La Freccia di febbraio intervista Padre Antonio Spadaro

Il direttore de "La civiltà Cattolica" sul magazine dedicato ai clienti delle Frecce

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

La Freccia di febbraio si presenta con un’esplosione di allegria e colori, “Oh Vita!”, nell’autoritratto di copertina di Lorenzo Jovanotti, preludio all’energia che ci regala la sua intervista. Ma la vita, come questo febbraio diviso a metà tra Carnevale e Quaresima, è un mix di sentimenti contrastanti, continua esplorazione tra luci e ombre.

Così La Freccia attraverserà i saloni dei balli in maschera e il Carnevale dei nostri borghi, ma ci inviterà poi a scoprire, in una sorta di controcanto, il silenzio di suggestivi eremi e cimiteri monumentali. Festa e riflessione, necessarie entrambe e l’una all’altra per essere apprezzate. 

È anche per ragionare su questi temi che abbiamo chiesto di incontrare Padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore dal 2011 de La Civiltà Cattolica. Ne è nata una conversazione di domenica mattina, alla vigilia della sua partenza, insieme a Papa Francesco, per la visita pastorale in Cile e in Perù.

Civiltà Cattolica è la rivista della Compagnia di Gesù, l’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola, i redattori sono tutti Gesuiti. È la più antica rivista in lingua italiana, pubblicata dal 1850, ossia da quando “ancora l’Italia non esisteva” come ricorda Spadaro. Fu fondata da un Papa, Pio IX, e da sempre vive un rapporto molto speciale con il Pontefice. Diventato ancor più stretto da quando, per la prima volta, è diventato Papa proprio un Gesuita: Francesco. 

Uomo di raffinata cultura umanistica, teologo e critico letterario, attento studioso dei media e dei new media, Spadaro ha un suo profilo su tutti i principali social network, con tantissimi follower. E cura un sito il cui nome la dice lunga: Cyberteologia.it

Abbiamo raccontato a Padre Spadaro perché, in questo mese diviso tra Carnevale e Quaresima, volessimo trovare lo spazio per uno specialissimo viaggio, fisico e mentale, tra luoghi e stati d’animo differenti.

Parlare con un Gesuita non è ovvio, la nostra conversazione parte subito dall’alto. Dal senso del contesto, per capire, anzi per discernere.
Per sapere dove si è arrivati nel viaggio di tutti i giorni, dobbiamo prima renderci conto da cosa siamo circondati. Oggi siamo attratti dalla geo-localizzazione, ciascuno vede se stesso come un puntino, però alla fine è sempre concentrato su se stesso. Invece la nostra capacità di discernimento si realizza se riusciamo a guardare con attenzione la realtà.

E come ci si riesce?
C’è una bella immagine che mi viene sempre in mente quando sono in treno, ovvero che noi siamo la realtà in cui ci muoviamo, una realtà in movimento, perché noi ci muoviamo, non siamo mai gli stessi. Quindi guardare da un finestrino la vita può essere molto utile, perché è un’occasione in cui ci dimentichiamo di noi stessi e possiamo guardare il panorama.

Ossia una realtà definita e valori immutabili, con i quali confrontarci. In questo momento storico viviamo in mezzo a una cronaca di contrapposizioni, pensiamo al viaggio dei migranti. E si pone la questione delle coesistenze, anche della coesistenza di bene e male.
Il male non si fa da solo. La prima risposta che il cristiano cerca di dare è perché una certa cosa è avvenuta, sentendosi responsabile di quello che succede al mondo.

E come reagisce?
La risposta più facile e immediata è lo sdegno e il rifiuto. Però c’è un livello più profondo, quello dello sgomento. Lo sgomento davanti a quel che l’uomo è in grado di fare ti ammutolisce. Ti porta a guardare il male e a ritenerlo profondamente estraneo alla natura dell’uomo.

Però è quanto abbiamo sperimentato nel corso della storia, con efferatezze come la Shoah o le stragi etniche.
Sì, ma il messaggio che l’uomo religioso può dare è che il male non è parte di ciò che tu devi essere. E, provocando sgomento, impone un discernimento, indispensabile per tentare di comprendere cosa è avvenuto.

A questo punto chiediamo, al sacerdote ma soprattutto all’esperto della rete, come il discernimento trovi applicazione nel web, ossia in un contesto fatto di immediatezza, di giudizi e pregiudizi incontenibili…
È una questione educativa e culturale. Serve un’ancora maggiore capacità di leggere e interpretare i dati. Bisogna educare e insegnare alle persone a capire i meccanismi della rete e discernere cosa è vero e cosa è falso.

Perché all’origine delle fake news ci sono anche algoritmi che ci vengono a cercare.
Appunto. Che tendono a mostrarci realtà che ci assomigliano. Perché quando si va in rete non ci si informa, ma si cerca qualcuno che confermi le nostre idee. Se abbiamo un’intuizione, non cerchiamo di capire se sia vera o falsa, ma chi e come sia in grado di sostenerla.

E la rete ci asseconda.
Esatto. Così si crea una società di specchi che si auto-contemplano, per cui l’uomo politico, per esempio, non parla più al suo popolo ma parla al suo elettorato, per rafforzarlo e confermarlo. Fino a usare un linguaggio prima inimmaginabile, assumendo posizioni estremamente pericolose.

Forse occorrerebbero anche norme più stringenti…
Resto convinto che sia facile manipolare l’opinione pubblica perché non c’è capacità di discernimento. Non si comprendono, ad esempio, i meccanismi delle cosiddette bolle filtrate (filter bubbles) ossia degli algoritmi che tendono a mostrarci le realtà che ci assomigliano. La questione quindi può essere affrontata anche sotto l’aspetto legislativo, con norme che aiutino a fare chiarezza, ma resta soprattutto educativa.

È anche vero che la rete è un’arena dove, tornando ai temi di prima, esce fuori il peggio delle persone.
Ma non è uno strumento che possiamo decidere se usare o no, è un ambiente dal quale è impossibile restare fuori. E poi, vivendoci dentro, ci si rende conto come i veri problemi non siano della tecnologia ma umani. Sono quelli che abbiamo sempre vissuto, solo che adesso hanno una forma diversa, perché la rete permette un’accelerazione della comunicazione e un’ubiquità. Comunque, insieme al peggio, tira fuori anche il meglio delle persone. La solidarietà, la condivisione, anche della conoscenza, penso a Wikipedia.

E la condivisione è un tema che le sta particolarmente a cuore, come dimostra l’esperienza di BombaCarta, laboratorio per idee che ha fondato 20 anni fa.
Sì perché BombaCarta nasce da un’idea di ispirazione artistica come dono e, appunto, condivisione. Quando insegnavo a scuola, tirai per caso un cassetto fuori da una scrivania e vidi una poesia incisa nel legno. Mi resi conto del grande bisogno di espressione dei giovani, dissi “proviamo a tirar fuori questa energia” e proposi a un gruppo di ragazzi di incontrarci per imparare a leggere e scrivere nel senso più bello e completo del termine. E quella che pensavo fosse un’esperienza per pochi è diventata qualcosa di molto più grande, già al primo incontro si presentarono in 42. Da qui è nata un’avventura che continua fino adesso e non si è mai interrotta.

Tutto il contrario dell’arte come genio e sregolatezza.
Già, molto spesso vince l’idea individualista dell’artista come personalità isolata da tutti gli altri. Invece BombaCarta ha percepito l’ispirazione artistica come qualcosa che si riceve e poi si condivide in un incontro che arricchisce tutti.

Arte quindi come comunione…
E occasione per interrogarsi su temi di grande profondità. Perché mi sono reso conto che quelle domande, come l’esperienza morale e religiosa, che prima prendevano posto per connaturalità nelle chiese, si sono spostate, almeno in parte, proprio nel mondo artistico, nella musica, nella scrittura, nella poesia, nel teatro.

Anche per questo Civiltà Cattolica affronta sempre questi argomenti?
Sì, la nostra è una rivista aperta alle sfide della laicità, si è sempre occupata di economia e di politica, ma anche di arte, cinema, letteratura e cultura in generale, in maniera militante, con l’obiettivo di incidere sul modo di pensare. Una rivista complessa, che noi consideriamo una ricchezza per il nostro Paese.

Con un inizio “deflagrante”, anche quella una sorta di BombaCarta rivoluzionaria. Non è vero?
Deflagrante, esatto. Perché [c]Civiltà Cattolica[/c] nel 1850 accettò e vinse una sfida più o meno simile a quella odierna della rete. I quotidiani che nascevano in quegli anni venivano considerati, come oggi diremmo, gli organi ufficiali delle fake news. E allora la rivista, anziché scegliere la solita strada, pubblicare in latino e tenersi su un tono aulico, decise di uscire in italiano quando ancora l’Italia non c’era, nonché assumere lo stesso stile dei giornali, dei quotidiani anarchici, socialisti dell’epoca.

La sfida continua, mi sembra.
Oggi, come direttore, mi trovo davanti una doppia sfida. Una è quella digitale, l’apertura alla mediazione del pensiero sulle varie piattaforme. Però, alla fine, la rivista non è la carta, non è il supporto, ma è il pensiero che è capace di sviluppare. E che poi viene mediato nel sito e nei vari social media.

L’altra?
La seconda è che [c]Civiltà Cattolica[/c] è sì una rivista italiana, celebrata nel suo numero 4000 dal Papa, dal Presidente Mattarella e dal Presidente del Consiglio, ma oggi è difficile immaginare una rivista di cultura che viva di dinamiche interne a una sola nazione. Quindi l’altra sfida è quella di una decisa internazionalizzazione.

Come la sta affrontando?
Intanto da febbraio 2017 usciamo in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e coreano) e sempre di più accogliamo articoli di Gesuiti, da tutte le parti del mondo. Dal primo numero di febbraio 2018 abbiamo un gruppo fisso di corrispondenti da Paesi quali la Repubblica Popolare Cinese, la Russia, la Germania, il Ruanda. La nostra attenzione per l’Italia resta, ma proiettata nel contesto delle dinamiche globali.

Del resto i Gesuiti, che da sempre hanno fatto opera di evangelizzazione, sono presenti un po’ in tutti gli angoli del globo.
Sì, e in qualche modo la compagnia di Gesù diventa la redazione della rivista, che racconta luoghi, situazioni e vicende di cui ha esperienza viva. Per esempio, abbiamo pubblicato un articolo sulle violenze del Ruanda scritto da un gesuita, dottorato negli Stati Uniti, a cui è stata massacrata la famiglia.

Essere in ogni parte del mondo significa muoversi, viaggiare. Cos’è per lei il viaggio?
Un argomento che mi ha sempre attratto, a cui ho dedicato la mia prima esperienza editoriale "Tracce profonde”, pubblicato nel 1993 con la collaborazione dei miei studenti di liceo. Il viaggio è bello perché permette di aprire l’anima. Ci abitua alle differenze, alle diversità di lingua, di colore, di tradizioni. Ma non basta viaggiare per aprire l’anima, occorre coltivare la curiosità per l’altro, soprattutto per chi non risponde alle nostre categorie, percezioni, abitudini. E poi c’è l’aspetto paesaggistico.

Al viaggio si attribuiscono anche tanti altri significati. Del resto la vita stessa è un viaggio.
Sì, certo. Il viaggio è anche un’esperienza antropologica profonda che ci aiuta a essere noi stessi. È un’esperienza che l’uomo in realtà ha sempre fatto da quando era pastore. L’uomo nasce viaggiatore e poi diventa stanziale.

Prima ha detto: “la rivista non è la carta”. In queste interviste chiediamo sempre se la carta sopravvivrà al digitale…
È difficile immaginare cosa accadrà. La carta è come una cornice che nobilita i contenuti. Ma il digitale è più flessibile, elastico. In rete è possibile pensare e creare insieme, ci si può esprimere in maniera più ampia, approfondire. Anche se alla fine, non è detto che carta e digitale siano in opposizione.

A proposito di opposizioni, torniamo a Carnevale e Quaresima da cui siamo partiti. Che rappresentano?
Il Carnevale è il tempo delle maschere; l’obiettivo è nascondersi, e divertirsi a tutti i costi. Divertimento viene dal latino “divertere”, volgersi altrove, fino a uscire fuori strada. È giusto divertirsi, ma senza trasformare la vita in un carnevale. O, peggio, in una fuga dalla propria vita. Perché quando poi cade la maschera si fanno i conti con noi stessi.

E in Quaresima le maschere cadono.
Arriva il tempo dei bilanci, emergono i pesi che ciascuno porta addosso. È il momento giusto per intraprendere un percorso fondamentale: camminare in un immaginario deserto per capire quello che è davvero necessario ed essenziale per la propria vita. E puntare all’essenziale.

Chiudiamo con un pensiero e un augurio per questo Paese.
Spero sappia valorizzare sempre di più le sue grandi risorse. Che riscopra le proprie radici nel grande progetto di un’Europa dei cittadini. Perché nessun Paese, oggi, può immaginare di farcela da solo.