La Freccia ottobre dedica la sua cover alla città di Trieste

Sulle tracce di una Trieste sospesa tra eredità del passato e progetti futuri

L'articolo integrale di Serena Berardi è disponibile su ISSUU

5 ottobre 2017

Superba con i suoi palazzi Liberty. Elegante con i suoi teatri e i suoi caffè. Legata al mare e ai suoi umori che la penetrano fin dentro le viscere. Trieste è una terrazza sull’Adriatico che conserva le vestigia dello splendore imperiale, ma mostra in alcuni angoli i segni della decadenza di un ruolo perduto. La sua posizione liminare le ha fatto assorbire la vitalità di culture diverse e allo stesso tempo vivere una storia dolorosa.

«Era un borgo di pescatori e di raccoglitori di sale che all’improvviso si ritrova proiettato in una dimensione europea e internazionale, unico sbocco al mare dell’impero austro-ungarico che raggiunge il culmine della sua importanza agli inizi del ‘900», racconta Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, figlio di Trieste e suo profondo conoscitore. «Cade nella marginalità con l’occupazione italiana e molta della sua peculiare identità viene portata via a partire dal 1918. Il Fascismo poi ci ha imposto l’italianizzazione, molti hanno dovuto cambiare cognome.  La lingua slovena è stata bandita, la comunità germanofona costretta a scappare, quella ebraica è stata colpita dalle leggi razziali, proclamate nel 1938 proprio in piazza Unità d’Italia», continua. «Trieste è una città che cerca di ritrovare la sua rilevanza, ma deve fare i conti con 20 anni di regime, cinque anni di guerra e un drammatico periodo post-bellico, saturo di divisioni e rancori, che ha strascichi ancora oggi». Le suggestioni lasciatemi da Rumiz, insieme ai tanti spunti di itinerario, mi accompagnano in un giro della città alla ricerca della sua eredità e del nuovo volto. 

Appena esco dalla stazione in piazza della Libertà scorgo i profili dei silos e dei magazzini del Porto Vecchio. Costruito sotto l’impero austro-ungarico tra il 1868 e il 1887, riproduceva le caratteristiche dei Lagerhauser – porzioni di città destinate alla movimentazione delle merci – dei grandi porti del Nord Europa. Punto nevralgico per lungo tempo di attività economiche e traffici commerciali, dopo la Seconda guerra mondiale conobbe un graduale declino e oggi appare come una città abbandonata, una sorta di set western con strade deserte e al posto dei saloon in legno enormi hangar in muratura. Un piano di recupero ne riqualificherà una parte nei prossimi anni, come già è avvenuto per il Magazzino 26, il Magazzino delle idee, la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica, che sono diventati location per esposizioni ed eventi.

Lascio lo scalo e m’infilo nelle vie interne. Raggiungo piazza Oberdan, dove parte il famoso tram n° 2 per Opicina (temporaneamente sospeso), e dove trovo in un angolo una libreria slovena aperta recentemente, uno dei tanti segni della vocazione multiculturale cittadina. Qui prima c’era un negozio di mobili dove sono state girate alcune scene del film La miglior offerta di Giuseppe Tornatore. Ora, invece, le pareti sono ricoperte da un alveare di scaffali dal design moderno. La maggior parte dei titoli è in lingua slovena, con molti volumi su Trieste e le sue minoranze. Chiudo i libri e torno verso il mare.

Arrivo sino al Canale di Ponterosso, un corridoio navigabile che s’insinua tra palazzi dai colori gentili, un tempo animati dai mercanti e dai loro affari febbrili. Il Canale fu costruito proprio per permettere il carico e lo scarico di merci fin dentro la città. Cammino lungo le sponde, accanto ai tavolini dei caffè, e vedo sul ponte una figura scura con un cappello e le mani in tasca. È James Joyce, o meglio la sua scultura in bronzo. La presenza dello scrittore irlandese è ancora viva in città, tanto da poter ripercorrere il periodo della sua permanenza in un itinerario segnato da targhette affisse sopra una ventina di edifici e luoghi urbani. Ne trovo una proprio al civico 3 di piazza Ponterosso, dove Joyce visse poco meno di un mese nel 1905, e un’altra poco più avanti sul Caffè Stella Polare: qui tra il 1907 e il 1908 l’autore dublinese lesse al fratello i suoi racconti e i capitoli di A portrait of the artist as a young man.

Sulla piazza alla fine del canale si affacciano la Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo e quella serbo-ortodossa di San Spiridione Taumaturgo, testimonianze monumentali dell’integrazione religiosa tra i diversi popoli dell’Impero. All’interno della prima domina il bianco, nella seconda un tripudio aureo cattura lo sguardo con gli stucchi dell’iconostasi, le decorazioni, i mosaici dorati e lo sfavillio delle fiammelle dei ceri. Continua a leggere su ISSUU