Mario Merz, Senza titolo (1997) - Neon, cervo tassidermizzato fuso in alluminio © Dimitri Angelini

Ha le mani che conservano ancora le tracce di pagliuzze d’argento, retaggio della sua precedente occupazione. Me ne accorgo subito quando stringo la mano a Roberto Ciappi, giovane sindaco di San Casciano in Val di Pesa (FI), classe 1981. «Ho cominciato a lavorare come argentiere. Sono rimasto subito affascinato dalla trasformazione della materia grezza in manufatti d’arte e, per molti anni, mi sono dedicato allo studio della tecnica facendo del mio lavoro una delle mie più grandi passioni», spiega.

Perino&Vele, The end of second act (2007), Cartapesta, ferro e vetroresina © Dimitri Angelini

Poi è giunta una passione ancora più grande, quella per la propria comunità, e dopo una lunga gavetta politica è arrivata nel 2019 l’elezione a primo cittadino. Mi guardo intorno ed è chiaro che non mi trovo solo in uno dei pittoreschi borghi nel cuore del Chianti fiorentino, tra antiche pievi, vigneti e oliveti che sembrano disegnati da un pittore dall’innegabile buon gusto. C’è qualcosa di più.

 

Sulle antiche mura si erge solenne e austero un cervo abbinato alla progressione numerica di Fibonacci in neon azzurro. È opera di Mario Merz, diventata uno dei simboli del comune e di una squadra di calcio locale. Quando si dice “arte è vita”.

 

Dalla torre del Teatro Niccolini pende poi una gigantesca treccia colorata lunga 18 metri, realizzata con 250 chilometri di fili di lana dall’artista Matteo Nasini, in collaborazione con gli abitanti del luogo. Certo, di primo acchito viene da pensare a un lavoro ispirato al mondo delle fiabe, che discende da un maniero per raccontare una nuova storia, esortando il pubblico a tornare a pensare e tramandare, a creare e immaginare.

 

Ma il pensiero non può che correre anche in Sardegna, a Ulassai, a Maria Lai e al suo Legarsi alla montagna, quando l'8 settembre 1981 un nastro di tela jeans celeste lungo 26 chilometri scese dalla cima di un’altura per attraversare e legare tutte le case del paese, nessuna esclusa. Aiutando la gente a liberarsi della parte distruttiva di sé, in un rito catartico comunitario che si apriva allo spirito di amicizia e collaborazione. Ieri a Ulassai, oggi a San Casciano in Val di Pesa.

Matteo Nasini, dettaglio Nel dolce tempo (2021), Fili di lana acrilica, anelli di ferro 18 metri © Dimitri Angelini

È pomeriggio inoltrato, comincia a imbrunire, quando mi imbatto nell’antica e possente Torre dell’Orologio, in piazza Pierozzi. All’improvviso, vedo in cima il bagliore di un neon luminoso che si accende per pochi secondi, prima di ripiombare nell’anonimato. È un lavoro del duo Antonello Ghezzifondato nel 2009 da Nadia Antonello e Paolo Ghezzi – un sistema segnaletico delle stelle cadenti dedicato a chi non rinuncia a sognare.

 

Mi trovo nel bel mezzo di un romanzo che sembra uscito dalla penna di Italo Calvino. Poi guardo la cartella stampa ricevuta poche ore prima, comincio a sfogliarla e apprendo che tutto quello che si sta aprendo ai miei occhi ha un nome: Chiantissimo. Si tratta di un progetto rivolto all’esplorazione, alla mappatura e all’archiviazione di opere d’arte contemporanea e collezioni pubbliche e private del territorio, visitabile fino al 30 settembre.

 

Dai lavori permanenti di autori come Mauro Staccioli, Perino&Vele, Roberto Barni e Mario Merz, a quelli temporanei commissionati in occasione della prima edizione della rassegna ad Antonio Barbieri, Antonello Ghezzi, Simone Gori e Matteo Nasini. A rendere possibile tutto questo, oltre al sindaco, è l’associazione Accaventiquattro Arte di Fiammetta Poggi e Filippo Bigagli, con la curatela di Davide Sarchioni.

 

Non faccio in tempo a finire di leggere il comunicato stampa che la macchina sulla quale sono salito a bordo si ferma nell’hinterland di San Casciano in Val di Pesa, all’ingresso della Fattoria La Loggia. La giovanissima Federica Pellicoro mi accoglie nel borgo diffuso della sua famiglia, un antico complesso risalente al 1427, oggi un agriturismo popolato da incredibili opere d’arte contemporanea.

Karel Appel, Le quattro stagioni (1995)

Qui tutto parla ancora (e come potrebbe essere altrimenti) del nonno di Federica, Giulio Baruffaldi, e della sua amicizia con artisti come Betty Woodman, Franz Stähler, Arman, Arnaldo Pomodoro, Roberto Barni, Daniel Spoerri e Karel Appel. Non c’è un loro lavoro nella Fattoria che non sia stato realizzato site specific, recuperando per lo più oggetti, tracce, reperti, racconti della storia passata del luogo e dei suoi abitanti, del sapiente mondo contadino di una volta.

 

Il tutto in armonia e in dialogo perfetto con l’esplosiva eppure ordinata natura circostante. Tanto quanto le opere che passo in rassegna, sono entusiasmanti gli aneddoti incastonati tra le pieghe di questo luogo che Federica non manca di svelarmi. Come l’origine dell’amicizia tra Appel e suo nonno.

 

Era l’inizio degli anni ‘90 quando Baruffaldi viene a sapere che ha un nuovo vicino di casa, il famoso artista olandese. Vuole conoscerlo a tutti i costi e, per invitarlo, invia sua figlia Paola a cavallo, con una bottiglia del loro olio d’oliva, del formaggio e una lettera. Paola trova Appel nel giardino della sua abitazione, Villa Licia, con un cappello in testa intento a prendersi cura dei fiori. La sera stessa Appel è già a cena da Baruffaldi, con il quale condividerà da quel momento un’amicizia lunga tutta la vita oltre ad alcuni suoi capolavori, come Burned forest (1991) e Le quattro stagioni (1995).

 

Risalgo in macchina e lungo il tragitto comincio a pensare a quello che Barbara Santoro coautrice del libro Italian factor. Moltiplicare il valore di un Paese insieme a Francesco Morace – definisce appunto l’italian factor, la capacità tutta italica di saper trasformare la propria maestria millenaria, la manualità degli antichi mestieri e della manifattura, la bellezza tramandata da un patrimonio culturale ineguagliabile, in fattore di moltiplicazione per il valore delle proprie attività, dei talenti e delle imprese.

La cantina Antinori nel Chianti Classico © Ivan Rossi

Ma se la Fattoria La Loggia è una pagina significativa dell’italian factor, l’ultima tappa del mio viaggio lungo Chiantissimo ne diviene addirittura la bibbia. Prima di fermarsi nel parcheggio, la mia macchina oltrepassa l’insegna della cantina Antinori nel Chianti Classico. Sembra di essere stati proiettati in un prossimo futuro, non so dire quanto prossimo. Comunque auspicabile. Perché la transizione green qui è già una realtà da anni. La struttura della cantina, realizzata da Marco Casamonti secondo le indicazioni della famiglia Antinori, per la sua imponenza assomiglia più a una cattedrale.

 

Di colore marrone-rosso, è costruita con materiali naturali quali cotto, legno e corten, quasi del tutto invisibile dall’esterno, interamente ricoperta com’è da 4,60 ettari di vigneto. Nella cantina – mai nome mi risulta più improbabile se non fosse per la sua destinazione funzionale – le temperature necessarie per permettere l’affinamento del vino in barrique sono mantenute in maniera naturale, senza l’ausilio di impianti di refrigerazione, sfruttando la sua struttura ipogea e decine di migliaia di mattoni in cotto di Impruneta (la cui tradizione risale al Medioevo) non murati ma incastonati in una struttura in ferro, assicurando un’aereazione con pochi precedenti.

 

Qui, innovazione e arte convivono in un dialogo serrato che attraversa le 26 generazioni della famiglia Antinori e prende il suo avvio all’ingresso, da un’antica e monumentale pressa per il vino di progettazione leonardesca, fino ad approdare a una galleria di installazioni pensate da artisti tra cui Tomás Saraceno, Giorgio Andreotta Calò, Nicolas Party, Stefano Arienti e Sam Falls. Letteralmente spaziale – trattandosi di Saraceno non potrebbe essere altrimenti – è l’opera Biosphere 06 (cluster of 3) del 2009, ideata per le scale interne.

 

Questa location apparentemente insolita consente all’installazione di trasformarsi portando all’interno dell’architettura non solo la natura ma l’infinita versatilità delle nuvole. L’atto di salire e scendere le scale diviene, così, un’esperienza intima, onirica. Per consentire a chiunque, a partire da tutte le lavoratrici e i lavoratori attivi ogni giorno nella cantina, di alzare l’asticella del senso del possibile. È questa l'essenza della migliore arte e, allo stesso tempo, dell’italian factor dei luoghi e delle imprese lungo lo Stivale. Parola di Chiantissimo.

Articolo tratto da La Freccia