce l’ha neppure oggi…
E infatti quando lessi la Fallaci sposai le sue tesi, il giorno dopo scrisse Terzani, che la pensava all’opposto, e sentivo che aveva ragione anche lui. Però è proprio lì che ho capito l’importanza dell’opinione, e ho cominciato a leggere i giornali, i libri e guardare gli approfondimenti in tv.
Offrire un preciso punto di vista, l’hai appena ricordato, significa schierarsi.
Ma le persone hanno bisogno di rico­noscersi in qualcosa. I giornali devono essere connotati, l’idea del giornale asettico, che fa solo informazione, non corrisponde davvero al bisogno dei lettori. Detto ciò, non c’è dubbio che l’informazione debba essere corretta e veritiera, ma non un semplice specchio, come vorrebbe certa tradizione anglo­sassone.

 

Agnese Pini con il direttore della Freccia, Marco Mancini

Come vive la giornalista e direttrice Pini questo compito non facile di schierarsi e connotarsi?

Con la consapevolezza che farlo richie­de grande rigore morale e un altrettan­to grande esercizio intellettuale. Su La Nazione è tradizione che il direttore ogni domenica pubblichi un suo commento, un suo editoriale. Ecco, tutte le volte che mi accingo a scriverlo ho molta ansia, perché avere un’opinione vera e sentita su qualsiasi argomento è una responsa­bilità incredibile.
Che, tornando ai social e senza volerli demonizzare, non trovi in quel mondo.
Però uno dei motivi del loro successo è proprio quello di essere vetrine di opi­nioni.
E, ribadisco, concorrenti spietati dei media tradizionali, fornitori di notizie in real time.
Anche per questo l’informazione non può essere più una rincorsa di qualco­sa che è già di dominio pubblico, pena la condanna all’estinzione dei giornali. Ormai è sparito il timore di svegliarsi la mattina e scoprire che un altro giornale ha in pagina una notizia che tu non hai. La fame del lettore, oggi più di ieri, è capire le cose, non saperle. E occorre riuscire a raccontarle in maniera effica­ce sapendo offrire i necessari spunti di riflessione.
Sono finiti anche i tempi in cui i giornali, soprattutto locali, aumentavano le ven­dite con i fatti di nera?
Certo. Dieci o 15 anni fa l’incidente morta­le strillato in locandina ti faceva vendere tante copie in più, oggi no. Però, vediamo i flussi online e sul web, quella notizia è ancora cercata e letta moltissimo. Si­gnifica che i gusti del lettore non sono cambiati, ma quella domanda viene sod­disfatta su un’altra piattaforma e non più sulla carta. Dove il lettore chiede altro.
Tutto ciò impone un’integrazione tra le redazioni, l’acquisizione di nuove tecni­calità rispetto a fare il quotidiano tradi­zionale.
La Nazione è il sesto giornale in Italia per vendite in edicola. Insomma, vendiamo bene, abbiamo lettori fedeli, ma dobbiamo recuperare sul web. Quello che mi propongo è eliminare le ultime resistenze di chi pensa che Internet sia un corpo estraneo alla carta. Marciamo sullo stesso binario ma dobbiamo offrire prodotti diversi per un pubblico differente. Bisogna calibrarsi su questa diversa domanda. È un percorso già avviato dai miei predecessori, dobbiamo però proseguirlo con sempre maggiore convinzione.
Trasformazioni in vista, quindi…
Viviamo in un’epoca di trasformazione. I giornali che siamo abituati a vedere e a toccare, pensati e strutturati più o meno come lo erano un secolo fa, non po­tranno più essere così, neanche nella loro organizzazione. Occorre un cam­bio di passo, un’evoluzione nel modo di vivere la professione, a cominciare da come la vivono i giornalisti della carta stampata.
Lo impone Internet.
E il web è già il passato. Ormai la gente utilizza lo smartphone, l’iPad, i device mobili. Il digitale è un proces­so sempre più inarrestabile. Prima per navigare dovevo avere un filo, il modem da attaccare, cinque minuti di attesa. Lì la carta ancora vinceva. Oggi con lo smartphone ho tutto con me, in ogni momento della giornata, e il suo uso è facile e intuitivo, acces­sibile a bambini e anziani. È diventato una sorta di propaggine della mano. È il supporto e il suo linguaggio che vincono.
Tornando in Toscana, in Umbria e in Liguria, i vostri territori, e al ruolo di un quotidiano di vicinanza, se oggi la cronaca tira meno, oltre a offrire opinioni, cosa può smuovere le ven­dite?
Gli approfondimenti. Per esempio sull’economia, su come gestire i ri­sparmi, su come andare in pensio­ne. Oppure gli argomenti di servizio, come cambia la mappa del traffico stradale in città da qui ai prossimi mesi per i cantieri. E poi il confronto, l’interazione con i lettori. Invito i miei giornalisti, anche quelli delle reda­zioni locali che sento ogni giorno in videoconferenza, a scrivere quel che pensano, prendere posizione, accen­dere un dibattito.
Puoi farci un esempio?
Abbiamo inaugurato una doppia pa­gina d’inchiesta su temi trasversali in uscita una volta a settimana. Io chie­do ai miei giornalisti di metterci la faccia. Credo molto nella necessità di diminuire la distanza tra chi legge e chi scrive. I lettori trovano una loro foto, un numero Whatsapp e i loro indirizzi e-mail per inviare commenti e spunti per nuove inchieste. Chie­diamo anche di sottoporci problemi o denunciare situazioni di degrado, pubblichiamo le foto e ci mettiamo in contatto con chi può risolverli.
Funziona? La partecipazione arriva?
Eccome. Faccio un altro esempio. Qualche domenica fa si è formata una coda molto lunga in A12 per un incidente. Abbiamo scorporato la cronaca nera da quella di servizio, per evitare fraintendimenti, e chiesto ai lettori di mandarci foto e segnala­zioni in tempo reale. Siamo stati inva­si da video, messaggi, foto, commen­ti di chi si trovava in coda. È stata una risposta che mi ha colpito perché ve­ramente ampia e immediata.
Anche vedersi in una foto pubblica­ta sul giornale o sul web risponde a una domanda forte, e non nuova, che incentiva la fruizione dei me­dia…
Ma, in generale, è la domanda di in­formazione che è cresciuta e cresce. La carta stampata sta vivendo una crisi inevitabile per la concorrenza delle altre piattaforme. Un po’ com’è stato con il vinile o i cd per la musica. Non si vendono più o li acquistano solo alcuni appassionati, ma la gen­te ascolta più musica di una volta. E così si informa più di prima perché può farlo ogni secondo della giorna­ta con una facilità estrema e, quasi sempre, gratis.
Quindi non è il giornalismo in crisi ma semmai il modello di business?
Certo, quello su cui siamo vulnerabili è che siamo in gran parte noi a riem­pire di contenuti di qualità il web, ma in maniera quasi gratuita e facendo guadagnare altri. Però qui il proble­ma si fa politico e deve essere affron­tato a livello sovranazionale.
Web, digitale, device mobili…ma an­che le radici sono fondamentali.
Un giornale come il nostro è tradi­zione, a Firenze è un’istituzione, lo stesso vale un po’ in tutta la Tosca­na, in Umbria, a La Spezia. È sempre commovente vedere con quanta at­tenzione il giornale viene sfogliato e letto. Se siamo il sesto giornale in edicola è anche perché possiamo contare su questo zoccolo duro di lettori affezionati. Per questo sulla cronaca locale avremo ancora lunga vita e una bella strada davanti a noi.
Che La Freccia augura ad Agnese di percorrere, da direttrice, con suc­cesso e soddisfazione.

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