La Freccia intervista Federico Ferrazza

Ospite della rubrica Medialogando Federico Ferrazza, direttore di Wired

 Trenitalia, con La Freccia di luglio in viaggio verso le mete da sogno

Di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Il futuro è già qui, inarrestabile. La redazione di Wired, dove incontriamo il direttore Federico Ferrazza in un afoso pomeriggio milanese, ne è un’attenta, scrupolosa narratrice. La sede si trova in uno storico palazzo posto di fronte al Castello Sforzesco. La location suggerisce un ossimoro, alla cui casualità ci piace conferire comunque un senso. Ne troviamo conferma nelle parole di Ferrazza, appena quarantenne, proiettato nel mondo dell’innovazione, quando attribuisce alcune sue convinzioni etiche all’essere già vecchio. Tutt’altro. È vero, piuttosto, che non si dà alcun solido futuro senza altrettanto solide radici.

Federico, cos’è Wired?
Wired nasce come un magazine tradizionale, ma oggi non lo è più. Oggi è un brand che fa ancora giornalismo, informazione e comunicazione sui temi delle scienze e della tecnologia utilizzando però più strumenti.

Quali?
Abbiamo un sito web, siamo presenti sui social network, pubblichiamo un giornale, organizziamo una miriade di eventi e stiamo pensando di puntare anche sulla formazione. Insomma, Wired non si identifica più esclusivamente con il giornale.

Nato negli Stati Uniti…
Sì, negli anni ’90, per raccontare la rivoluzione digitale e la crescita impressionante che allora aveva la Silicon Valley. Arriva in Italia diversi anni dopo, a marzo 2009, come mensile. Poi però la missione è cambiata.


State tracciando un percorso che riguarderà e già è stato intrapreso da altre testate classiche.
Wired ha sempre raccontato il futuro e il cambiamento, per cui, anche quando era solo un giornale, è stato percepito come qualcosa di più. Penso che i giornali oggi debbano andare a cercare la propria identità al di fuori del prodotto che fanno.


Quindi diventare (anche) qualcos’altro?
Sì, adattandosi ai mutamenti, com’è avvenuto nell’evoluzione biologica. Gli animali lo hanno fatto per sopravvivere al cambiamento dell’ambiente circostante. Alcune specie ci sono riuscite, altre si sono estinte. Siamo in una fase di questo tipo, dove alcuni giornali non saranno in grado di adattarsi al cambiamento e si estingueranno, altri ce la faranno e potranno in qualche modo proseguire.

Cosa sta cambiando nell’ecosistema dei media, in particolare per i giornali?
In primo luogo la perdita di lettori, che non vanno più in edicola. Non discuto la funzione del giornale, ma dal punto di vista imprenditoriale non potrà restare in piedi quel che è fatto da 300 persone e venduto a 100. Quindi, al di là di alcuni casi specifici, come Internazionale, che continua ad andare molto bene con gli abbonamenti, la tendenza è ben delineata.

E si porta dietro altre conseguenze.
Certo, gli investimenti pubblicitari si stanno spostando sempre di più dalla carta ad altri mezzi, soprattutto quelli digitali. Il calo di vendite rende l’investimento pubblicitario meno attraente. Insomma, per i giornali di carta il futuro è complicato.

E qui scatterà l’evoluzione selezione.
Sì, e secondo me ce la farà chi ha coltivato una forte identità, sia da un punto di vista politico, di settore, di tono di voce. Penso che il futuro sarà più loro che di testate super generaliste che, per forza di cose, perderanno presa e riconoscibilità. Wired ha una forte connotazione, apprezzata dai lettori e riconosciuta dagli investitori che, associandosi al brand, in qualche modo sanno di assorbirne anche i valori.

La crisi dei giornali porta con sé anche quella del giornalista, la sua funzione di mediatore e di filtro capace di trovare fonti e accertarne autorevolezza e attendibilità.
Su questo sono controcorrente. Sono tra chi pensa che le fake news nascano sui giornali e non su Internet. Le più grandi bufale degli ultimi anni sono apparse sui media tradizionali, o sui loro siti. Un caso storico, per esempio, è il dubbio che l’uomo sia andato o meno sulla luna, fatto circolare molto prima di Internet. Oppure, avvicinandoci ai nostri giorni, Vannoni e il metodo Stamina, pubblicizzato da trasmissioni televisive come le Iene. Ancor prima la terapia Di Bella. E più clamoroso l’aver dichiarato un legame tra vaccini e autismo, una fake news che nasce su The Lancet, giornale medico scientifico. Se metto in fila tutte questo, penso che sono i giornali stessi ad aver minato la loro credibilità nel corso degli anni. E oggi si trovano di fronte lettori che possono in qualche modo sbugiardarli.

Le tue considerazioni ci conducono nel campo della deontologia e dell’etica professionale.
Il giornalista dovrebbe essere sempre al servizio dei lettori. Quando non parliamo dei contenuti di una legge o ne parliamo solamente in funzione del fatto che la sua approvazione potrebbe far cadere o no la maggioranza di governo, non stiamo facendo un servizio ai cittadini. Noi dobbiamo informare e non rappresentare una lobby, perché poi il risultato è che la credibilità dei media è a zero.

Quindi un ruolo, anche fondamentale, il buon giornalismo lo avrebbe ancora.
Eccome. Io da piccolo ero appassionato di quel gioco della Settimana Enigmistica in cui si devono unire dei puntini. Ecco, io penso che quello sia il lavoro del giornalista oggi. Unire i tantissimi puntini dell’informazione che ci arrivano da Facebook, Twitter, Instagram, dalle mail, dai siti dei giornali o di testate non registrate ma che uno reputa credibili, e costruire un’immagine. Resterà l’ambizione di realizzare uno scoop, ma è una parte marginale del nostro lavoro. Che è invece dare ordine, pur scegliendo una propria agenda e linea editoriale. 

Dare ordine. In effetti quei puntini sono davvero tanti, pervasivi e persuasivi. Si è parlato molto del condizionamento prodotto dai social, anche nel marketing politico.
Certo, fare il lettore oggi è molto più difficile di un tempo, perché siamo bombardati da quei puntini. Però abbiamo la possibilità di informarci da più fonti e in tempo quasi reale, cosa che prima quasi nessuno faceva, salvo qualche addetto ai lavori che leggeva più di un quotidiano. Per difendersi occorre comprendere i meccanismi dell’informazione e crearsi un piccolo database di fonti più credibili e affidabili. Ci si mette un po’, ma se si vuole essere cittadini liberi e informati è un lavoro necessario. Il digitale ha fatto sì che i media non siano più top-down ma bottom-up, o comunque che ci sia dell’interattività, più faticosa della passività. Magari dà più soddisfazione ma in qualche modo bisogna soddisfarla.

Insomma dal marketing digitale ci si può difendere.
Inizierei anche a smitizzare il ruolo della Rete come fattore di controllo sociale o di indirizzamento dell’elettorato. Faccio un esempio. Alle ultime elezioni abbiamo visto come, soprattutto nei collegi uninominali, abbiano vinto la Lega al nord e il Movimento 5 Stelle al Sud. La famosa mappa dell’Italia a due colori. Ebbene, del Movimento 5 Stelle si è sempre detto che utilizzava le fake news, sfruttava Internet, si avvaleva del popolare blog di Beppe Grillo, della consulenza della Casaleggio Associati. Però ha vinto nella parte del paese meno digitalizzata. Siamo davvero certi che il digitale e Internet condizionino così tanto le elezioni? Oppure, più semplicemente e senza dare giudizi di merito, in quelle regioni la proposta politica del Movimento è stata più attraente di quella dei suoi avversari?

Comunque anche negli Stati Uniti si sono posti la stessa domanda sui condizionamenti della Rete.
Anche in questo caso proverei però a unire i puntini. Quello che ha fatto Trump non è molto diverso da quello che fece Obama, solo che non ci piace Trump, mentre ci piaceva Obama. Così quando Obama utilizzava i social network per andare a colpire in maniera più mirata il suo target elettorale era un genio, lo fa Trump ed è un dittatore che utilizza la rete per manipolare il mondo. Forse la verità non sta né da una parte né dall’altra.

E dove sta?
Ripeto, smitizziamo il ruolo della Rete. Viviamo in una fase storica dove i ricchi votano a sinistra e i poveri a destra. È evidente che sta succedendo qualcosa al di là di Internet. Nelle aree industriali di Detroit hanno votato Trump, perché lo hanno ritenuto più credibile pensando che potesse rappresentare i loro interessi meglio di Hilary Clinton.

Insomma, c’è un forte scollamento tra le classi subalterne e più emarginate e quella sinistra che per tutto il ’900 se ne è accreditata la rappresentanza quasi esclusiva.
Io sono cresciuto in periferia a Roma. Andavo a scuola a Spinaceto (quartiere di Roma sud, ndr), dove c’erano i campi rom, quindi ne parlo con cognizione di causa. Non vengo da zone radical chic, ma da dove tentavano di rubarmi il motorino. Lì qual era il problema? Che non c’era lo Stato. Il problema non era la presenza dei rom, è che non c’era nessuno a favorire l’integrazione, a controllare e amministrare il territorio. Poi se per tanti anni lasci andare, cresce la rabbia e il senso di abbandono.

Una distanza dai problemi reali.
Beh, quando parli di innovazione, di Uber, dell’economia della conoscenza, sei molto lontano dai problemi che toccano un operaio che guadagna mille euro al mese. E infatti poi a destra votano i poveri e a sinistra i ricchi.

D’accordo, smitizziamo la Rete. Però la storia delle bolle e degli algoritmi non è una fantasia. Non puoi dire che la Rete non cerchi di irretirti.
Sì, le bolle esistono, vengono enfatizzate dalla Rete, però anche qui, fermiamoci a riflettere. Tutti noi siamo portati a circondarci di persone che la pensano come noi e hanno la nostra stessa visione del mondo. È chiaro, se lo decidiamo noi ci sentiamo più tranquilli, se lo decide un algoritmo meno. Sui social network il sistema di bolle non fa che mimare quanto succede nel mondo analogico.

Insomma non dobbiamo temere il futuro. Eppure, quando leggo quel che l’intelligenza artificiale promette, un po’ d’inquietudine la provo.
È naturale essere spaventati. Innanzitutto perché non abbiamo fiducia nelle cose che non conosciamo, non sappiamo cosa produrranno e come andrà a finire. E poi perché il nostro umore e la nostra fiducia rispetto al futuro sono influenzati da grandi eventi mediatici. Che non sono mai positivi. Non c’è uno tsunami positivo, un Bataclan positivo, un crollo delle Torri Gemelle positivo.

Grandi eventi che spaventano anche per il clamore con cui i media li narrano.
Così ci sembra che oggi ci sia un attentato terroristico al giorno e ci siamo scordati che negli anni ’70 andando all’università rischiavi di morire. È normale che siamo spaventati da 600 migranti più di quanto non lo fossimo dagli anni di piombo? Se uno ci pensa in modo razionale è assurdo.

In effetti lo è. Però, tornando al futuro, da direttore di Wired tu non puoi che essere ottimista.
Sì, perché l’innovazione tecnologica ha sempre portato miglioramenti nella vita delle persone. Pensiamo agli ultimi 300 anni scarsi di storia, dalla prima rivoluzione industriale alla nascita dell’industria farmaceutica fino a oggi, all’avvento del digitale. Tre passaggi chiave che si riassumono in pochi significativi numeri. Nel 1750 eravamo 700 milioni sul pianeta, ora siamo oltre sette miliardi. Nel 1970 il 60% della popolazione mondiale viveva sotto la soglia di povertà, oggi meno del 10%. Nel 1950 l’aspettativa di vita media era di 48 anni, oggi è 71. Nel 1960 ogni mille nascite 181 bambini morivano entro i 5 anni, oggi siamo a 45. Nel 1950 il 64% della popolazione era analfabeta, oggi meno del 15%. Insomma, scienza e tecnologia nel medio periodo non possono che avere effetti positivi sulla società.

Nel medio periodo…
Certo, nel breve ogni cambiamento comporta smottamenti, contraccolpi e assestamenti. Il dipendente di Blockbuster si trova senza lavoro e se ne avvantaggia il dipendente di Netflix, e così via.

Anche perché la tecnologia va anche, anzi direi soprattutto, governata.
E l’innovazione tecnologica ha sempre corso più veloce delle regole: hanno inventato prima l’automobile e poi hanno fatto il codice della strada.

In più, quando per esempio si parla di Rete le regole nazionali non bastano più.
Infatti, dobbiamo pensare a regole sovranazionali. Ma evidenzio alcuni puntini che dovremo provare a unire. Tutti i grandi cambiamenti epocali, anche in termini di diritti, frutto di innovazione scientifica e culturale, come la scuola e il diritto all’istruzione, sono stati gestiti all’interno di un sistema che ci siamo dati, come lo Stato novecentesco, che oggi vedo in forte crisi e non so se e quanto sarà in grado di canalizzare in maniera positiva l’innovazione. L’incertezza che regna su temi come la web tax è motivo di sfiducia. Perché governare significa anche decidere la maniera più equa per distribuire la ricchezza.

Occorrerebbe quindi una visione nuova…
Ristabilire semplicemente le regole del passato rischia di creare problemi anziché risolverli. Trump che sta rimettendo i dazi è come volersi fare un nuovo vestito indossando quello di quando avevi cinque anni. Oltre a essere passato di moda forse non ti entra più.

Eppure, ribadiamolo, il futuro deve essere ben governato. Ma da un lato, come detto, abbiamo élite, cosiddette radical chic, che hanno perso il contatto con il popolo e qualcuno le vede addirittura antitetiche al popolo. Dall’altro, forze politiche che hanno invece saputo interpretarne paure e bisogni esprimendo un’offerta politica che raccoglie un forte consenso.
Però la mia paura è che le risposte offerte alle aspettative della gente non rappresentino le vere soluzioni. Proviamo a immaginare un’Italia senza rom, senza stranieri e senza Ong e poi domandiamoci se stiamo meglio. Stiamo concentrando risorse e sforzi su iniziative che, per come vedo il mondo io, sono eticamente discutibili, ma che, se anche non lo fossero, non risolvono i problemi reali del Paese. Abbiamo il più alto numero in Europa di giovani che non studiano né lavorano. Abbiamo un problema di mancanza di lavoro e di crescita delle imprese: se le aziende non crescono in produttività il Paese va a rotoli.

Sul fronte del lavoro qualche proposta c’è.
Non lo so, sarà che comincio a essere vecchio, ma dare soldi a persone che non lavorano potrà rispondere a un’emergenza sociale, ma non risolve il problema della disoccupazione. E l’idea che il lavoro sia solamente lo stipendio e non il ruolo sociale che quel lavoro si porta dietro, per me è una visione aberrante. Io lavoro non tanto per un buono stipendio, ma perché voglio costruire un pezzo di mondo per i miei figli. Ognuno nel suo settore: il medico, il giornalista, l’industriale, il commerciante, lo spazzino. E con un’importanza che non considero affatto proporzionale alla retribuzione.

Dal punto di vista economico è comunque un incentivo alla crescita del consumo interno.
Sì, ma è una toppa. Diamo pure mille euro ma non è la soluzione. Non sto contrastando la misura del reddito di cittadinanza, l’Universal Basic Income come la chiamano in America, ma non può essere la soluzione al problema disoccupazione.

Vorrei chiudere parlando di mobilità e di come è cambiato il modo di viaggiare.
È cambiato tantissimo, anzitutto perché i nostri viaggi, come tanto altro, sono programmabili e acquistabili da quello che considero ormai un pezzo del nostro corpo, il telefonino. Noi oggi pensiamo di essere degli esseri umani normali, invece siamo cyborg, perché senza questo oggetto nessuno gira più. Infatti allo smartphone chiediamo due cose fondamentali, che sia sempre connesso e di non scaricarsi mai.

Però ci ha privato anche di qualche emozione.
Come perdersi in una città che non conosciamo, perché ormai abbiamo tutti Google Maps per sapere dove siamo, dove vogliamo andare e come arrivarci. Poi con la Rete e il digitale sono arrivati nuovi intermediari, prima c’erano le agenzie di viaggi, oggi c’è Airbnb. E abbiamo la possibilità di leggere e condividere le recensioni di altri viaggiatori.

Ai quali dai quindi fiducia?
Sì, con un minimo di esperienza, conoscendo le dinamiche di Tripadvisor o degli altri siti simili. Poi magari prendo decisioni antitetiche, però prendo in considerazione quei pareri. Ma tra i grandi cambiamenti del modo di viaggiare citerei lo sviluppo delle infrastrutture.

In effetti chi ci legge sta magari viaggiando a 300 all’ora su un Frecciarossa.
Lo so bene, da romano che lavora a Milano. Per tre anni ho fatto il pendolare, cosa impensabile prima. Infine l’altro grande cambiamento sono le low cost, fino a qualche anno fa viaggiare in aereo anche solo in Europa era un super lusso.

Ma il treno, magari con Interrail, continua ad avere il suo fascino.
Sì, soprattutto per chi, come diceva Kipling, considera che l’importante è il viaggio, non l’arrivo. Perché il viaggio stesso è un’esperienza forte.

Poi ci sono le app che semplificano la vita, come quella di Trenitalia, o che consentono di pianificare il viaggio e acquistare i biglietti di più mezzi, con un solo click, come la nuova app Nugo. Che ne pensi?
Innanzitutto auguro a questa startup grande fortuna, perché un’azienda italiana che fa qualcosa di così innovativo va incoraggiata. Al netto di come andrà a finire, è comunque un’operazione che coglie lo spirito dei tempi. Siamo nell’epoca dell’accesso, caratterizzata, andando all’osso, da una sola dinamica: utilizzare i dati e il digitale per mettere al centro il consumatore. Come fanno Netflix, Spotify, Airbnb, Facebook e Amazon.

E come fa, aggiungo io, Trenitalia e questo suo magazine.