Su La Freccia di aprile il videogioco prodotto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Father and Son è il primo videogioco pubblicato da un museo archeologico


19 aprile 2017

L'articolo integrale di Michela Gentili è disponibile su ISSUU

Niente sangue, spari, battaglie. Ma un’avventura senza tempo che parla d’amore, amicizia, bellezza. E si snoda tra case color pastello, reperti antichi e opere d’arte. È "Father and Son", il videogioco in italiano e inglese disponibile gratuitamente su  App Store e Google Play

A produrlo e distribuirlo il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), che ha deciso di promuovere le proprie collezioni in modo non convenzionale.
«È il primo esperimento mondiale di questo tipo», spiega Ludovico Solima, professore all’Università degli Studi della Campania, che ha avuto l’idea con il direttore Paolo Giulierini. «Cercavamo strade innovative per raggiungere nuovi pubblici. E questo videogame, pensato per utenti internazionali di tutte le età, ha l’obiettivo di portare il museo fuori dal museo, per accrescerne la visibilità in contesti dove finora non era mai stato presente».

«Finora i videogiochi sono stati utilizzati soprattutto per fini didattici, perché considerati prodotti destinati ai bambini», precisa il game designer Fabio Viola, presidente dell’associazione TuoMuseo, che ha realizzato il progetto con un team internazionale. «Ma l’età media dei consumatori nel nostro Paese è di circa 35 anni. Per questo vogliamo rivolgerci a un’utenza trasversale, sfruttando tutti i vantaggi dell’interazione».

Un videogioco in 2D
Il gioco narrativo, in 2D a scorrimento laterale, esplora sentimenti universali attraverso le avventure di un ragazzo sulle tracce del padre archeologo che non ha mai conosciuto.

Il protagonista si muove tra le strade di Napoli, disegnate a mano dall’artista inglese Sean Wenham, accompagnato dalle musiche originali composte dal polacco Arkadiusz Reikowski. Per scoprire qualcosa in più sulla vita del genitore entra in contatto con le collezioni del MANN, che si integrano in modo attivo nella strategia nar­rativa. «Alcune delle opere esposte, come l’Ercole Farnese o il Naoforo, diventano il punto di partenza per una serie di viaggi temporali dove passato e presente si incrociano», chiarisce Viola.

L’utente può intavolare dialoghi a scelta multipla con altri dieci perso­naggi. E in base alle decisioni che compie il finale sarà sempre diver­so, così da incentivare la rigiocabi­lità. «È un’esperienza di storydoing, un modo di fare storytelling in cui il fruitore non ascolta solo una storia ma ne è partecipe». Senza contare che Father and Son, nato per rac­contare l’arte, finisce per diventare arte esso stesso. «Abbiamo voluto rilasciarlo senza pubblicità proprio perché lo consideriamo una forma culturale, al pari di un film o di un li­bro. Un’espressione della contempo­raneità», conclude Viola, «che veico­la bellezza, storia e architettura».