La Freccia incontra Ferzan Ozpetek

Dal 19 dicembre il regista è al cinema con il suo nuovo film "La Dea fortuna"

2 dicembre 2019

di Andrea Radic, disponibile anche su issuu.com

Un uomo romantico e innamorato dei suoi attori, dei sentimenti, delle emozioni, di ogni singolo aspetto della vita con la quale flirta e gioca, sempre tendendo a un obiettivo: essere felice nel rispetto degli altri.

Questo è Ferzan Özpetek, che si consegna senza mai timore delle verità a un pubblico che lo ama ogni giorno di più. Tra i pochissimi registi italiani ad aver avuto una retrospettiva a lui dedicata al Museo di Arte Moderna di New York, il celebre MoMA.

«Si nasce attori, registi o pittori, non lo si diventa. Chissà quanti impiegati sono grandi poeti e non sanno della propria vena artistica, di questo sono convinto». Lo afferma mentre si siede nella FRECCIALounge di Roma Termini, in attesa della partenza del suo Frecciarossa.

Regista pluripremiato, sceneggiatore intenso, scrittore di libri, potrebbe essere un perfetto esempio dello star system ma, al contrario, ti guarda negli occhi con curiosità e interesse inaspettati. «Credete negli oroscopi? Io moltissimo, prima di iniziare a girare sul set voglio sapere ogni aspetto di ciò che si può leggere nelle stelle, chiedendo anche quello degli attori». Poi racconta un aneddoto sul film Saturno contro, nel quale Özpetek fece esordire Ambra Angiolini e Luca Argentero decretandone l’inizio del successo. «I miei attori li amo tutti. Il primo giorno di riprese, lessi l’oroscopo e chiamai la produzione dicendo che non avremmo iniziato proprio perché avevo Saturno contro. Una pioggia di premi, e doveva avere un titolo diverso».

Il 19 dicembre, giorno di uscita del tuo nuovo film La Dea fortuna?
Siamo messi benissimo, una data molto importante. All’oroscopo non bisogna dare retta totalmente, ma è divertente, come leggere i fondi del caffè. Anche Federico Fellini aveva l’abitudine di andare a Torino per trovare un sensitivo molto importante. Tutto ciò avviene perché noi registi facciamo un lavoro che non permette di sapere con precisione il risultato che ne uscirà, non ci sono regole matematiche. Così ci si trova pieni di amuleti e portafortuna, non so neanche quanti ne ho in tasca. E a controprova estrae un piccolo ed elegante simbolo di San Gennaro, che indossa appeso al collo. «Ma ciò che è davvero importante sono le persone e l’energia positiva che ti portano».

Come fosse sempre una “prima”.
Esatto, realizzare un film è come cucinare. Prepari un piatto con tutti gli ingredienti precisi e non ti viene. Allora vai a sensazione, come faccio io n cucina, dove non sopporto le critiche. Al cinema, ci sono volte in cui mi rendo conto che avrei potuto rendere meglio una scena, un’emozione. Poi incontro sempre qualcuno che mi dimostra che quella scena, proprio quella del mio dubbio, lo ha colpito, commosso, emozionato. E allora capisco di aver fatto al meglio, proprio come un buon piatto.

Sei perfezionista o preferisci la coralità delle emozioni che consegni al pubblico?
Racconto semplicemente le mie emozioni, non cerco di fare un film che abbia un messaggio o almeno non lo costruisco in questo modo. Cerco di condividere con gli altri ciò che mi piace, sempre. Se mangio qualcosa che mi piace tanto, vorrei che nello stesso momento, tutte le persone che amo lo assaggiassero. Quando giro un film, l’obiettivo è la condivisione con il pubblico: se durante una giornata in cui giriamo non mi sono emozionato, tornando a casa sto male.

È la vita che influenza il cinema o il contrario?
Penso entrambe le cose. Per me, per il mio sguardo, trovo che il cinema sia trasposizione della vita. Io racconto solo ciò che davvero voglio narrare, non ho mai, nella mia vita, fatto scelte forzate, è un lusso che mi sono concesso. Un atteggiamento che viene molto da mia madre, che andava fino in fondo alle cose. Un giorno, a scuola, la maestra ci parlò male degli armeni e dei greci e a casa lo raccontai a cena. Il giorno dopo venni chiamato insieme alla maestra nell’ufficio del preside e lì trovai mia madre che chiese alla maestra le ragioni per le quali insegnava l’odio. Io allora mi vergognai molto dell’atteggiamento di mia mamma, poi con il passare del tempo ho capito quanto avesse contribuito alla mia apertura mentale. Anche se nei due anni successivi, la maestra me la fece pagare in mille modi...

E il rapporto con tuo padre?
Lui non voleva che venissi in Italia, mi avrebbe voluto negli Stati Uniti, però venni ugualmente. Mi dava uno stipendio per studiare, ma dopo tre anni mi pose di fronte a un bivio e io scelsi di seguire la strada del cinema. Ho cominciato intervistando i grandi registi, da Bertolucci a Elio Petri e Massimo Troisi, che fu il primo a farmi lavorare. Mio padre continuava a considerarmi un fannullone. Poi Il bagno turco, selezionato a Cannes, cambia la mia vita. Un giorno mi chiamò da Istanbul: invitato a un pranzo tutti gli chiesero se fosse mio parente, alla risposta «sono il padre» gli fecero grandi feste.

Quando è mancato, in un cassetto della sua scrivania, ho trovato tutti i ritagli delle mie cose che lui aveva raccolto e conservato. Ho pianto tutto il giorno. Mi ripeteva anche di laurearmi e io rispondevo: «Sono un regista papà, ho un lavoro». Quando mi hanno dato la prima e poi la seconda laurea Honoris Causa, mi è tornato in mente, e anche lì grandi pianti.

Oggi nel tuo essere regista c’è molta capacità di dare.
Mi piace enormemente, il rapporto con l’attore è come danzare, inizia facendo dei passi insieme sulla musica, poi man mano non segui più la musica e tutto scivola naturalmente. Gli attori sono creature di un’altra terra. Non a caso in Inghilterra, nel Medioevo, li seppellivano fuori le mura. Sono creature particolari, di grandissima sensibilità, bisogna solo amarle. Io non credo che sia l’attore a dover diventare il personaggio di un film, bensì il contrario, che sia una caratteristica attoriale ad avvicinarsi al personaggio. È successo anche nel cortometraggio realizzato per le Ferrovie dello Stato.

Ecco, parliamone.
Il saluto della ragazza al ragazzo, quel momento che tante volte ho visto e vissuto io stesso di salutare qualcuno, un’emozione sempre viva. Siamo partiti da lì. Poi abbiamo inserito un altro personaggio, questa signora che ha uno scambio di sguardi con la ragazza. Io seguo sempre la linea delle emozioni che si concentrano nel momento dell’incrocio fatto di sensazioni tanto profonde quanto rapide, scambi di energia e di positive possibilità, la vita che ci passa vicino. Succede anche nella vita reale, camminando per strada e incrociando uno sguardo, che ti fa pensare «che meravigliosa persona».

Per questo hanno inventato il rallenty?
Ferzan ride divertito (ndr).

Girando La Dea fortuna questo è accaduto?
Forse è l’unico mio film per il quale uso un’espressione di cui mi vergogno: «Mi piace tanto». Ci sono due o tre momenti davvero emozionanti, che non ti mollano, che arrivano a farti piangere. Anche ieri sera lavorando al montaggio me ne sono reso conto.

Lo spunto è tuo, autobiografico?
Ho perso mio fratello lo scorso anno, a causa di un tumore. Sua moglie due anni fa mi chiese, nel caso fosse successo qualcosa anche a lei, se io e Simone ci saremmo occupati dei loro figli, due gemelli con cui ho un bellissimo rapporto. Questa promessa l’ho fatta. Poi ci abbiamo pensato molto. Da lì è nata l’idea del film, dove una coppia riflette, dopo 15 anni, su ciò che è diventata e sul significato dello stare insieme. Senza pensare che siano un uomo e una donna o due uomini come nel film. Quando l’attrazione fisica passionale e l’erotismo si trasformano e svaniscono, ecco al suo posto il forte affetto. Il film racconta questa fase, di separazione, dell’arrivo di due bambini che aprono un mondo. Nella coppia l’uno conosce l’altra persona in un modo nuovo, vedendolo rapportarsi con i bambini. E lo spettatore dopo cinque, dieci minuti non pensa più che ha di fronte due uomini.

Nel tuo narrare i rapporti tra le persone, l’amore, l’affetto o la distanza, mai si legge la differenza.
Vero, ed è molto importante. Quando girai Le fate ignoranti non pensavamo avrebbe avuto il successone che ebbe. A breve gireremo una serie per la Fox, cambiando molte cose rispetto al film, ovviamente, perché sono cambiate molte cose anche in Italia, anche se il principio della storia rimane attuale.

Da allora ad oggi è cambiata la declinazione dell’amore?
È cambiato il mondo, e pure lo sguardo verso i rapporti. Io penso che unione civile significhi unione tra due persone, ma tutte le persone, io dico sempre sposatevi, unitevi, è una questione di diritti, di uguaglianza. Mi fanno sorridere certi matrimoni dove l’apparenza vince sulla sostanza. Ho amici serissimi che dicono: «Ci sposiamo il prossimo anno perché dobbiamo preparare vestiti, cibo, eccetera», «ma siete matti» gli rispondo io. Quando io e Simone abbiamo fatto l’unione civile non avevamo la nostra musica, né vestiti particolari, neppure gli anelli, e chi ci ha uniti era contento che fossimo così concentrati sul contenuto.

Che pensi dell’avere figli?
Sono per la libertà di scelta, ma per me, per la mia mentalità, ritengo che un bambino debba crescere con la mamma, preferisco essere vicino ai miei nipoti, non ho in testa il concetto di continuità. Poi è l’amore la colonna portante della vita, quello che passa su tutto. La sintesi è: rispetto, diritti, felicità. Tre anni fa i miei nipoti hanno saputo da Internet che mi sono sposato con Simone, sono andati da mio fratello e hanno chiesto una riunione di famiglia prima di cena.

Risultato?
Dopo aver analizzato la nostra situazione e la loro, dopo una breve riflessione, hanno capito di non essere gay: «Se sono felici zio Ferzan e Simone, lo siamo anche noi, questo è quello che conta».

Il profumo della tua infanzia?
Quello dei tigli, due grandi alberi che avevamo nel giardino di casa in Turchia. A casa nostra c’erano sempre tre tavolate: una in cucina, una in salone e una in terrazza. Era estate, avevo 15 o 16 anni, mi svegliavo e trovavo mio fratello con gli amici in cucina che mangiavano e bevevano. Oppure quando conoscevo persone nuove, la prima cosa che mia mamma proponeva era di invitarle a pranzo o a cena, era una politica per conoscerle. Capiva molto delle persone osservando come stavano a tavola.

Tutto ciò lo hai portato con te?
Sempre, una delle cose più belle del mondo è la condivisione del cibo e della felicità.

Il tuo rapporto con il viaggio in treno?
Amo viaggiare in treno, il concetto che è uscito fuori nel corto “La casa che ti porta a casa” è vero: sono io che porto le mie cose sul treno, dal computer a un libro, mi alzo e ho tutte le comodità di casa. E poi voglio dire che tutto il personale Frecciarossa è sempre gentile e disponibile. Ho avuto modo di osservare il grande lavoro che sta dietro alla partenza di un treno, un grande lavoro corale, come su un set cinematografico.