La Freccia intervista Riccardo Chailly

Sul numero di novembre il celebre direttore d'orchesta

di Bruno Ployer, disponibile anche su ISSUU

Sul podio del Teatro alla Scala di Milano, Riccardo Chailly dirige opere, concerti e prove aperte nelle quali dialoga con il pubblico. Il concerto gratuito della Filarmonica in piazza Duomo è ormai un appuntamento annuale fisso. Le tournée portano l’orchestra e il suo direttore principale nelle sale da concerto internazionali più prestigiose, i dischi con la Decca fanno arrivare ovunque la musica di questa eccellenza italiana.

Con Chailly parliamo dei primi grandi impegni della stagione: innanzitutto l’inaugurazione della Filarmonica della Scala, il 12 novembre, con il Concerto per violino n.1 di Šostakovic e il Concerto per orchestra di Bartókdue capolavori del XX secolo. «Il ’900 storico è sempre più amato dal pubblico», inizia subito Chailly. «La contemporanea invece è più latitante nei programmi sinfonici: questo è un problema. Come tutte le cose che non si conoscono, al primo ascolto crea timore. Per i concerti bisogna scegliere musica nuova che abbia impatto sugli ascoltatori, che crei il desiderio di ascoltare di nuovo quel brano».

Con la Filarmonica avete registrato recentemente un album di colonne sonore di Nino Rota per i film di Fellini, che uscirà nel 2019. Non le sembra che la musica da film si sia affermata come la classica del ’900?
Sta succedendo anche con le musiche di Šostakovic legate a cinema e teatro, per esempio. È musica molto attraente e sorprendente che piace molto. Anche Nino Rota, con la sua genialità e infinita vena melodica è un grande autore del secolo scorso.

Lei è sul podio anche il 7 dicembre per l’inaugurazione della stagione lirica della Scala, di cui è direttore musicale. Dirigerà Attila, una delle opere meno celebri di Giuseppe Verdi. Perché l’ha scelta?
Perché abbiamo pensato di programmare negli anni le tre opere che seguono cronologicamente l’una all’altra, cioè Giovanna d’Arco, Attila, per poi approdare tra un paio di stagioni a Macbeth, il primo vero grande capolavoro verdiano.

Maestro, siamo negli anni dell’ascolto musicale dal telefonino o dal computer, spesso distratto e della durata di poche decine di secondi. Secondo lei che speranze ha la musica classica, con le sue lunghe sinfonie, di attrarre nuovi ascoltatori?
Adoperando tablet o smartphone si può avere solo un incremento. Io vedo molto positivamente questo fatto. Certo, non sarà ideale per la qualità della riproduzione del suono, però si ascolta musica classica: è un punto in più di conoscenza o di scoperta. A volte mi sorprendo io stesso, anche quando ascolto una canzone del passato, dei Beatles che ho amato tanto o di autori italiani. In fondo una melodia è una scoperta che raggiungi in meno di cinque minuti. È sorprendente come abbia la forza di entrare nella memoria di un ascoltatore e di impossessarsene.

Il numero di novembre della Freccia è dedicato alle arti. Come giudica la situazione attuale in Italia della sua arte, la musica?
Abbiamo una nazione sconvolgentemente leader nelle arti, non solo nella musica. Recentemente ho fatto un giro con amici in Toscana, nei centri culturali del Rinascimento. Mi ha dato l’idea di come l’Italia sia da identificare sempre di più con questi valori. Bisogna saperli proteggere, conservarli al meglio e non lasciarli andare come talvolta succede. Lo stesso per il patrimonio della musica sinfonica e lirica italiana: il loro ascolto dal vivo dipende moltissimo dalla sovvenzione con denaro pubblico.

Lei è stato assistente di Claudio Abbado. Qual è secondo lei l’eredita più preziosa lasciata da Abbado?
La sua personalità interpretativa. Questo è documentato sia nella memoria di chi ricorda, che nelle registrazioni discografiche. Per quanto mi riguarda, ritrovo a volte nel mio lavoro a Milano il suo percorso musicale, che io ho tanto seguito. Per esempio, ci sono tracce ineluttabili del suo Verdi.

L’era dei direttori-dittatori è tramontata. Lei che rapporto ha con i musicisti alla Scala?
Credo sia giusto che oggi si pensi alla direzione d’orchestra in un clima molto più collettivo. È un dare e prendere quotidiano tra di noi, mi dà molte soddisfazioni.

Lei non è certo un personaggio delle cronache mondane. Le piace la vita ritirata?
Molto. Cerco di dare il massimo quando sono al lavoro, ma immediatamente dopo desidero confinarmi nella mia vita privata.

Ha un pupillo, un allievo prediletto che vorrebbe seguire le sue orme?
Mi chiedono spesso di tenere corsi di direzione d’orchestra. Non l’ho mai fatto finora, anche perché non so se ho la pazienza sufficiente (sorride, ndr). Forse più in là lo farò e questo potrebbe significare avere un allievo che dà segnali di particolare talento. Per fare il direttore d’orchestra non basta studiare al conservatorio, ci vuole una predisposizione naturale.