La Freccia intervista Mariella Enoc

La presidente dell'Ospedale Bambino Gesù in occasione dei 150 anni dalla fondazione dell'istituto

4 febbraio 2019

Mariella Enoc ci accoglie nel suo piccolo ufficio, dalle dimensioni inversamente proporzionali alle enormi responsabilità che incombono su di lei in qualità di presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Alle pareti foto di mamme africane – l’Africa e la Repubblica Centrafricana sono il suo grande amore – e altre che la ritraggono insieme a Papa Francesco, vicina ad alcuni piccoli malati, durante la visita privata del Pontefice alla sede di Palidoro, vicino a Fiumicino (RM). L’ufficio è un’allegoria del suo profilo umano e professionale: scrigno di modestia, sobrietà e amore per gli ultimi che racchiude determinazione e grandi capacità manageriali. Riconosciute dal Santo Padre che nel 2015 l’ha chiamata a rivestire questo delicato quanto prestigioso ruolo.

A marzo il Bambino Gesù celebra i 150 anni dalla fondazione. Un traguardo storico, e il futuro? 
Il futuro ha solide radici proprio nel passato, perché questo ospedale è stato il primo in Italia a capire che i più piccoli andavano curati in una struttura a loro dedicata. Il futuro è continuare a farlo sempre meglio, ampliare le possibilità della ricerca per riuscire a combattere e debellare gran parte delle malattie, disporre di nuovi spazi e migliori possibilità di accoglienza.

Già oggi siete un’eccellenza in Italia e nel mondo. 
Il nostro è un policlinico con tutte le specializzazioni, riconosciuto come ospedale accademico: 600 posti letto, circa 2 milioni di prestazioni erogate nel 2018, due strutture di Pronto Soccorso, qui al Gianicolo e a Palidoro, quattro sedi, oltre 3mila dipendenti. Nelle nostre sale operatorie si effettuano tutti i trapianti di organo solido e di midollo. A Palidoro abbiamo uno dei centri più importanti in Italia per la riabilitazione dopo infortuni o gravi patologie. E siamo un centro di ricerca scientifica tra i più avanzati a livello pediatrico in Europa e nel mondo, con oltre 700 persone impegnate nel settore.

Un motivo di indiscutibile orgoglio e vanto anche per il Paese.
È vero. E questo perché abbiamo investito e continuiamo a investire tantissimo nella ricerca, senza la quale non può esserci cura. La nostra, poi, è una medicina traslazionale, vicina al letto del paziente. I clinici esaminano la malattia, i ricercatori lavorano e se quello che emerge dagli studi può avere un valore terapeutico trova rapida e concreta applicazione.

Il tutto, è ovvio, nell’assoluto rispetto di regole, autorizzazioni, verifiche, comitati etici... Proprio un anno fa i nostri ricercatori, manipolando geneticamente le cellule del sistema immunitario di un piccolo paziente affetto da leucemia, le hanno rese capaci di riconoscere e attaccare il tumore, mettendo a punto un’efficace e personalizzata terapia.

Il futuro, ha detto, è anche disporre di nuovi spazi.
Sì, stiamo per aprire un'altra sede a Villa Luisa (a Roma, sull’Aurelia) dove ospiteremo il primo centro di cure palliative per i bambini in tutto il sud Italia. Stiamo avviando i lavori per ampliare la sede di Palidoro e abbiamo in progetto di costruire una nuova parte di ospedale che potrebbe diventare il primo centro oncologico pediatrico italiano. 

Grandi progetti, grandi investimenti. Ma le risorse? 
Arrivano dal Servizio sanitario nazionale che paga le cure dei pazienti italiani. Per quelle dei bambini che provengono da altri Paesi, dobbiamo recuperare fondi grazie alla solidarietà di tutti coloro che credono nei nostri progetti e ci aiutano. Quelle per la ricerca seguono invece le strade storiche, siamo un IRCCS (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico), ma queste realtà sono ormai così tante e la torta è così piccola che non arriva molto. Però i nostri scienziati sono davvero molto bravi, vincono tantissimi grant e, quindi, in parte si autofinanziano. Ma le risorse non sono mai troppe, per questo chiediamo di donare sempre alla ricerca scientifica.

L'intervista integrale di Marco Mancini è disponibile su issuu.com