Su La Freccia di novembre l'intervista a Diamante d'Alessio, direttrice di "Io Donna"

A tu per tu con la responsabile del magazine al femminile del Corriere della Sera

di Marco Mancini, anche su ISSUU

Aveva ragione Shakespeare, gli occhi delle donne «brillano ancora del vero fuoco di Prometeo». Quelli di Diamante d’Alessio, che incontro in una tiepida mattina autunnale, sono acuti e penetranti, da mettere quasi soggezione. Mostrano e contengono, per dirla ancora con le parole del Bardo, un mondo di passioni e valori, tutti vissuti con lo stesso entusiasmo che nutre il suo lavoro. Diamante è direttrice da otto anni di IO Donna, il settimanale femminile del Corriere della Sera, che gli uomini non disdegnano affatto di sfogliare: «Sono il 30% dei nostri lettori». Mastica giornalismo da quando aveva 20 anni. «Fui assunta per fare il praticantato a L’Automobile come fotografa, mentre mi stavo diplomando allo IED, l’Istituto Europeo di Design. In contemporanea frequentavo l’università».

Una bella esperienza, difficile da immaginare oggi.
Sì, entrare in un giornale da ragazzina è stato entusiasmante. Oggi è impensabile. E ho avuto grandi maestri come Umberto Cutolo e Carlo Luna. L’Automobile in quegli anni aveva un milione e mezzo di abbonati. Per loro giravo alla scoperta dell’Italia minore che fotografavo e descrivevo. Un’esperienza straordinaria che mi ha permesso di fare l’inviata di Dove, girare l’America, l’Asia, poi l’Africa.

Quindi raccontare i viaggi e i luoghi è nelle tue corde?
Da sempre. E amo moltissimo viaggiare in treno, non lo dico perché mi intervisti per La Freccia. Ah, mi raccomando, scrivi che sarei felice se Trenitalia estendesse a tutto l’anno la promozione che permette ad agosto di portare il cane in treno a un prezzo accessibile. I quattro zampe ormai fanno parte delle famiglie.

Lo scriverò, promesso.
Il treno mi piace perché puoi guardare fuori dal finestrino, e io amo guardare fuori dal finestrino. Anche tra Roma e Milano, che pure faccio quasi tutte le settimane. E poi trovo che le tre ore di viaggio siano un giustissimo iato per passare fra due città completamente diverse.

Diversità, il viaggio è scoperta?
Certo, scoperta assoluta: intellettuale, gastronomica. Poi ci sono i viaggi che ti portano nei luoghi del cuore e quelli che “risistemano la polare”. Io cerco di alternarli. Amo moltissimo le isole selvagge, Ponza, Pantelleria, isole rimaste assolutamente spettinate. Poi la forma mentis che mi ha dato L’Automobile mi spinge a scoprire e apprezzare luoghi meno conosciuti. Guidare in una strada a caso della campagna senese per ritrovarsi, che so, a Monteriggioni o a Bagno Vignoni. La campagna senese mi piace da pazzi, è una terra piena di vita.

Mi inorgoglisce come parli delle mie terre, però mi incuriosiscono i viaggi che “risistemano la polare”. Ma che cosa sono?
Sono quelli che tutti noi, nati nella parte fortunata del mondo, dovremmo fare quando ci innervosiamo per stupidaggini.

Spiega meglio.
Ecco, io sono molto vicina a due Ong: sono ambasciatore di Oxfam, che si occupa delle donne e della disuguaglianza nei più disparati luoghi del mondo. Con loro sono in partenza e andiamo nei campi profughi, in Libano e Giordania. L’altra è Cuamm - Medici con l’Africa, una Ong italiana nata a Padova. Insieme a Cuamm sono andata in Uganda, nell’ospedale a dieci ore di pista rossa da Kampala, dove fanno partorire in sicurezza le donne. Vedere queste realtà con i propri occhi risistema “la polare”. Sarebbero viaggi da incentivare, magari con un’agenzia ad hoc. Parti per fare del bene, pensi di fare del bene a loro, ma in realtà il bene lo fanno loro a te.

Un giornale può fare del bene?
In una certa misura sì, come quando dà una mano a organizzazioni come queste, una volta accertata la loro serietà.

Facci qualche esempio.
Per Oxfam abbiamo inviato alcune grandi scrittrici italiane, come la Avallone, la Baresani e la Gamberale, nei luoghi dove questa Ong inglese opera, per raccontare e testimoniare l’attività che svolge, e ne abbiamo fatto un numero speciale di Ferragosto. Per Cuamm, a Natale di un paio di anni fa, abbiamo portato in Uganda un grande fotografo come Antonio Biasiucci, protagonista allora della Biennale di Venezia. Ne è venuta fuori una copertina emblematica, un lavoro sulla maternità. Un dittico bellissimo che è stato acquistato ed è entrato a far parte della collezione permanente della Sandretto Re Rebaudengo. Quei soldi sono serviti per aiutare Cuamm facendo del bene in maniera concreta.

Oltre a informare e raccontare un giornale può anche scuotere le coscienze. Tra i temi più cari a Io Donna c’è la questione femminile. Iniziamo dal mondo del lavoro. Come FS Italiane siamo impegnati a stimolare l’occupazione femminile anche in professioni tecniche, tradizionalmente prerogativa maschile…
Lodevole impegno, perché in Italia c’è davvero tanta strada da fare. Solo il 46,8% delle donne lavora, ed è una delle percentuali più basse d’Europa. Il World Economic Forum ha stilato un indice, il global gender gap, che misura quanto e cosa manca per raggiungere la parità di genere. In dieci anni abbiamo scalato molte posizioni, passando dal 77esimo al 41esimo posto, ma siamo ancora 111esimi su 145 Paesi analizzati per tasso di occupazione e opportunità di lavoro. Da noi, una donna su quattro dopo la gravidanza lascia il lavoro.

Occorrono provvedimenti specifici?
Più asili nido, anche aziendali, assistenza per gli anziani, voucher e la paternità obbligatoria che nei Paesi del nord è un fatto normale.

E un cambio di passo culturale per superare molte disparità?
Barbara Stefanelli, vicedirettore vicario del Corriere della Sera, una delle donne più vicine a raggiungere una posizione per adesso tenuta solo da uomini, ha dato centralità a queste riflessioni sul giornale. E con Il tempo delle donne, bellissima manifestazione nata quattro anni fa, il confronto si è esteso. Perché la parità di genere è anche ricchezza per il Paese.

In che senso?
Reale, concreto: ci sono studi anche del Fondo monetario che misurano un pieno rilancio dell’occupazione femminile in oltre 15 punti di Pil.

Del resto il lavoro è anche dignità e realizzazione di sé.
E una donna che lavora è più libera dalle violenze domestiche, perché indipendente e rispettata socialmente.

La cronaca ci racconta ogni giorno di violenze sulle donne…
Un grave problema. Perché siamo una società ancora nettamente maschilista, con l’uomo che si trova però spiazzato da don-ne sempre più forti, che vogliono assolutamente avere un maggiore ruolo nel lavoro, ma senza perdere la possibilità di fare figli. Gli uomini che uccidono e aggrediscono sono uomini fragili, non sono uomini forti. È obbligo delle donne, della società e degli altri uomini aiutarsi a vicenda per creare dei ruoli sempre più condivisi.

Però, a giudicare da certi post sui social, anche di fronte a episodi di violenza sessuale, non pare ci sia tra le donne un’estrema solidarietà.
Lo so, e non dovrebbe essere tollerabile, bi-sognerebbe cercare, almeno le persone di buon senso, di isolare la violenza sul web. Ma è un’altra dimostrazione di fragilità che necessita di essere affrontata tutti insie-me, partendo dall’educazione scolastica.

Sul web sono in tanti a dare il peggio di sé.
Purtroppo sì. Ma c’è dell’altro. Siamo ossessionati dall’immagine, fino al punto di crearci una vita parallela, una sorta di second life. Ecco, i social stanno facendo questo: tutti sentiamo l’esigenza di far vedere agli amici in quali bei posti andiamo in vacanza, i meravigliosi piatti che sappiamo cucinare, i figli bellissimi che abbiamo… e ci dimentichiamo poi di guardare, di conversare e dedicare tempo all’altro, perché è tutto un dedicarsi all’immagine riflessa di noi stessi, dai social ribattuta ovunque.

Digitale e virtuale stanno sconvolgendo anche il mondo dei media…
È vero, anche noi di IO donna abbiamo un sito molto visto e frequentato. Lo stesso per i social. Però la carta resta il nucleo fondante.

Reggerà?
Sì, quanto meno me lo auguro, perché con la carta sei tu che scegli il ritmo. Comunque carta e digitale stanno diventando complementari, creando interazioni. Un esempio: abbiamo uno psicanalista, Claudio Risé, i cui post ricevono centinaia di commenti. Ha creato una tribù che si rinnova. Quando un argomento diventa molto caldo, va anche sulla carta, innescando così un circolo virtuoso.

Altro da aggiungere?
Sì, la soddisfazione che mi dà dirigere Style Piccoli, al quale sono molto affezionata. Io amo le startup dei giornali e questa, nata come costola di Style, la sento come una mia creatura. Che guarda ai nuovi maschi, ai padri che vivono intensamente la loro paternità, parlano e trovano la misura per condividere giocosamente con i figli le proprie esperienze professionali, dalla cucina ai viaggi, dall’arte alla narrativa.