<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=1509644419702477&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">

Dimenticate, almeno per un momento, i volti e le storie che hanno accompagnato la saga Resident Evil negli ultimi vent’anni. Zach Cregger - sì, proprio lui - il regista di Barbarian e (del cult) Weapons, prende uno dei franchise più celebri del cinema e dei videogiochi ripartendo (quasi) da zero. L'obiettivo? Recuperare lo spirito più elementare dei film: paura, sopravvivenza, mostri e una corsa disperata verso l’uscita.

Al centro c’è Bryan, un corriere medico col volto di Austin Abrams, che accetta una consegna (apparentemente) come tante ritrovandosi - ahimè - nel bel mezzo di un incubo. Il primo elemento di novità risiede nel fatto che rappresenta, senza dubbio, un protagonista molto diverso dagli eroi muscolari e invincibili delle precedenti trasposizioni cinematografiche: è spaesato, impreparato, goffo, non sa combattere e non sa cosa stia succedendo. In pratica è umano.

La pellicola si svolge nell’arco di una notte e procede esattamente come una partita del videogame Resident Evil: ogni ambiente è una nuova minaccia, ogni porta può nascondere qualcosa, ogni arma conquistata sembra soltanto una possibilità in più di rimandare la morte. Cregger sfrutta intelligentemente questa struttura, trasformando lo spettatore in una sorta di giocatore che accompagna Bryan tra un pericolo e l’altro. La macchina da presa gli sta addosso, mentre ambienti bui, corridoi, strade deserte e spazi claustrofobici alimentano una tensione che non concede tregue.

Ma la sorpresa è il tono: Resident Evil non è solo un survival horror. Cregger alterna sangue, mutazioni e momenti di autentica inquietudine allo humour nero e al sarcasmo surreale. Si ride quando non si dovrebbe ridere, davanti alle disavventure di un protagonista che sembra capitato per errore dentro il film sbagliato. Una scelta spiazzante che restituisce quella miscela di tensione e assurdità tipica dell’esperienza videoludica.

Austin Abrams regge il film (quasi) interamente sulle proprie spalle riuscendo a trovare un equilibrio efficace fra vulnerabilità e ironia. Bryan impara a sopravvivere minuto dopo minuto. È un percorso semplice, funzionale, e permette allo spettatore di identificarsi con lui molto più facilmente rispetto ai protagonisti delle precedenti versioni formato grande schermo.

Se siete fan della saga potete stare tranquilli: troverete diversi richiami al mondo dei videogiochi, ma il regista non trasforma il film in una collezione di citazioni. Alcuni elementi sono riconoscibili, ma non indispensabili per comprendere la storia, rendendo il risultato accessibile anche a chi non ha mai impugnato un controller.

Cregger ha trasformato Resident Evil in una corsa forsennata, sanguinosa e divertentissima in un mondo dove l’unica regola è continuare a muoversi.