In cover, Andrea Pennacchi

In questi giorni Andrea Pennacchi sta affrontando una difficile battaglia, come ha scritto lui stesso su Twitter: «Attaccato a una macchina, ma capace di respirare».

Il nostro in bocca al lupo ad Andrea vogliamo farlo proponendo i pensieri, le considerazioni e l’arte teatrale che ci ha regalato in questa intervista.

Grande Andrea, la tua passione non si abbatte mai.

Quando hai compreso che il teatro ti piaceva ed era ciò che volevi fare per vivere?

In realtà da ragazzo avrei voluto diventare pilota di aerei, ma lasciai l’accademia di Forlì. Tornato a Padova mi iscrissi alla facoltà di Lingue, e nello stesso periodo anche a un corso di teatro. Sono rimasto fregato perché mi è piaciuto moltissimo, fin da subito, non pensavo ci si potesse divertire così tanto. Ma è quando ho visto in scena grandi narratori che ho deciso di voler fare questo. Non sapevo né come né dove e mia madre piangeva mentre già mi immaginava disoccupato, realtà sempre possibile (ride, ndr). Mi sono buttato anima e cuore cercando di recuperare tutta l’ignoranza che avevo, e ho ancora, divorando teatro. Devo dire che frequentare Lingue a Padova in quegli anni aiutava, perché tutti i professori di letteratura inglese erano appassionati di teatro, di quello che va in scena e ti rimane dentro. Poi ho studiato letteratura e antropologia, che mi hanno permesso di essere anche autore, fatto importante perché non dovevo dipendere da provini o dal fatto di essere o meno l’attore adatto per quella parte. Portavo in scena le storie scritte da me, dalle biblioteche di paese fino ai teatri più seri. Ho portato il teatro nelle scuole superiori del Veneto: esperienza straordinaria insegnare qualcosa ai ragazzi senza dichiararlo.

 

Che importanza ha l’ironia tra gli strumenti del racconto?

Può essere fine a se stessa, utile a fare una battuta, ma non mi piace. Secondo me, invece, è una porta per aprire un mondo. L’ho usata per raccontare di mio padre che torna dal campo di concentramento. Il pubblico si aspetta il dramma e invece apro con il sorriso, con le battute reali che mio padre e mio zio pronunciavano su quella vicenda, per fortuna finita bene per loro, certo due scheletri umani ma ancora con la voglia di sorridere. Poi racconto l’inferno che hanno passato. Ecco, l’ironia è questo: un “piede di porco” per attirare l’attenzione del pubblico.

 

Questa capacità drammaturgica viene anche da una matrice territoriale, dal Veneto?

Sono convinto di sì. Quando ho deciso di fare questo mestiere, una sera a teatro, sul palco c’era Marco Paolini con il suo Aprile ‘74 e 5, erroneamente considerato un racconto leggero, mentre invece è potentissimo. Lo spirito di chi è nato in questa terra è aver ritrovato le proprie radici e averle accettate in pieno, attingendo a un bagaglio di esperienze che vanno dagli antenati ai vicini di casa, perfetto da utilizzare perché lo conosci bene. Usando quindi quella lingua imparata da bambino, che Luigi Meneghello ha definito «più di una lingua». Il dialetto forma cicatrici che ti restano addosso, per questo è rovente, dà voce a concetti profondi. E ti apre una porta sul mondo, perché quei caratteri umani che rappresenti sono così, ovunque. Ti consente di esplorare a fondo l’essere umano. Uno dei commenti che più mi hanno colpito, dopo una delle prima apparizioni di Poiana (personaggio che Pennacchi interpreta nel programma di La7 Propaganda Live, ndr), fu di un signore che scrisse: «Io sono sardo, ma Poiana è il mio vicino di casa».

Andrea Pennacchi con il giornalista Andrea Radic alla stazione di Padova 

Prendi spesso il treno?

Moltissimo, lo preferisco a qualsiasi altro tipo di mezzo, mi piazzo lì e leggo, ascolto musica o semplicemente dormo, cosa che ultimamente capita raramente. Con il mio mestiere dovrei abitare a Roma, ma posso vivere qui a Padova perché con le Frecce in tre ore ci arrivo, un lusso che mi salva la vita. Ho sempre viaggiato, da pendolare verso Venezia dove ho studiato e da Padova a Forlì quando ero in accademia aeronautica, sugli “Espressoni” di una volta. Poi il treno regala esperienze: incontri persone che hanno storie da raccontare e ti arricchiscono molto.

 

Hai figli?

Una bimba, Elena, di otto anni. Pensare a lei e al suo futuro mi dà energia e forza, quasi dei superpoteri.

 

Che mondo vorresti trovasse quando crescerà?

Sicuramente migliore di questo, vorrei ci fosse più empatia. Sono cresciuto con un padre e una madre che credevano molto nella società, nel vivere insieme aiutandosi, valori che ho visto sgretolarsi nel nostro tempo. Ecco, vorrei che li recuperassimo.

 

Una qualità che apprezzi e una che detesti nelle persone?

Apprezzo la capacità di ascoltare e di accettare, di provare ciò che prova un’altra persona, che è un po’ la base del teatro. Ascoltare una storia, commuoversi e percepire un sentimento di unione, di fratellanza. Ciò che detesto è l’arrabbiarsi per ogni cosa e il voler avere ragione per forza. Solo parlandosi e ragionando si raggiunge un accordo. Non sopporto le gare di insulti. Nessuno si assume più la responsabilità di quello che dice e raramente ne paga le conseguenze.

Andrea Pennacchi al fianco di Paola Cortellesi nella serie tv Petra andata in onda su Sky, per la regia di Maria Sole Tognaz, © Luisa Carcavale

Qual è il profumo della tua infanzia?

Più di uno, avevo la fortuna di vivere a Brusegana, quartiere di Padova tra città e campagna, ho presente gli odori della primavera e della tarda estate, incluso il letamaio dietro l’abitazione del nonno. In casa c’era il profumo della cucina di mamma e l’odore della carta e del piombo quando tornava papà, che era tipografo. Odori che quando li risenti ti fanno partire la memoria, come quello dei freni dei treni che sentivo al Ponte Ferrato, dove vivevamo le nostre eroiche avventure di ragazzini.

 

Da uomo di teatro come stai vivendo questo difficile momento storico?

È una sensazione che divide dentro: le chiusure sono necessarie, ma allo stesso tempo insostenibili, dal punto di vista economico e culturale. Il teatro è fondamentale anche per la qualità della vita. Qualcuno dirà che è una nicchia, posso essere d’accordo ma attenzione: il teatro è anche quello dei laboratori, quello che si porta nelle scuole, nelle carceri, è gente che lavora per filtrare l’aria della convivenza civile e, raccontando storie, fornire strumenti per sentirsi diversi, dando forma alla propria esperienza. Ecco, togliere tutto questo ci costringerà a pagare un prezzo. Io mi sento fortunato perché vado in televisione a raccontare le mie storie, ma mi manca la gente, quel rapporto che arricchisce tutti. Spero di tornare presto a una modalità di vita che consenta agli esseri umani di stare insieme, che è ciò cui sono naturalmente portati.

 

Sei ottimista?

Ho una fiducia enorme nella scienza e i nostri scienziati stanno facendo un lavoro straordinario.

 

La cosa più bella del mestiere di attore?

Dar voce a tanti volti. L’attore ha questo dono, quando lo possiede.

Articolo tratto da La Freccia