Anche la radio viene in soccorso di chi è recluso causa Covid-19. Tra le tante emittenti, senza ombra di dubbio, Radio 3 ha messo in piedi una programmazione utile, senza dimenticare la cultura, leit motiv dell’emittente. Ne parliamo con il direttore Marino Sinibaldi che è anche l’ideatore della celeberrima trasmissione Fahreneit. Anche lui, come tutti noi, conviene che «c’è un evidente clima cambiato, specie in un luogo come Radio 3, considerato uno spazio comunitario: gli ascoltatori ci seguono, ci sostengono e reagiscono alle domande che facciamo per ovviare a situazioni di solitudine e immobilità cui sono costretti. Quello che è cambiato è il linguaggio».
 

Com’è cambiato?

Abbiamo lavorato per trovare le parole adatte a rispondere a questa connessione, per essere all’altezza: un’evitabile condizione di serietà che, allo stesso tempo, richiede un allargamento della mente da parte di chi ci ascolta. Lo abbiamo fatto per evitare di ridurci a una sola dimensione, proponendo anche sentimenti, diversi dal sospetto e dalla paura, che ci portano la letteratura, la musica, il teatro. La parola “evasione” vuol dire uscire dal cerchio stretto nel quale siamo stati messi, non per ignorarlo, ma per viverlo meglio.  

 

Quali sono state le iniziative di Radio 3?

Una parte dei programmi è cambiata per rispondere, a modo nostro, a quello che sta succedendo. C’è molto spazio dedicato all’informazione scientifica, ma anche sostegno a tutta l’arte, la cultura e il teatro che, come luogo fisico, non esiste più. Stiamo facendo due cose: dare notizia di quello che accade virtualmente, come le librerie che portano libri a casa. In secondo luogo, appena c’è possibilità di offrire spazi, lo facciamo nelle trasmissioni. È un modo per rispondere all’appello di cercare la cultura in rete e attraverso la radio. E la rete, tanto demonizzata, è piena di cultura. 

Il direttore di Radio 3, Marino Sinibaldi. Foto di ANSA/Claudio Onorati

Non avete fatto solo questo, però…

Abbiamo creato uno spazio compensativo, con attori e artisti non andati in scena: facciamo suonare o recitare loro un brano o una parte dello spettacolo. Facciamo anche tour virtuali alle mostre che sono state chiuse. Teniamo in piedi il consumo e la pratica culturale. La visita guidata che facciamo non è un complemento a quella fisica, ma una sua sostituzione. Un modo per tenere aperto lo spazio della cultura dentro ciascuno di noi, per dare voce ai lavoratori della cultura, una parte del Paese che si trova in una situazione disperata dal punto di vista economico e identitario. Stiamo cercando di incoraggiarli, sostenerli.
 

È stata messa mano anche al vostro archivio.

Il nostro archivio è enorme e pieno di giacimenti culturali letti ad alta voce. Lo mettiamo a disposizione, riformulato come podcast, per gli spazi di vita vuoti che si sono aperti in queste settimane.


Quando tutto questo finirà ci sarà una ripercussione sul modo di fruire radio e tv?

Faccio fatica pensare al futuro: siamo sotto la cappa angosciosa del presente. Sicuramente non sarà più come prima. Stiamo imparando un modello di comunicazione, sia tra noi che a livello radiofonico, che era già possibile, ma al quale non prestavamo attenzione: eravamo ancora troppo succubi della fisicità, dell’orario di lavoro. Queste rigidità, forse, scompariranno, ma stiamo assorbendo qualcosa soprattutto per la qualità dei rapporti umani che si instaurano. Sotto la spinta di questa esigenza abbiamo capito come funzionare, anche se alcune cose dobbiamo evitare mutino: dobbiamo sottrarci al pensiero che questa separazione fisica ci divida, altrimenti cade l’idea di socialità e di alcuni consumi. Una cosa può andare bene in emergenza, ma non in una situazione di normalità. Il tipo di società che saremo, lo stiamo decidendo in queste ore. Stiamo vivendo nella fiducia reciproca, la risorsa che più avevamo perso nell’Italia di questi anni. E questo potrebbe farci uscire trasformati.