La Freccia incontra Gabriella Greison

La fisica italiana è a teatro con un nuovo monologo "Einstein & me"

18 giugno 2019

di Andrea Radic, disponibile anche su issuu.com

"Il treno per noi fisici, con la mente sempre in viaggio, è un luogo protetto che infonde sicurezza. Amo viaggiare sulle Frecce e osservare la gente, i loro atteggiamenti, ascoltare e capirne il carattere. Una fonte inesauribile per i miei libri". Laureata in fisica nucleare con specializzazione a Parigi, Gabriella Greison ha scelto di aprire le porte della scienza al pubblico per consegnarne una visione comprensibile, e a tratti affascinante, con i suoi libri e i suoi spettacoli teatrali. Il primo debutto quattro anni fa a Tortona e oggi, solo con quel primo spettacolo, ha superato le 200 repliche. Il prossimo è ispirato al suo nuovo romanzo, La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm House.

Viaggi spesso?
Mi muovo molto, soprattutto in treno, ho un trolley nuovo ogni due mesi, li consumo! Mi sposto per portare nei teatri e nei festival i miei monologhi: tre o quattro spettacoli a settimana. Molto spesso i ragazzi che vengono ad ascoltarmi compiono gli stessi viaggi che ho fatto io per documentarmi. Ci vorrebbe una sorta di biglietto Interrail della scienza. In treno, poi, scrivo, mi preparo e traggo ispirazione. Mi nutro delle vite degli altri e a me sembra di viverne di più. Guardo poco fuori dal finestrino e molto dentro i vagoni. Mentre ripeto i miei monologhi per memorizzarli, vedo chi mi siede davanti come fosse il pubblico. E una volta è accaduto davvero...

In che senso?
Una fermata improvvisa del treno dovuta al cattivo tempo ci ha tenuto lì un po’. Ho cominciato a provare a voce un po’ più alta e la gente ha cominciato ad ascoltare e a seguire il testo come a teatro. Una bellissima esperienza. Anche Einstein amava viaggiare in treno. Per me è stato uno spunto, tanto che nel mio primo [c]Monologo quantistico[/c] compongo un trenino elettrico direttamente in scena proprio per raccontare la passione dei fisici per questo luogo viaggiante sicuro e delimitato.

Porti i tuoi testi anche in teatri stranieri, da Bruxelles a Londra, dalla Svizzera all’Austria, ai Paesi dell’Est. In che lingua reciti?
La prossima recita all’estero sarà in inglese, ma spesso mi chiedono di parlare italiano, lingua musicale per eccellenza per toni, timbri, volume.

Il tuo teatro è più didattico o spettacolare?
Spettacolare direi, ma anche appassionato. Le persone si identificano in ciò che racconto, ovvero il lato umano dei personaggi, degli scienziati che hanno fatto nel XX secolo la storia del mondo tecnologico in cui viviamo oggi. Ecco, io racconto quella che era la loro vita di paure e insicurezze, che poi sono le nostre, tirandoli giù dal piedistallo. Racconto anche le donne della scienza, da Marie Curie a Lise Meitner, da Rosalind Franklin a Mileva Marić, la prima moglie di Einstein, perché vedo riflessa in loro la parte di me di cui prendermi cura, come il più prezioso dei regali della vita.

La figura femminile è sottovalutata nel mondo scientifico?
Se pensiamo che Marie Curie dovette autofinanziarsi le ricerche perché nessuno credeva in una donna, o che la Meitner non poteva firmare per esteso i suoi articoli ma solo apporvi le iniziali… Per non parlare di alcuni premi Nobel non assegnati a donne che lo meritavano. Un tempo il mondo della scienza era precluso loro, dovevano entrare in laboratorio dalla porta di servizio, oggi è diverso, si va nella direzione giusta. Einstein li chiamava i paludati accademici, ritenendo inutile ogni convincimento. Sarebbero morti prima o poi.

Dove e quando l’idea di portare in scena la scienza partendo dai tuoi studi?
Ero a Parigi e, dopo la specializzazione all’École Polytechnique, ho cominciato a lavorare in laboratorio. Lì ho pensato che volevo tornare in Italia e creare qualcosa che non c’era, il racconto facile e divulgativo della fisica, correndo in quella vasta prateria della divulgazione assolutamente vuota.

Come ti informi sulla vita degli scienziati che porti in scena?
Ho accesso agli archivi degli istituti, vado a conoscere persone che gli sono state accanto, divento un tramite tra la loro dimensione e il pubblico.

In uno dei tuoi libri citi una cena tra fisici.
Vero, l’incredibile cena dei fisici quantistici. Alla fine dell’ottobre 1927, una sera si riunirono a Bruxelles chiamati dal signor Solvay (quello del bicarbonato), che era molto amico del signor Nobel (quello del premio), con un menù di otto portate.

Tu sei golosa?
Sì, mangio di tutto e accompagno volentieri con un buon vino rosso. Perché ai fisici piacciono le cose belle della vita. Come potrebbero essere brutti o noiosi coloro che hanno scoperto paradossi, corollari, teoremi e Big Bang?

Ti sei mai innamorata di un fisico?
Mi innamoro di tante persone, anche di fisici.

E fisici dal bel fisico ne conosci?
Certo, perché ai fisici piace l’attività sportiva. Einstein e Marie Curie andavano in bicicletta, Erwin Schrödinger amava le passeggiate in montagna e lo sci. Personalmente sono stata nuotatrice, quinta nei campionati italiani delfino. Sono i movimenti ripetitivi dello sport, come quelli di un treno, che ti consentono di accelerare con il cervello.

Qual è il profumo della tua infanzia?
Le cose bruciacchiate, da bambina facevo tanti esprimenti, poi mi piacciono gli odori delle pescherie e dei cimiteri, che di solito non piacciono a nessuno.

Un luogo del cuore?
Il Passo della Scoffera a Genova, nella val Bisagno, dove mi rinchiudo per scrivere.

Il tuo rapporto con il tempo?
Una domanda che potrebbe intrattenerci da Milano a Campobasso. Il tempo è un dubbio assoluto. Non esiste… il mio tempo è diverso dal tuo, non esiste un tempo relativo, bensì personale.

Quale il tuo obiettivo?
Avvicinare chiunque alla scienza attraverso il teatro, il luogo dove possiamo esprimerci. Einstein diceva che i fisici hanno un mondo dentro di sé e per questo trovano facile tenere la scena in qualsiasi teatro. Io ho deciso di prenderlo alla lettera e questo mi carica molto. Sul palco sono la persona più felice del mondo.