Su La Freccia la mostra "L'arte di salvare l'arte"

Esposte al Quirinale fino al 14 luglio le opere d'arte e i reperti archeologici recuperati dal Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri

Roma, 20 giugno 2019

di Francesca Ventre, disponibile anche su issuu.com

Piazza Sant’Ignazio, centro di Roma. Un palazzetto storico di fronte all’omologa chiesa barocca, a due passi dal Pantheon. Sono queste diffuse testimonianze artistiche e storiche che connotano l’unicità dell’Italia. Non a caso, qui ha sede il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Un’organizzazione che festeggia 50 anni di vita con la mostra L’arte di salvare l’arte, fino al 14 luglio a Palazzo del Quirinale. Al posto delle candeline si contano 800mila opere d’arte e un milione e 200mila reperti archeologici, che in totale fanno due milioni di recuperi. A fianco dei numeri, tanta professionalità, costanza e passione, come ci spiega il comandante Fabrizio Parrulli.

Come è strutturato il Comando e il suo rapporto con il Mibac?
Il Comando nasce il 3 maggio 1969, un anno prima rispetto alla sigla della Convenzione Unesco, occasione in cui si richiedeva agli Stati membri di creare delle unità specializzate nel settore. Erano allora anni tristi per il patrimonio culturale, continuamente saccheggiato e razziato, anche a causa delle richieste di direttori dei musei e collezionisti privati senza etica. Dal 1990, poi, il Comando è inserito nel Ministero dei beni culturali. È ora composto da una struttura centrale e da 15 nuclei territoriali.  

Molto è cambiato rispetto agli anni ’70?
Ora è forte la consapevolezza che un patrimonio, una volta disperso, provoca una perdita di identità. Nel 2004 è stato redatto anche un Codice dei beni culturali e attualmente è in preparazione un provvedimento per dare maggiore efficacia alle indagini e rendere le pene più severe.     

Quali sono le caratteristiche dei carabinieri scelti?
Prima di tutto devono essere bravi investigatori, poi avere passione. Molti di loro hanno anche un’esperienza di studi nel settore, ci sono archeologi, esperti d’arte, psicologi e informatici specializzati riguardo la vendita tramite e-commerce, modalità molto usata per smerciare beni illeciti. Su varie piattaforme girano immagini di oggetti che, però, noi possiamo confrontare con quelli della nostra banca dati di 24mila beni.       

Quale tra gli oggetti esposti in mostra, come la Triade capitolina o il quadro di Van Gogh, è stato più difficile recuperare?
Il vaso di Euphronios, uno dei massimi capolavori etruschi. Stimato un milione di dollari, provocò subito dissidi interni tra coloro che lo avevano recuperato. I nomi quindi erano conosciuti, ma non si avevano le prove. La fortuna, però, aiuta gli audaci e, dopo 40 anni, nel corso di una perquisizione in casa di uno di loro, si trovò un memoriale con il racconto di quel ritrovamento. Il Metropolitan Museum, che aveva acquistato il reperto, pattuì un accordo per la restituzione, e nel 2008 quest’opera eccezionale è rientrata in Italia.             

Ci racconta un episodio commovente?
Premetto che le chiese sono i luoghi più esposti a sottrazioni, in quanto molto frequentati e ricchi di opere di grande valore. Il giorno dell’apertura della mostra, mi si è avvicinato un anziano sacerdote per chiedermi di fare una foto con lui davanti al trittico proveniente da Lastra a Signa, vicino Firenze. Era il parroco che 50 anni prima aveva denunciato il furto. Ed è vero che la sottrazione era avvenuta quando il Comando non esisteva, ma dopo pochi mesi divenne anche il primo caso di cui questo si occupò.

Una bella testimonianza di partecipazione civile. Cosa consiglia ai cittadini in casi simili?
Scaricare l’app iTPC, con tante informazioni utili e risposte a domande frequenti.

Qual è invece l’impegno all’estero?
Stretto e continuo. Faccio un esempio: l’opera di Perugino, ora in esposizione, era finita in Giamaica insieme ad altre 28 provenienti da Bettona (PG). Ne era in possesso un personaggio locale. Nel Paese avvennero però nuove elezioni e lui fu arrestato. A quel punto la refurtiva fu recuperata.  

Quand’è che, oltre alle indagini, interviene la diplomazia?
Quando non si può proseguire nonostante rogatorie, collaborazioni di altre forze di polizia, magistrature o servizi doganali. Il Mibac, a questo proposito, ha costituito nel 2006 il Comitato per la restituzione e il recupero, con una funzione di pressione tra le nazioni. Vige anche un principio di reciprocità. In base a questo l’Italia di recente ha riconsegnato 544 ex-voto al Messico e 744 oggetti alla Cina.

E i Caschi blu della cultura di cosa si occupano?
Nel 2016 l’Italia ha messo disposizione dell’Unesco una task force per interventi in aree di crisi e conflitti o colpite da calamità naturali. In Iraq c’è un impegno permanente, come in Gibuti e presso la polizia palestinese. In Messico abbiamo creato un’unità di tutela analoga alla nostra.

L’Italia fa da caposcuola, insomma.
Non siamo più bravi, siamo nati prima.      

Poi c’è stato anche l’impegno nel sisma del Centro Italia?
Sono stati recuperati 29mila beni e ricoverati in siti individuati in precedenza. Uno è a Santo Chiodo, in Umbria, un altro a Cittaducale, nel reatino. E un terzo ad Ancona.       

Ci sono infine i grandi assenti, opere ancora da ritrovare…
Non demordiamo mai. È recente il recupero di due teste marmoree, di Tiberio e Druso Minore, sparite durante la Seconda guerra mondiale. I giovani ufficiali hanno ancora molto lavoro da fare.