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Massimo Troisi, che oggi avrebbe compiuto 70 anni, aveva un legame fortissimo con il mondo delle ferrovie. Legame di cui è rimasta traccia anche nelle sue indimenticabili opere.

La famiglia Troisi, originaria di Salerno, si era trasferita a San Giorgio a Cremano negli anni Trenta per il trasferimento negli stabilimenti di Pietrarsa di Luigi, ferroviere, nonno di Massimo. Era persona dai modi eleganti e con un’aria vagamente intellettuale, andava molto orgoglioso di un antico orologio da taschino che estraeva sempre con una certa teatralità quando gli si chiedeva l’ora. Un rituale che Troisi ha replicato nel film “Che ora è”, dove recita la parte del figlio con un indimenticabile Marcello Mastroianni, sotto la regia di Ettore Scola.

Ma anche Alfredo, il padre, lavorò nel mondo ferroviario come capotreno, e una prima immagine familiare ce la regala la sorella Rosaria nel delicato libro di ricordi, “Oltre il respiro. Massimo Troisi, mio fratello”, del 2020 per Iacobelli editore. “Entrambi, fin da bambini, siamo stati molto curiosi di quello che succedeva nel mondo. Mio padre, ferroviere, di ritorno dal lavoro portava a casa le riviste e i quotidiani che i viaggiatori abbandonavano sui sedili dei treni. Noi allora facevamo a gara a chi riusciva a leggere più notizie memorizzando anche i particolari più marginali della cronaca e tutte le volte che io lo battevo, lui si stupiva di come riuscissi a scovare anche la notizia più nascosta. Da adulti quella curiosità rimase viva e aumentò col piacere della discussione sull’attualità e la condivisione di una certa visione del mondo e della politica”.

 

E proprio al lavoro del padre si deve uno dei primissimi sketch di Massimo, quando era ancora bambino. Come ogni 6 gennaio partecipava con la famiglia alla festa della Befana del ferroviere, dedicata ai figli dei dipendenti di Ferrovie dello Stato, dove puntualmente riceveva in regalo un trenino elettrico. Così il futuro artista scrisse una lettera alla vecchietta dalle scarpe rotte chiedendole questa volta di avere in dono una pistola, per giocare con gli amici ai cowboys. Speranza disattesa per l’ennesimo trenino. Così davanti ai familiari il piccolo Massimo esclamò: «Ma chest è scema proprio? Chest s’è rimbambita!». Una scenetta che ripeté anche negli anni a venire, come in questo filmato del 1985, ospite a Domenica In con un divertito Pippo Baudo.

Negli anni dell’adolescenza Massimo si appassionò al teatro. E, proprio, sui vagoni della Circumvesuviana, che prendeva ogni giorno per andare all’istituto tecnico per geometri, iniziò a studiare i copioni del repertorio classico napoletano.

Quando, divenuto famoso si trasferì a Roma, il padre organizzò una sorta di visita guidata ai Parioli per i vecchi colleghi del Dopolavoro ferroviario. “Era surreale osservare quel gruppo di ospiti muoversi come turisti in un museo” si legge nel libro della sorella Rosaria.   

 

Il legame con il treno compare anche nel capolavoro “Non ci resta che piangere”, interpretato e diretto con Roberto Benigni. Nel finale del film del 1984 i due amici, Mario e Saverio, smarriti nel paesino di Frittole, nell’anno 1492 “quasi millecinquecento”, incontrano Leonardo da Vinci. Al genio fiorentino i due provano a suggerire alcune “invenzioni”, di uso comune nella modernità da cui provengono. Tra il termometro e il settebello, propongono a un perplesso Leonardo anche il treno. Scena indimenticabile.

Un’altra celebre battuta di Troisi con richiami all’universo ferroviario è in “Le vie del Signore sono finite” del 1987, con cui si aggiudicò il Nastro d’argento per la miglior sceneggiatura. Nel film, ambientato nel periodo del Ventennio, Massimo interpreta Camillo, un barbiere dell’immaginario paese di Acquasalubre, che vive sulla sedia a rotelle per una malattia psicosomatica. In una discussione al tavolino di un bar sulla puntualità dei treni il protagonista ironizza su Mussolini: «per far arrivare i treni in orario, se vogliamo, mica c’era bisogno di farlo capo del governo, bastava farlo capostazione».

Troisi era anche un grande tifoso del Napoli e, sempre, la sorella Annamaria ha raccontato come in gioventù era solito seguire la squadra del cuore in trasferta “approfittando dei biglietti chilometrici riservati alle famiglie dei ferrovieri”.

 

Quando il Napoli di Diego Armando Maradona vinse il tanto atteso primo scudetto, i tifosi esposero, tra due palazzi nelle strade del centro, lo striscione “Scusate il ritardo”, citando una delle sue opere più famose. «Avevo fatto il film proprio perché così il Napoli si sarebbe trovato già questo titolo per lo scudetto. E mi auguro che presto ci sia lo striscione “Ricomincio da tre”, da quattro, da cinque…» disse all’amico Gianni Minà.

 

Pare proprio che sia venuto il momento di preparare il nuovo striscione.