La Freccia intervista Enrico Mentana

Ospite della rubrica Medialogando il direttore del Tg La7

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Brillante e facondo, entusiasta del suo lavoro e di sé stesso, Enrico Mentana si offre ai lettori de La Frecciacon la verve e la stessa sapida, intelligente ironia che hanno contraddistinto la sua carriera giornalistica, decretando il successo dei suoi tg e delle sue trasmissioni televisive, diventate cult. Ci sediamo davanti alla sua scrivania, sommersa da una montagna di libri. «Sto cercando di metterli in ordine», si giustifica, scusandosi per quell’ingombrante ammasso di carta che sembra farsi metafora della pesantezza di un mondo analogico sempre più estraneo alle nuove generazioni dei millenials. Lo incontriamo pochi giorni dopo che su Facebook ha annunciato di voler lanciare un giornale solo digitale, fatto da giovani giornalisti per giovani lettori.

Scontato quanto necessario iniziare dalla domanda più banale: perché?
Perché i giornali sono fatti da cinquanta-sessantenni e letti da un pubblico della stessa età, mentre i giovani non leggono i giornali e seguono poco anche l’informazione televisiva. Se si crea un prodotto destinato a loro - anche perché fatto da loro - che parla la loro stessa lingua, sia in senso stretto sia per quanto riguarda gli argomenti, forse riusciamo ad avvicinare all’informazione le nuove generazioni.

È un obiettivo ambizioso.
Ma anche una forma di risarcimento per quello che stiamo facendo attualmente, cioè prodotti confezionati per cinquanta-sessantenni.

È anche un’occasione per avvicinare nuove leve alla professione giornalistica: con un contratto, uno stipendio, un vero percorso formativo.
Sì, la crisi, in Italia, ha portato gli editori ad assumere sempre meno, bloccando il ricambio generazionale. Perché, un po’ come in tutti i settori, in tempi di crisi si tende a preservare i posti di lavoro esistenti o a garantire ammortizzatori per chi deve uscire provvisoriamente dal circuito del lavoro. Mai si pensa a chi deve entrare. Così ci sono intere generazioni sacrificate e siccome abbiamo una responsabilità ho sempre pensato che sarebbe stato giusto per giornalisti in là con l’età, che hanno sempre guadagnato bene e continuano a guadagnare bene, ridistribuire almeno in parte questa fortuna. Da qui l’idea di creare un giornale online fatto dai giovani, investendo in proprio e senza volerci guadagnare.

Ridistribuzione e “give back”, quindi input fortemente etici, ma anche necessità di svecchiamento?
Sì, è una convinzione a cui sono arrivato per gradi. Il discorso vale per i giornalisti come per i magistrati, gli architetti, i professori universitari, i medici. Sono tutte categorie dove chi ha successo continua a lavorare a lungo anche dopo l’età della pensione. Il nostro è il Paese in cui, anche con una certa ragione, ci fu una sollevazione popolare perché Enzo Biagi continuasse a svolgere il suo lavoro in televisione, ma questo succedeva quando Biagi aveva 75 anni.

E perché accade questo?
Perché in Italia è tale l’apprezzamento del successo da non chiedersi quanti anni hanno i vari Renzo Piano, i Fuksas, i grandi magistrati. Ma a una certa età si lavora più per la gloria e per non restare a casa che non per necessità finanziarie. E allora dovremmo introdurre un meccanismo di progressiva riduzione di quei lauti stipendi per chi intenda lavorare anche dopo aver raggiunto l’età della pensione. Un 20% in meno, che poi diventerà il 35%, il 50%. Però mi sono scontrato col fatto che a parole sono tutti bravi, ma nessuno rinuncia mai a un euro.

E te pensi di invertire questa tendenza?
Guarda, dal 7 luglio, dal primo minuto che ho scritto il post su Facebook, sono stati tanti i giornalisti miei coetanei e anche più giovani che si sono messi a disposizione gratuitamente nel ruolo di tutor. E allora io scherzando ho detto: «Facciamo fare gli stagisti ai vecchi e i contrattualizzati ai giovani».

Giornalisti generosi…
Consapevoli di avere avuto fortuna. Quando io avevo 25 anni e volevo fare il giornalista tutti quelli che avevano una media intelligenza ci riuscivano e nessuno è stato espulso dal sistema, perché tutelati da un contratto collettivo di lavoro ben corazzato. C’è stato questo mito: il giornalista non si butta via mai e così le case editrici, quando l’innovazione tecnologica ha reso tutto meno caro, hanno dovuto accollarsi la nostra ingombrante eredità. Ecco, ridistribuiamo quello che abbiamo imparato e un pochino di quello che abbiamo guadagnato. Come ho detto, all’inizio ci metterò tanti soldi miei, se sono fortunato andrò in pari, se guadagno assumerò altri giovani.

E se va male? 
Ci rimetterò del mio, che è sempre spiacevole, ma almeno potrò dire di averci provato. Magari in un paio d’anni avrò cresciuto una ventina di bravi ragazzi che poi troveranno occupazione in qualche ufficio stampa o giornale. Il sacrificio non sarà stato comunque vano, perché un altro target che mi propongo è quello di diventare da subito contagioso.

In che senso?
Ma sì, com'è possibile che se lo fa Mentana non lo possano fare altri, anche in altri settori? Con che faccia l'editore ricchissimo non fa contratti di praticantato quando li fa qualcuno che mette i soldi suoi per sforzo di coscienza?

Mi sembri comunque ottimista. Un ottimismo della ragione?
Intanto potrò sfruttare, senza fini di lucro, il fatto che ho più di un milione di persone che mi seguono sui social. E se riesco a far trasmigrare anche solo metà di questi, mi ritrovo già un bacino che pone il nuovo giornale tra i primi dieci italiani. Insomma, non sono Enrico “scemo” che compra la Viterbese per farla arrivare in Champions League. In realtà lo sforzo ha un senso e buone possibilità di successo. Dietro c'è la reputazione del fondatore, le simpatie che suscita una redazione fatta da ragazzi e il rivolgersi a un pubblico che non viene toccato dai veicoli dell'informazione. Insomma, di fronte a un giornale di questo tipo mi viene difficile pensare che i grandi soggetti del web non ci investano, almeno in pubblicità.

In effetti sono investimenti che promettono un buon ritorno reputazionale.
Non soltanto. Perché il target di riferimento è sì quello dei giovani, per di più istruiti, che vogliono tenersi informati, ma è una categoria di giovani adulti che si può benissimo ampliare, perché dando la stessa notizia nello stesso momento degli altri media non c'è bisogno di essere giovani per venire da noi. Insomma, non ci fermeremo a fare qualcosa di semplicemente giovanilistico.

Hai già in mente un format, qualche idea di come sarà questo nuovo giornale? Il nome?
Per il nome è ancora presto, ne riparleremo a settembre. Sul resto non credo ai format, a parte i killer application come il Grande Fratello, X Factor e via discorrendo. Posso dire che sarà il primo giornale che nasce mobile per il mobile, lo smartphone e il tablet saranno i primi device. E per quanto riguarda il prodotto cercheremo di valorizzare l’originalità e le proposte dei giornalisti che comporranno la redazione. Perché, rispetto alle enormi potenzialità della nuova informazione, noi siamo un po’ come i genitori che guardano con sospetto e senza capirli i videogiochi dei figli.

Guardiamolo dal punto di vista imprenditoriale, tu sarai l’editore, dovrai contenere i costi?
Non so se sarò soltanto l’”editorino” di una casa editrice no-profit, o qualcosa in più in questa avventura. Io sono diventato direttore nel ‘91 e da allora ho sempre messo a disposizione la mia esperienza e assunto tanti giovani giornalisti che ora giovani non sono più. Vedremo. Comunque sì, i costi saranno contenuti, perché non avremo la carta, il distributore, l'edicolante. I nostri giornalisti si presenteranno e faranno tutto con questo (mostra il cellulare, ndr: filmeranno, scatteranno le foto, scriveranno il pezzo, andranno in diretta audio e video. Il mondo è cambiato, e ha anche abbattuto i costi per questo.

Tu parli di tecnica, ma il modus operandi…
Le due cose non possono andare separate, non puoi fare la Divina Commedia, né per stile né per durata, quando vai online e il tuo primo medium è uno smartphone o un tablet.

Mi riferivo al ruolo e alla funzione del giornalista.
In un mondo così tanto interfacciato, con un profluvio di notizie autonome che viaggiano, il ruolo di una testata o di un singolo mediatore è quello di riuscire a trovare i gusti del gelato secondo le passioni di chi a quel gelato si avvicina. Un ruolo molto antico

Come quello di chi ti offre una gerarchia delle notizie. Prerogativa della carta stampata, come dei tg.
No, non mi riferivo tanto alla gerarchia, sebbene tutti i giornali siano fatti da una prima pagina. In realtà scegliamo una testata di riferimento secondo la capacità di chi la guida di offrirci il mix giusto, di mettere assieme, come diremmo oggi, la playlist che ci piace di più. È sempre stato così. Il cantastorie andava in giro a raccontare cosa era successo nel mondo prima della diffusione capillare dei giornali, ed era bravo se era in grado di raccontare quello che interessava al suo pubblico. Questo vale da sempre e varrà sempre. Più hai miliardi di bip di informazioni che girano incontrollati sul web e più avrai bisogno di un mediatore credibile, che sta tra te e quel mare magnum di notizie.

Torniamo alle probabilità di successo, che noi ti auguriamo sia enorme, di questa tua iniziativa. Nascere senza un brand alle spalle, non essere lo spin-off di una testata esistente, è un limite o un vantaggio?
Ma sai, i giovani sono saprofiti, non gli interessa che tu sia o no l’estensione del Corriere della Sera: leggono le notizie gratis, sbafano la notizia. Poi, se non sei estensione su una piattaforma diversa di un prodotto che da “analogico” diventa anche “digitale”, sei padrone di togliere tutto il superfluo rispetto a quello che stai facendo. Insomma, non hai l’obbligo di pubblicare il sermone di un ex direttore o l’articolessa domenicale di un editorialista.

Che i giovani si guardano bene da leggere.
Ma sì, dopotutto noi lo facciamo perché lo facevamo da ragazzi, lo facevano i nostri genitori e i nostri nonni. Ma c’è stata una cesura generazionale e tecnologica. Da 20 anni nessun giovane va a comprare un giornale. Io faccio sempre il paragone con l’antiquariato: in un bellissimo negozio di antiquariato noi ci sguazziamo, vediamo cose che ci piacciono, ma se vai davanti a un negozio di antiquariato o davanti ad un’edicola non vedrai un giovane nemmeno per sbaglio. All’edicola comprano i biglietti del tram, e ancora per poco.  Un giovane va all’Ikea non perché è povero, o non solo perché povero, ma perché è più funzionale. La logica del prodotto di valore, tornito, pregiato, di tradizione, non esiste più. Così come ormai è passata l’idea che per l’informazione non devi più pagare.

Anche se…
Paghi in un altro modo. Hai l’illusione di non pagare o, se vuoi, la nuova modalità di pagamento è invisibile. Leggendo un pezzo, paghi il traffico che consumi e la pubblicità, lo fai con uno strumento che ti consente anche di telefonare, passare sopra il tornello della metropolitana, navigare in Internet.

Penso che immaginerai attorno a questo nuovo giornale un intero ecosistema, visto quanto i tuoi programmi interagiscano col mondo dei social…
Vedremo, cercherò di sfruttare in maniera spregiudicata quello che so, avendo fatto prodotti che hanno intercettato anche il pubblico giovane come la “maratona”, sono uno di quei giornalisti che può tentare di arpionare un pubblico giovane…

Siamo su La Freccia, regalaci una riflessione sul viaggio…
Io, che non ho neppure la patente, viaggio tantissimo in treno. E, a differenza di molti altri che dicono di trovarsi male, sono un figlio del mio tempo, non ho il problema di chi mi troverò accanto, mi siedo, apro il tablet o lo smartphone che sono i miei due compagni di viaggio, e faccio le mie cose: rifletto, lavoro, leggo, parlo, insomma sfrutto al meglio il mio essere multitasking e sto benissimo. Poi, da quando l’Alta Velocità ha abbattuto i tempi di viaggio e realizzato una vera rivoluzione, no, non potrei proprio rinunciare al treno.