La Freccia intervista Franco Bechis

Il giornalista ospite della rubrica Medialogando

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Quando Franco Bechis era direttore del Tempo, Claudio Sabelli Fioretti, intervistandolo, scrisse di lui: «È uno di quei giornalisti per i quali la notizia è un mito e non c’è regola morale». Sembrano quasi parole di biasimo, che risuonano invece come un complimento, se da ogni vero giornalista ci attendiamo che sfruculi dove noi non arriviamo e racconti, senza imbarazzi, anche le più scomode verità.

Qualche settimana fa, sul suo sito L’ImBECcata, ha riferito di una vicenda che la dice lunga su certi opachi meccanismi legislativi. Un emendamento al Milleproroghe, sul rinvio della fatturazione elettronica, è entrato di soppiatto, sepolto tra altri mille, nel testo presentato alle Camere, ma «nessuno ne sapeva nulla, né il ministro né gli altri sottosegretari». Poteva essere votato, distrattamente, e diventare legge, assecondando gli interessi di qualcuno. Incontriamo Franco Bechis a Roma, un lunedì mattina, è in procinto di lasciare l’amata Capitale, dove, lui torinese, vive dal 1990, per raggiungere Perugia. Da gennaio è direttore dei Corrieri (Umbria, Siena, Arezzo, Viterbo e Rieti). 

Un bell’impegno.
Sì, ogni sera faccio ben cinque prime pagine. Certo, con il suggerimento, quando c’è, dei caporedattori.

Come si difendono i quotidiani locali dalla grave crisi dell’editoria tradizionale?
Resistiamo meglio perché accendiamo il nostro faro sul microcosmo locale. La forza dei nostri Corrieri è quella di raccontare le notizie anche piccole di paesi di cui non parla nessuno. E lo vedi se vai in giro, trovi il giornale nei bar, la gente lo apre sulla pagina locale e non legge nient’altro, forse giusto lo sport. E anche lì ci leggono perché diamo spazio ai campionati minori: il lunedì facciamo il 40% di venduto in più. Al microcosmo il grande web guarda meno, o per niente, e quindi lì c'è meno concorrenza.

Perché il web ormai ha preso il sopravvento…
Certo, la gente durante la giornata si è abituata ad avere notizie da Internet, a ritenere che tutta l’informazione sia gratuita e questo ha complicato molto la vita dei giornali fatti da professionisti retribuiti e con un prezzo da pagare in edicola.

Quindi?
Dobbiamo fronteggiare la concorrenza digitale con il nostro sito web, anche facendoci auto concorrenza, rispetto al quotidiano. Non possiamo però aspettare il giorno dopo per dare una notizia che è già diventata patrimonio di tutti. In Umbria, tra l’altro, ci sono molti portali d’informazione ben fatti. Poi la raccontiamo lo stesso sul giornale, però offrendo qualcosa di più: chiavi interpretative, retroscena, opinioni che magari sono più complicate per i siti e che invece cerca il lettore della carta stampata. Comunque io punterei a una maggiore differenziazione.

In che senso?
Alla fine l’unico prodotto che non è trasferibile sul giornale è il video. Affiderei quindi la narrazione sul web essenzialmente ai video. Con un racconto a tamburo battente che dà un’altra immediatezza rispetto allo scritto. E in questo caso, anche sullo stesso argomento, non c'è il rischio di auto concorrenza. Certo, quel che sembra facile da realizzare a Roma, nella provincia italiana è più complicato. E anche in questo caso la competizione diventerebbe infinita, perché un qualsiasi ragazzino potrebbe fare un video con il telefonino.

Però, come riflettevi prima, e come abbiamo detto spesso in queste pagine, il lavoro giornalistico ruota soprattutto sull’interpretazione e cucitura dei fatti. Le notizie in rete giocano sulla velocità, che non sempre si accompagna alla precisione.
Sì, ma anche questo è sempre successo. Ho lavorato in giornali piccoli che avevano un concorrente grande e spesso, pur di essere i primi a dare una notizia, accettavamo anche un certo tasso di imprecisione.

Anche le fake news non sono una novità della rete o dei social, sebbene la loro propagazione oggi può diventare virale in breve tempo.
È così, e comunque il fenomeno delle false notizie è meno grave di quel che lo si fa. Quando non c’erano i siti, per e-mail arrivavano le catene di Sant’Antonio sullo status dei parlamentari con informazioni fuorvianti. C’era pure chi giocava con i giornali, divertendosi a prenderli in giro con notizie false e banali, ma di questo non è rimasta memoria.

Non sempre la verifica delle fonti viene svolta con il giusto impegno…
No, a volte erano notizie false, ma innocue e banali. Negli anni ’90 è apparsa più volte quella di un incidente stradale causato da un automobilista distratto dalla vista di due che facevano l’amore alla finestra. Era semplicemente inventata. Poi ne sono state pubblicate altre che non stavano in piedi su questioni ben più rilevanti, anche sulla carta stampata. Certo, i giornali non hanno mai avuto la stessa capacità di penetrazione del web, ma la tv sì e non è che anche in tv non siano circolati degli strafalcioni.

Però in rete c’è un’interazione continua, hater, profili fasulli, autoparodie.
Questo sistema di profili falsi, o anonimi, o sotto pseudonimo, che possono dire quello che vogliono, è certamente un problema, ma è abbastanza tipico di quel mondo lì. Io mi chiamo Franco Bechis, mi firmo così e come pseudonimo uso l’anagramma del mio nome, quindi sono riconoscibile e voglio esserlo. Più complesso il discorso per quanto riguarda la satira e l’ironia.

In che senso?
L’ironia è fonte di fraintendimenti. Non la capisce il 90% della gente e così una battuta viene presa sul serio e diventa notizia. Me ne sono reso conto perché ho una certa tendenza a usarla nella mia scrittura, poi mi accorgo, magari dalle lettere dei lettori, che non l’ha colta nessuno e capisco che ho sbagliato io.

Quindi succede in rete ma anche sui giornali.
Ma sì, perché un conto è scrivere per un pubblico professionale o di lettori molto specializzati e attrezzati, un conto è un giornale generalista su cui diventa rischioso fare cose non piane, perché la gente ha bisogno di comunicazione semplice. Così, per esempio, sulle testate che dirigo faccio un nazionale ma personalizzato, fruibile da tutti, per comunicare ogni giorno quel che di più rilevante succede in politica, cronaca o economia.

Preponderante resta però il rapporto con il vostro territorio. Questo mese la cover story della Freccia è dedicata proprio a Perugia e all’Umbria.
L’Umbria sta vivendo una stagione particolare. Non voglio fare l’esperto, sono lì soltanto da dieci mesi, ma si capisce facilmente: era una regione con un elevato numero di dipendenti pubblici, ne trovavi spesso uno in ogni famiglia, che anche negli anni di crisi poteva quindi contare su uno stipendio sicuro. Questo ha depotenziato la voglia di rischiare. Spesso chi si dedicava all’enogastronomia o all’agriturismo non faceva altro che aggiungere un hobby a uno stipendio certo. Era un po’ un gioco, mentre queste attività per compiere il salto di qualità devono diventare professionali.

Ora, invece?
Da qualche anno il settore pubblico ha bloccato il turnover e le cose stanno cambiando. E siccome il Corriere vuole essere vicino al territorio, aiutando questo cambiamento, abbiamo deciso di premiare, proprio a ottobre, con il coinvolgimento dell’Università di Perugia, di Confindustria Umbria, di Confartigianato e Coldiretti, tre imprese emergenti tra le startup, tra chi fa innovazione nel ciclo produttivo e chi cresce nell’export. Come startup ha vinto un’impresa impegnata nell’apicultura, nel processo innovativo una industriale, ma ci sono cinque imprese agricole tra i vari settori e una di queste è quella che esporta di più. Tutte imprese relativamente giovani.

L’Umbria vive anche di turismo. La Freccia, questo mese, si sofferma su quello enogastronomico. Voi pubblicate un supplemento settimanale dedicato proprio a questo settore.
Sì, Terra e Gusto. Lo abbiamo lanciato quest’estate in via sperimentale, uscendo di lunedì. Ora l’abbiamo posizionato il giovedì, offrendo così ai nostri lettori spunti per il weekend. Ci stiamo anche preparando per sdoppiarlo con articoli in italiano e inglese. 

In uno dei suoi primi interventi pubblici, il nostro amministratore delegato, Gianfranco Battisti, tra l’altro anche presidente di Federturismo, ha citato proprio Perugia, insieme a Siena, come esempi di città che dovranno essere servite meglio dal sistema ferroviario. Tra gli obiettivi la destagionalizzazione e la delocalizzazione dei flussi turistici. Eurochocolate, a Perugia a ottobre, è un caso esemplare in quest’ottica.
Sì, oltretutto è fatto in un momento in cui da solo è protagonista di tutta l’Umbria. Perché ovviamente sono di grande richiamo anche Umbria Jazz e il Festival di Spoleto, che però, paradossalmente, per una settimana sono in contemporanea. Non riesco a capire, se non hai molte iniziative di grande richiamo, e quelle lo sono, le fai coincidere per una settimana?

Insomma, bisognerebbe anche fare sistema.
Certo. Poi l’Umbria in primis avrebbe bisogno, e man mano stanno nascendo, di strutture per un turismo che spenda qualcosa in più, di alberghi sopra la media e di resort di lusso: servono anche questi per fare fatturato. E poi è necessario avere stabilmente un modo comodo per arrivarci. Magari facendo un accordo come Reggio Emilia con la stazione di Calatrava, da cui poi ti sposti in navetta, perché non è una regione così grande e in un’ora raggiungi qualsiasi posto partendo dalla ferrovia ad Alta Velocità. Certo, l’Umbria ha soltanto bellezze naturali, se le rovini è finita. Ma se proprio devi, facciamolo almeno in favore di infrastrutture che servono. Perché il vero problema è portare qui i turisti. L’idea di un aeroporto vicino, per esempio, non ha funzionato.

Perché?
Perché, al di là dei problemi gestionali, si è sbagliato a ipotizzare che realizzandolo davanti ad Assisi avrebbe raccolto i flussi del turismo religioso. Il quale, invece, ha una diversa organizzazione, con i pellegrini che raggiungono Roma e da lì vengono in pullman, e non in charter. Quello religioso è un turismo povero, fatto spesso di camminanti.

Una modalità, quella del turismo slow, che permette di ammirare le bellezze di questa terra.
Che andrebbero tutelate meglio.

In che senso?
Il centro di Perugia non è più il centro della vita. Hanno chiuso quasi tutte le botteghe, sono rimaste solo le più turistiche. La vita ormai si svolge nei centri commerciali, ovviamente periferici. Ce n’è uno enorme, a Collestrada, dove c’è l’imbuto del traffico e il bivio per andare verso Assisi. Lì trovi supermercati, negozi, parchi di divertimento per bambini. Sotto Corciano, uno splendido paesino medievale, c’è un’altra serie di centri commerciali dove la gente fa la spesa e trascorre il sabato e la domenica. Alcuni sono utili, non lo metto in dubbio, ma sono anche molto brutti, e c’è da chiedersi chi ne abbia autorizzato la costruzione. Brunello Cucinelli, che è un po’ l’anima di queste zone, ha lanciato un’idea: coloriamo tutti questi capannoni di color terra di Siena, così almeno si mimetizzano nel paesaggio.

Una sorta di provocazione culturale.
Fa parte delle sue battaglie e devo dire che non soltanto le lancia, ma spesso se le prende sulle spalle, anche finanziariamente. Se vai in giro per l’Umbria, dove non funziona il pubblico, il sindaco fa subito appello a Brunello Cucinelli, che ovviamente non può risolvere tutti i problemi.

Bechis ci racconta poi del suo amore per il jazz, del legame forte con la terra di San Francesco che già evoca il nome suo e quello dei figli, Chiara e Francesco. La prima le ha da poco regalato l’immensa gioia di diventare nonno. Noi ci congediamo da lui offrendo ai lettori della Freccia un assaggio di quell’Umbria che a ottobre si colora degli intensi odori e sapori d’autunno. Meta Perugia, raggiunta ormai stabilmente dal Frecciarossa, e i suoi splendidi dintorni.