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Libri

L’immagine e l’attualità del treno sono temi abbastanza frequenti nel panorama dell’editoria italiana.

In forma di romanzo, di saggio o di inchiesta continuano infatti ad essere proposte pubblicazioni in cui il treno, spesso richiamato anche nei titoli, rappresenta un punto di riferimento o un interessante campo di indagine.

In questa rubrica di FsNews dedicata all’intrattenimento, segnaleremo di volta in volta alcune opere che, occupandosi di ferrovie da diverse angolazioni, possono aiutare tanto ad orientarsi nel mondo dei treni quanto a compiere viaggi immaginari sui convogli raccontati dai romanzieri .




NAPOLI FERROVIA - di Ermanno Rea

Un'amicizia che cresce tra la diversità di due personaggi contrapposti, e che fa da sfondo alla rivisitazione, quasi commossa, della città di Napoli da parte dell'autore. La ferrovia vista come il fulcro dove tutto si intreccia, vera porta d'accesso alla città che adotta i suoi passanti e pare non volerli mandare più via. Questo romanzo autobiografico di Ermanno Rea, finalista al Premio Strega 2008, narra di un passato che ritorna e di un futuro che si fa sentire in tutta la sua incertezza
E' la sua città natale. Sono i quartieri, le case, gli odori di quel mare negato, le zone malfamate, magiche nonostante il senso di disperazione trasmesso dalla loro miseria. E' la sua infanzia, il passato che ritorna ma anche, forse, il futuro che si fa sentire in tutta la sua incertezza. Questa è la Napoli descritta da Ermanno Rea in modo esemplare in "Napoli Ferrovia", finalista nell'edizione 2008 del Premio Strega. Dopo tanti anni di assenza lo scrittore e giornalista torna a ripercorrere quelle strade scortato, a volte è il caso di dirlo, da un accompagnatore tutto particolare: Caracas, ex simpatizzante nazista che, superati i quaranta, si sta convertendo alla religione di Maometto. E' un viaggio un po' nostalgico dove i ricordi, però, non sono tutto, e in cui la figura dell'amico di strada diventa per l'autore un faro capace di illuminare i punti più oscuri della città. Caracas è la sua guida spirituale, e questo nonostante l'enorme diversità di vedute politiche e religiose che separa i due personaggi i quali, in alcuni casi, arriveranno seriamente a compromettere l'amicizia venutasi a creare per via delle loro visioni di vita, solo all'apparenza, inconciliabili. Sfondo di questo rapporto così tormentato, ma anche molto proficuo per l'uno e per l'altro, è la ferrovia, quel micro-macro cosmo dove si concentrano e si intrecciano le esistenze di ricchi e poveri, napoletani di vecchia data e di chi napoletano lo è diventato nel tempo. La ferrovia è questo, vera porta di accesso alla città da quando gli avvenimenti storici hanno fatto in modo che Napoli venisse privata del suo mare.
la copertina del libro E' nelle strade nei pressi della ferrovia, fatta di partenze e transiti, che si rispecchia il vero volto della metropoli, un'entità capace di rapire lo "straniero" fino ad inghiottirlo. Caracas questo lo sa bene, lui, accolto dal Vesuvio sin dal suo primissimo arrivo, dopo essersi lasciato alle spalle l'infanzia in Venezuela. Di questi luoghi Caracas conosce tutto e tutti: buoni, cattivi, spacciatori, umili e diseredati, un pozzo di conoscenza insostituibile persino all'autore che in questa città c'è nato, e che di lui si serve per ricordare, taccuino alla mano, e capire quali cambiamenti hanno investito il luogo natio durante la lunghissima assenza. I due uomini percorrono instancabilmente e a tutte le ore, anche le più impensabili, la via lungo quei binari tanto affascinanti, teatro della loro amicizia e dei loro litigi più accesi. Quando infatti Caracas e Rea, narratore in prima persona per tutto il libro, si soffermano a parlare di nazismo, Shoah, Islam ed ebraismo, arriva il momento della contrapposizione tra l'autore, vecchio giornalista dell'Unità di padre partigiano, e il suo strambo amico, ex simpatizzante nazista, negazionista, rimasto illuminato dalla parola di Allah. Caracas ama, è un uomo buono, generoso, solidale con i più deboli, creativo e intelligente ma, purtroppo, fa notare più di una volta Rea, rimane accecato da un'ideologia che è in tutto e per tutto il contrario di lui e della sua esperienza personale. Perché del resto questa città, la sua ferrovia, ha adottato anche lui, Caracas. Un ex straniero tra gli stranieri, divenuto un napoletano doc. 

Napoli Ferrovia - Ermanno Rea - Rizzoli Editore (Collana La Scala) 

LA STAZIONE DEL XXI SECOLO - a cura di Alessia Ferrarini

Milano Centrale, Torino Porta Nuova: le stazioni continuano a vivere una fase di storiche trasformazioni. Questo libro – edito da Ferrovie dello Stato ed Electa – è un’utile mappa per viaggiare in un processo destinato a lasciare il segno nel XXI secolo.
Aldo De Poli, storico e docente di architettura, scrive che “la stazione d’oggi è un edificio complesso in continua trasformazione”. Edificio legato al mondo della tecnica e nello stesso tempo monumento urbano, la stazione ferroviaria è oggetto, negli ultimi anni, di interventi urbanistici a volte di straordinario rilievo e delle più nuove e interessanti sperimentazioni architettoniche. 

L’argomento torna d’attualità, perché l’inaugurazione del sistema Alta Velocità ha restituito la stazione di Milano Centrale alla sua originaria bellezza e ne ha anche segnato la trasformazione in moderno e rinnovato centro propulsivo di interscambio e di servizi, e altrettanto si appresta ad accadere per un altro edificio che appartiene alla storia delle ferrovie, la stazione di Torino Porta Nuova. 

Il volume, che è stato edito dalla Direzione Comunicazione Esterna delle Ferrovie dello Stato in collaborazione con la casa editrice Electa, è stato curato da Alessia Ferrarini e si avvale di un ricco materiale fotografico e documentativo, che è stato messo a disposizione dalle strutture editoriali del Gruppo. La confezione iconografica risponde alla migliore tradizione dei prodotti editoriali curati dalla Electa e il volume risulta alla fine un prodotto di grande fascino. Attraverso le pagine del volume, il lettore compie un viaggio nei processi di trasformazione delle stazioni riqualificate o da riqualificare e nei progetti avveniristici di costruzione delle nuove stazioni Alta Velocità/Alta Capacità, destinate a lasciare un segno nella storia architettonica ed urbanistica di questo XXI secolo.
La copertinadel libro Il sottotitolo del volume è “Dalle stazioni Alta Velocità alle ultime ristrutturazioni: i progetti e la visione delle Ferrovie dello Stato”. Vengono descritti non solo con immagini, ma con una ricca illustrazione analitica e concettuale dei presupposti architettonici ed urbanistici dei vari interventi, i progetti riguardanti le stazioni di Roma Tiburtina, Torino Porta Susa, Firenze Belfiore, Napoli Afragola e Bologna Centrale. La seconda sezione del volume è, invece, dedicata ad illustrare i progetti delle stazioni riqualificate, e, in particolare, vengono illustrate le esperienze di ristrutturazione degli edifici di Milano Porta Garibaldi, Roma Termini, Napoli Mergellina e Trapani. 

Il volume, edito nel dicembre 2007, è in vendita nelle librerie ed è diventato rapidamente uno dei più significativi testi di riferimento sull’argomento, grazie anche all’edizione dei testi in lingua inglese.

La stazione del XXI secolo - a cura di Alessia Ferrarini - Ferrovie dello Stato SpA/Mondadori Electa SpA, Milano 2008 

L'ETA' D'ORO DEL VIAGGIO IN TRENO – di Patrick Poivre d’Arvor

Rievocazione della nascita delle linee ferroviarie transcontinentali e insieme ricco album fotografico, il libro di Poivre d’Arvor racconta il viaggio nella storia dei treni più illustri anche come esperienza emozionale
Patrick Poivre d’Arvor, giornalista francese con un’esperienza alle spalle da conduttore di vagoni-letto, racconta gli albori dei grandi viaggi transcontinentali, quando i treni avevano rivestimenti in boiseries intarsiate e nomi suggestivi quali Transsibérien, Palace on Wheels, fino al leggendario Orient – Express. 

Il libro è struttrato per capitoli tematici, ciascuno dei quali dedicato ad uno degli storici protagonisti del trasporto su rotaia, ed è corredato di belle immagini d’epoca e di carte geografiche illustrative delle tappe di ciascuna linea. Apprendiamo così di come l’invenzione dello scompartimento ferroviario da parte del belga Nagelmackers abbia aperto la strada, nel 1876, alla nascita della Compagnie Internationale des Wagons-Lits e quindi, il 4 ottobre 1883, al primo viaggio da Parigi a Costantinopoli dell’Orient-Express. O di come l’aristocrazia europea, non esclusa l’austera regina Vittoria, abbia raggiunto il tepore degli inverni in Costa Azzurra a bordo delle carrozze blu filettate d’oro del Train Bleu, dando vita ad una spensierata train-society. 

Poivre d’Arvor racconta, tra le altre, l’ardua nascita del Toy Train che, attraverso la faticosa scalata dell’Himalaya, conduceva a scartamento ridotto le famiglie dei funzionari britannici sulle salubri alture di Darjeeling, offrendo un’esperienza che Mark Twain definì come una “delle più belle giornate che sia dato di passare sulla terra”.
Non sempre il lusso delle carrozze risparmiava ai viaggiatori esperienze di autentica sofferenza; così se gli esclusivi treni delle ferrovie indiane consentivano di trascorrere la notte nel comfort dei propri effetti personali, il cosiddetto bedding, (inclusivo di materasso, lenzuola e coperte!) e di ordinare via telegrafo la colazione desiderata nella stazione di arrivo, non disponevano però di protezioni contro le incursioni degli sciami di zanzare.
Pregio aggiuntivo del libro è il corredo di citazioni di viaggiatori illustri a conclusione di ciascun capitolo; da Jack London imbarcato sul Canadian verso l’Ovest canadese a Jean Cocteau stremato per il caldo torrido delle Indie sul Palace on Wheels, fino ad una giovane Colette rapita sul Train Bleu dalla visione della sconosciuta “lava fiorita” della bougainvillée.

Il treno è qui visto come mezzo esclusivo di fascinazione, “lusso e confort, ma senza la routine”, elegante e un po’ scomodo come i bauli da viaggio di un tempo, declinato in immagini color seppia, molto prima dell’avvento dell’Alta Velocità.

P. Poivre d’Arvor, L’età d’oro del viaggio in treno, L’ippocampo 2007

CASTELLI DI RABBIA - di Alessandro Baricco

“Castelli di rabbia”, il romanzo di Alessandro Baricco uscito nel 1991, ha per protagonista un signore dal nome emblematico e simbolico al tempo stesso, “Rail”, e ruota intorno al sogno pionieristico della costruzione della ferrovia, unico riferimento temporale di una storia che si svolge in un mondo immaginario e in un luogo che non esiste nelle carte geografiche, Quinnipak.
Il grande e unico sogno di “Rail” è costruire la prima ferrovia del mondo e co-protagonista del romanzo è Elizabeth, che naturalmente non è una donna, ma una locomotiva. Elizabeth viene comprata da Rail e messa in giardino, suscitando la curiosità di tutti gli abitanti di Quinnipak.

“Com’è, signor Rail, com’è andare veloci?” chiedono a Rail i suoi compaesani. “Non si può raccontare, non è possibile…bisogna provare…è un po’ come se il mondo vi girasse attorno vorticosamente …in continuazione….è un po’ come se….provate a girare su voi stessi, così, girate più veloci che potete, tenendo gli occhi aperti…così….ecco, il mondo lo si vede così quando si è sui treni …è come andare veloci….la velocità…avanti, volete sapere sì o no cosa vuol dire andare veloci?”
LA COPERTINA DEL LIBRO Ma Elizabeth non partirà mai! Al sogno della ferrovia e della velocità si contrappone la dura realtà, fatta di sacrifici economici (costruire una ferrovia costa moltissimo!), solitudine e morte. Rail riuscirà a costruire solo 9 chilometri e 407 metri di binari che “finivano in un prato qualunque, in mezzo all’erba”. Il figlio di Rail muore casualmente durante i lavori di costruzione, la moglie lo abbandona. 

Tutto viene sacrificato al sogno. Eppure tanta passione trova un riscatto nel finale: Elizabeth rimane sì immobile sul prato, ma diventa leggenda. “Vengono dal paese, apposta per vederla: i grandi raccontano che ha fatto il giro del mondo e alla fine è arrivata lì e ha deciso di fermarsi perché era stanca da morire”. E i bambini di Quinnipack le girano attorno “muti come pesci per non svegliarla”.

Alessandro Baricco: Castelli di rabbia, Milano 1991, Feltrinelli Editore Prima edizione nell’Universale Economica Feltrinelli, agosto 2007 

L’UOMO DELLA CUCCETTA N. 10 - di Mary Roberts Rinehart

Questo libro di Mary Roberts Rinehart è considerato un classico del delitto in treno e anche uno dei suoi capolavori. Il nome dell’autrice probabilmente a molti non è noto, tranne che agli appassionati del genere: noi, ad esempio, confessiamo di essere tra quei molti.

Una rapida ricerca e la lettura del libro consentono, invece, di avvicinarsi al nome di questa autrice, dalla vita lunga e avventurosa. Nata a Pittsburgh nel 1876 e morta a New York nel 1958, la Rinehart è stata una delle autrici più prolifiche del primo Novecento. Ha scritto il suo primo libro a sedici anni, e ha poi continuato nella sua lunga vita producendo diverse centinaia di titoli di straordinario successo. Negli anni tra i ’20 e ’40, la Rinehart raggiunse una fama che, negli Stati Uniti, riusciva ad oscurare quella di un mostro sacro come la grande Agata Christie.

Questo è un testo di ambientazione quasi interamente ferroviaria, con l’azione che si svolge a bordo di una carrozza Ontario di un convoglio che viaggia tra Pittsburgh e Washington. La scoperta di un assassinio nella fatidica cuccetta n. 10 dà il via ad un intrigo classico del genere, sorretto da una mano esperta che accompagna il lettore senza stancarlo per le 295 pagine di questo volume. Non sveliamo altri particolari della trama: il mistero è una componente essenziale di ogni buon giallo che si rispetti.

Il volume è una scoperta, che introduce ad una serie di scoperte. Una scoperta è certamente la produzione di questa piccola casa editrice. La Polillo Editore cura collane di letteratura sofisticata e di “nicchia”: anche se una produzione tanto di nicchia poi non è, perlomeno a giudicare dallo straordinario successo di una manifestazione come la Fiera della piccola e media editoria, tenutasi dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi a Roma, che ha attirato l’attenzione e la curiosità di migliaia di visitatori e di amanti del libro.

Indagando, si scopre che la Polillo Editore, fondata da Marco Polillo, ex collaboratore degli indimenticati Gialli Mondatori, si avvale di pochissimi collaboratori, ma ha un suo affezionato pubblico di lettori di “culto”, che si preoccupano di diffonderne il valore attraverso i vari blog. Esaminando i cataloghi, si scopre una piccola biblioteca del giallo, costituita da titoli quasi introvabili e da capolavori del genere fuori catalogo da tempo, ma “tutti assolutamente imperdibili”, come suggeriscono gli appassionati del genere. La letteratura “gialla” è un genere che convenzionalmente si fa nascere nel 1841, con la pubblicazione de I delitti della rue Morgue, del grande Edgar Allan Poe. Oggi nessuno più si sogna di classificare questa come una “letteratura minore”. Studiosi del genere hanno giustamente osservato che la letteratura gialla nasce quando nasce la protagonista assoluta della storia del Novecento: la città industriale. Il treno è un altro dei grandi protagonisti del ‘900, ed è quindi inevitabile l’incontro che costituisce uno dei motivi di richiamo di questo volume.
Una scoperta è anche la confezione di questi prodotti, che merita qualche parola di commento. Tra le mani il lettore si ritrova questi piccoli volumi puliti ed eleganti, con una copertina rossa fascinosa e intrigante e dalle forme classiche. I caratteri sono netti e definiti e chiaramente ispirati all’editoria del Novecento. Il logo della collana ha un titolo ironico e spiritoso, “I bassotti”; neanche l’editore sa spiegare esattamente l’origine del nome: il richiamo è al formato e al fatto che altre collane, come i Penguin inglesi o gli Struzzi einaudiani, si ispirano a nomi di animali.

In un’intervista, Polillo viene definito “il missionario del giallo” e la confezione dei suoi volumetti “morbida”: e anche l’utilizzo di questi aggettivi è un’altra scoperta che si aggiunge alle molte altre che ci ha consentito la lettura di questo volume. Un’esperienza che suggeriamo di ripetere, anche per avvicinarsi ad un mondo editoriale che ha molti meriti e che vale la pena di scoprire, appunto.

Mary Roberts Rinehart: L’uomo nella cuccetta n. 10, Milano 2003, Polillo Editore 

IL TRENO - di Georges Simenon

Con un titolo così, e un autore del calibro di Georges Simenon, questo è un libro più che “predestinato” (e mai termine risulta più appropriato) per comparire tra le recensioni di questa rubrica. Pubblicato nella “Biblioteca Adelphi” nel 2007, il libro ha avuto la sua prima edizione in Italia nel 1966, presso Mondadori.
Simenon maturò questo libro per oltre vent’anni, per la necessità – evidentemente – di prendere le giuste distanze da un “argomento terribile e magnifico” (è lui stesso a definirlo così) come la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1961, con i consueti ritmi frenetici (la produzione di Simenon è sterminata, così come l’elenco delle sue presunte amanti), impiegò una settimana, dal 18 al 25 marzo, per pubblicare questo libro che – insieme al giallo Il clan degli Ostendesi – è l’unico ad essere ambientato nello scenario del conflitto. Simenon aveva qualche motivo per non voler ricordare il periodo della guerra: nel 1940, era stato responsabile di un campo profughi a La Rochelle, e nel dopoguerra si recò addirittura negli Stati Uniti per evitare di essere coinvolto nelle accuse di collaborazionismo. 

La vicenda del libro è ambientata proprio nel maggio ’40. Il treno del titolo è un protagonista assoluto del romanzo, perché i vagoni del convoglio che trasporta i profughi dal Belgio invaso dalle truppe naziste a La Rochelle sono l’ambientazione, insieme terribile e magnifica appunto, dove si svolge la storia di Marcel Féron, piccolo commerciante di apparecchi radiofonici di Fermay, uomo senza qualità, pesantemente miope e dalla salute cagionevole. 

Marcel viaggia con la moglie incinta e la figlia piccola sistemate nei vagoni di prima classe, mentre lui ha trovato posto nei carri merci. Ad un certo punto, il treno – composto da ventiquattro vagoni: troppi, sentenzia un “esperto” – si divide, e così si dividono anche i destini di Marcel e della sua famiglia. Il viaggio, ovviamente, è avventuroso e imprevedibile come è normale in un periodo tormentato come la guerra e in una situazione che vede folle di profughi in fuga e in cerca di salvezza. Sul vagone di Marcel, si introduce clandestinamente Anna, una ebrea praghese, dal passato misterioso e segnato dal carcere. Durante le lunghe soste, i bombardamenti, le alterne vicende del viaggio, nasce prima una simpatia e poi un rapporto amoroso turbinoso e intensissimo, che Simenon descrive con alcune pagine piene (caso rarissimo) di un bruciante erotismo. 

Tutta la vicenda è come sospesa e cristallizzata nel tempo: Simenon scrive, già all’inizio del viaggio, che “a dire il vero, il tempo non esisteva più”, e in seguito, quando è travolto dalla passione con Anna, che tutto avveniva senza “né passato, né avvenire. Solo un fragile presente, che divoravavamo e assaporavamo al tempo stesso”. E davvero non c’è futuro nella storia: Marcel, dopo averla salvata, abbandona Anna al suo destino. L’intensità delle passioni non ha prodotto né una presa di coscienza, né un mutamento di una grigia esistenza che riprenderà i suoi ritmi quasi “normali”, nonostante l’occupazione tedesca e le vicende della guerra.
A distanza di vent’anni, Marcel scrive la sua storia in un diario, per dimostrare al figlio che “per alcune settimane è stato capace di provare una passione”, che anch’egli ha avuto il suo lampo di vitalità dentro una vita anonima e priva di grandezza, come quella di quasi tutti gli uomini secondo Simenon.

Il libro è soprattutto un esercizio di scrittura raffinata, un incredibile caleidoscopio dei colori, degli umori, delle sensazioni che uno scrittore – un “vero” scrittore – è capace di ritrovare anche negli episodi più minuti. Il viaggio del treno è un racconto nel racconto: la precisione dei termini, l’alternarsi delle fermate, la citazione delle località che diventano occasioni per brevi ricordi, per dipingere il quadro di una realtà profondamente sconvolta dalla guerra. E i vagoni del treno che diventano l’universo dentro cui quasi non ci sono colloqui, ma solo gesti, intensi, profondi, irripetibili, unici, senza “né passato, né avvenire”. 

Georges Simenon – Il treno – Adelphi Edizioni, 2007 

TRENO E CINEMA - di Roberto Scanarotti

Edito nel 1997, è diventato un testo di riferimento nella letteratura dedicata al tema, tanto che il Festival Internazionale del Cinema di Salerno, giunto quest’anno alla sessantaduesima edizione, lo ha selezionato segnalandolo nella sezione “Un libro per il cinema, il cinema per un libro”.
Treno e cinema esplora i “percorsi paralleli” di queste due invenzioni ottocentesche, diventate simbolo ed espressione del progresso. E racconta l’incontro, inevitabile, tra le due “macchine del movimento”, la locomotiva e la cinepresa, avvenuto fin dagli esordi pionieristici dei fratelli Lumière.

Il libro è una miniera di citazioni e di dati, ricco come è di una vasta bibliografia e di una minuziosa ricostruzione dei titoli dei principali film oggetto di interesse, anche se purtroppo limitati al periodo di edizione (un invito, implicito, all’autore ad aggiornare il proprio lavoro). Ma è anche una fonte di sollecitazioni e di ricordi, perché il rapporto tra treno e cinema è talmente vasto ed intrigante, da stimolare ciascuno di noi – come scrive giustamente Claudio G. Fava nell’introduzione – a ritrovare le scene e i film da aggiungere all’elenco o da far rivivere sulla pagina o nell’immaginazione.

Il testo conserva comunque una sua profonda attualità, soprattutto per l’idea di associare l’evoluzione del movimento delle immagini a quello delle persone e delle cose, e per la rivelazione delle singolari assonanze e parallelismi ritrovabili soprattutto nelle origini. Il resto è un racconto di come il treno diventa un elemento che, più che riempire, “trapassa” lo schermo e di come, in alcune occasioni, conquista interamente la scena e si fa indimenticabile protagonista.
L’autore ripercorre con meticolosità un cammino che è fatto anche e soprattutto di emozioni, a volte finanche inconsapevoli per lo spettatore, senza rinunciare all’analisi dei fenomeni sociali e storici collegati a questo percorso, e di cui il treno e il cinema sono spesso testimoni non solo rappresentativi, ma a volte insostituibili per comprendere l’evoluzione dei costumi e le trasformazioni profonde di un Paese.

Due parole sull’autore. E’ impossibile non ricordare che Roberto Scanarotti, oltre che giornalista e storico di cinema, dirige la Redazione di Gruppo e cura l’edizione di FS News ed è, dunque, “parte in causa” anche per questa presentazione. Il libro, per fortuna, ha avuto una sua vita autonoma e importanti riconoscimenti dal mondo culturale ed accademico, come testimoniato anche dal premio assegnato dal Festival cinematografico di Salerno. Tra il rischio di una recensione che può essere interpretata come autopromozione e l’esigenza di informare i lettori di una produzione editoriale capace di suscitare curiosità ed interesse, abbiamo privilegiato quest’ultima. Convinti di essere nel giusto, perché anche il silenzio è una scelta, che a volte può essere penalizzante e ingiusta.

Roberto Scanarotti – Treno e cinema-percorsi paralleli – Editore Le Mani, Recco (GE), 1997 

TRENI - di Ettore Mo

“Libri e manoscritti sono nelle mani di venerabili famiglie che se li tramandano di generazione in generazione, memori del tempo in cui, scaricati dalla gobba dei cammelli dopo miglia e miglia di deserto, costavano più dell’oro e del sale.”
Il protagonista di questo lungo viaggio è il treno che consente di conoscere il cuore segreto dei luoghi più remoti e impenetrabili. E di vivere le storie e le emozioni degli uomini e delle donne che li abitano. Migliaia di chilometri, dal silenzioso Sahara all'Atlantico, passando per una miniera di ferro a cielo aperto; da Addis Abeba a Gibuti, poi, insieme ai pendolari che masticano qat, l’erba allucinogena.

E via fino in Birmania sul Mandalay Express che ha visto tutte le battaglie per la libertà del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Migliaia di chilometri percorsi nel 2004. La penna scorre sulla carta e trasforma il diario di bordo in un libro che ancora oggi, quattro anni dopo, è di un’attualità sorprendente. Così Ettore Mo, in Treni, sale sul treno più lungo della sua vita, mette insieme le immagini, gli odori; ma soprattutto le esperienze raccolte che trasformano il viaggio in un modo per conoscere e descrivere. È accaduto anche su un treno in Messico, dove per percorrere 653 chilometri ci sono volute 16 ore. È lì che il tempo si dilata. È lì che il giornalismo si conferma una straordinaria avventura.

Insomma dal deserto al Sud Est asiatico, dal Corno d’Africa alle Ande scorrono le avventure di un grande reporter tra vagoni di terza classe e odore di rotaia. Dal viaggio insieme all’ebreo greco scampato alla deportazione, nel 1943, Mo si spinge dritto al cuore della Mitteleuropa, in Polonia, dove tuttora esiste una locomotiva a vapore che continua a suscitare nel suo vecchio macchinista in pensione un sentimento di vero amore.
Ma Treni è anche una lunga scorribanda ferroviaria che conduce il lettore da un pellegrinaggio al ponte sul fiume Kwai a un’escursione in Darjeeling, alle pendici dell'Himalaya, sul trenino costruito per la villeggiatura dell'aristocrazia britannica in India.

E, ancora, dopo l’Afghanistan liberato dai talebani e la Russia divisa tra la rinascita della fede ortodossa e i detriti del comunismo, Treni si spinge fino all’America Latina, terra che unisce sfarzi a miserie contemporanee, inclusa la fame domata dalle foglie di cocaina, l’alcolismo e tutte le altre tragiche realtà di questo poverissimo pueblecito.

Per Ettore Mo e per l’amico fotografo di sempre, Luigi Baldelli, il viaggio è lo strumento per condividere, fino in fondo, le esperienze di un’umanità lontana dai limitati orizzonti quotidiani.

Ettore Mo - Treni, ai confini del mondo e della storia - Rizzoli 2004 

IL TRENO DEI DESIDERI - di Paolo Prato

Il treno nella musica è espressione di sentimenti, atmosfere, pensieri. Dal folk al rock, dal jazz al blues sino alle colonne sonore e alla musica leggera, il libro di Paolo Prato ci fa ripercorrere un viaggio intorno al mondo

Suoni forti, allegri, sussurrati e malinconici: dal fischio del vapore allo sbuffo della locomotiva, dalla musica celebrativa a quella da film, dal folk al rock, dal jazz alla canzone d’autore, dalla melodia dolce al ritmo blues. Questi i mille suoni del treno, oggetto simbolico ed evocativo, multiforme universo espressivo che ha ispirato compositori, registi e cantautori: da Berlioz a Cage, da Ellington ai Dobbie Brothers, da Patty Pravo a Francesco De Gregori. 

Una relazione inconsueta quella tra treno e musica, che Paolo Prato, giornalista e critico musicale, ha ripercorso ne Il treno dei desideri come parte di un più vasto sistema di relazioni: un meccanismo sospeso tra suono e ambiente, in bilico tra tempo e spazio in un avvicendarsi continuo di paesaggi naturali e sociali del mondo. Il treno come espressione di sentimenti, atmosfere, pensieri. Uguale in sé e costantemente diverso nelle storie e nelle vite che lo abitano. Sempre teso, lanciato a folle corsa verso il futuro, lungo una strada di cui non si immagina la fine. 

Ennio Morricone, che ha curato la prefazione del libro, riferendosi alla potenza evocativa del treno e alla carica di emotività che esso inevitabilmente trasmette, lo ha definito non un ‘rumore’, ma un elemento che “entra nella realtà sonora della partitura musicale, come una percussione scritta dal compositore. La varietà dei suoni prodotti da un treno fanno sì che questo non rappresenti solo una fonte d’ispirazione qualsiasi, ma una sorgente sonora molto particolare che da oltre 150 anni continua ad affascinare i musicisti”.
Un incontro di due passioni, dunque, la musica e il viaggio, ben coniugate dall’immagine cinematografica. Due dimensioni diverse del reale, ma in fondo uguali nella rispettiva capacità di sedurre, trafiggere il silenzio, trasmettere emozioni, restituire ambienti familiari, placare lacrime e angosce, custodire storie di vita. Come nelle parole di una celebre canzone...
 
...Generale queste cinque stelle
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno
che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno
tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore ... 

(Generale, 1978, Francesco De Gregori) 

Paolo Prato - Il treno dei desideri, musica e ferrovia da Berlioz al rock - Edizioni L'Epos 2003 

IL CASELLANTE - di Andrea Camilleri

“Certe volte i treni portavano in partenza leggeri ritardi pirchì qualichi passeggero bituali non era stato puntuali e il capotreno non aviva dato il signale di partenza aspettando il ritardatario. Tanto che era addiventato di bona creanza avvirtiri il capotreno se uno, il jorno appresso, non saribbi potuto partiri. Che non l’aspittassero a vacante.” 

“Quanno passò il treno che da Vigàta annava a Castellovitrano, s’addunò che, sul davanti della locomotiva, il fascio littorio di ramo ‘ndorato che ci era stato saldato qualichi anno avanti, era cummigliato da ‘na pezza di panno nivuro in signo di lutto per le povire armuzze dei viaggiatori che erano morti mitragliati.”

Camilleri abbandona quasi completamente l’italiano (in realtà, il “quasi” è pleonastico) per scrivere una storia che richiama il senso del tragico della “madre” Grecia e i residui di un animismo tribale. Come la protagonista Minica – Niobe, il cantore della sicilianità scava nelle radici della sua terra per ritrovare l’umanità di un popolo, su cui le sovrastrutture della storia sembrano scivolare senza lasciare traccia.

Il treno non solo è protagonista, ma è “animato”: soffre, sbuffa, partecipa dei drammi dei suoi viaggiatori, si veste e si acconcia, ma resta incrollabile a svolgere il servizio, anche sotto i bombardamenti più feroci (e inutili).
 
Proibito fare ironie sulla ferrovia che, in Sicilia, funziona ancora come ai tempi del racconto di Camilleri. In un quadro in cui tutti coloro che esercitano un ruolo pubblico si muovono come marionette su una superficie di ghiaccio, mentre i movimenti dell’acqua si svolgono in sottofondo, i ferrovieri e le ferrovie sono l’unica istituzione (ahimè, insieme alla mafia) che funziona davvero, un simbolo positivo di uno Stato altrimenti lontano e incomprensibile nei suoi riti, più o meno volontari e consapevoli.
Foto: la copertina del libro I Capi Stazione e i Capi Treno hanno un’autorità riconosciuta e inattaccabile, ma anche un’umanità che li rende partecipi del dolore e delle difficoltà dei dipendenti come dei viaggiatori. Dietro lo scudo di una professionalità insostituibile e la coscienza di svolgere una autentica funzione pubblica, i ferrovieri sono gli unici a non compromettersi con l’arroganza e l’arbitrarietà di un Potere a volte farneticante, che insegue i fantasmi delle ombre ed è drammaticamente assente quando la tragedia incombe sulla popolazione (i ferrovieri, invece, sono lì, in prima linea, sempre e comunque).

Camilleri è un ferroviere ad honorem, che riconosce “a naso” il valore a-temporale degli uomini e delle cose, e, tutto sommato, ama quei treni che ansimano sui tornanti della aspra e meravigliosa terra siciliana e viaggiano così “very slow” (per usare un’espressione elegante e alla moda) da consentire ai “ninnuzzi” di rinfrescarsi nelle acque dell’azzurro mare mediterraneo. 

Un libro che è un “cammeo”, della premiata “fabbrica” Camilleri, oramai un marchio di garanzia per una scrittura capace di portare con piacevolezza, leggerezza e ironia il lettore fino alla fine (e scusate se è poco). 

Andra Camilleri - Il casellante - Sellerio Editore Palermo (collana La memoria) 2008 

LE FERROVIE NELLA SOCIETA' ABRUZZESE DELL'OTTOCENTO - Di Dario Recubini

Un saggio sul sistema ferroviario locale ai tempi del Barone Giuseppe Andrea Angeloni, che ricostruisce scelte importanti per la realizzazione dei collegamenti nella società abruzzese dell’Ottocento
In Italia il primo convoglio su rotaia muove i suoi primi passi sulla tratta Napoli – Portici il 3 ottobre 1839. Il giorno della sua inaugurazione la ferrovia era costituita da un unico binario che si snodava su poco più di 7 chilometri di tracciato. Negli anni successivi, anche nel resto della penisola si costruirono tratte ferrate . Oltre alla Milano – Monza di 13 Km, vediamo la realizzazione di tronchi in Toscana, Veneto e, soprattutto, nel regno di Sardegna. Fino ad arrivare al primo luglio 1905, anno in cui sui convogli della Penisola si vedrà spiccare la sigla delle Ferrovie dello Stato.

Un preambolo di questo tipo diventa quasi obbligatorio quando ci si sofferma ad analizzare il saggio di Dario Recubini, la cui lettura fornisce un ottimo esercizio per comprendere meglio la società dell’Ottocento abruzzese, ma anche squisitamente italiana, attraverso lo sviluppo della rete ferroviaria. Un contributo importante che si aggiunge alla vasta letteratura che ha dedicato e dedica alla ferrovia un ruolo di protagonista nelle trasformazioni che hanno accompagnato e accompagneranno questo Paese nel suo percorso di sviluppo. Dapprima visto come il simbolo per eccellenza dell’Unità d’Italia, il treno acquisisce sempre di più un punto di riferimento fondamentale per qualunque studioso della società che si appresta ad affrontare la sua analisi.

In “Le Ferrovie nella società abruzzese dell’Ottocento” (Edizioni scientifiche abruzzesi, 2008), ci si focalizza principalmente sulla figura del Barone Giuseppe Andrea Angeloni, per il mondo della ferrovia figura di spicco appartenente a quella schiera di uomini che, dopo aver ostinatamente lottato per l’unificazione territoriale, continuano a operare con energia in direzione del raggiungimento di un’effettiva coesione sociale del Paese. Una figura, quella dell’Angeloni, che da subito si contraddistingue per la sua operosità verso il bene pubblico, la cui sensibilità politica, civile e culturale lo portarono a battersi in Parlamento per la realizzazione di un sistema di viabilità con l’intenzione - purtroppo non raggiunta anche a causa della crisi agraria del tempo - di far uscire l’Appennino abruzzese dalla perenne stagnazione economica di cui era vittima.

L’impegno intellettuale unito all’attività parlamentare, lo portano a realizzare diversi studi e a confrontare i dati in suo possesso con quelli degli altri paesi europei, apparendogli da subito chiaro il ritardo italiano nella realizzazione di moderne infrastrutture viarie e ferroviarie. E’ questa sua tenacia che lo porta ad ottenere i finanziamenti per le quattro tratte ferroviarie, Pescara – Sulmona, Terni – Sulmona, Roma – Sulmona, e l’importantissima Sulmona – Isernia. Quest’ultima era conosciuta come la “Transiberiana italiana”, in quanto era la trasversale ferroviaria appenninica con la più alta quota di valico e la seconda stazione, dopo quella del Brennero, più alta della rete a scartamento ordinario sul livello del mare, Rivisondoli – Pescocostanzo. 

E’ principalmente grazie all’impegno di questo deputato mazziniano che dal 1897 la nuova linea Sulmona - Isernia collegherà l’Abruzzo alle zone meridionali. In occasione dell’inaugurazione, con la stazione ferroviaria posta nei pressi del centro abitato di Roccaraso, la municipalità del paese, fa apporre alla facciata esterna della stazione, in memoria del Barone Giuseppe Angeloni, una lapide dettata direttamente dal vice presidente del Senato, Marco Tabarini, che lo ricorda come “[…] esemplare di cittadino e di patriota che nel Governo e nel Parlamento promosse ed affrettò la costruzione della ferrovia da Sulmona a Isernia” […].
Gli sforzi dell’Angeloni per rendere Sulmona il crocevia del sistema ferroviario abruzzese videro il loro riconoscimento negli anni successivi la sua morte, da lì a poco anche attraverso il grande contributo che la ferrovia diede alla sua città natale, favorendo in maniera esponenziale il turismo di Roccaraso. Ciononostante, l’entrata in esercizio della nuove arterie ferroviarie, tra cui la Avezzano – Roccasecca, non centrerà a pieno i benefici sperati dall’Angeloni, e questo a causa della forte concorrenza del grano americano, delle lane australiane, e del mancato investimento di quel tempo sulle nuove tecnologie, che avrebbe inevitabilmente abbassato i costi di produzione di un sistema di rete destinato a ingrandirsi, diventando sempre più complesso.

Attenta alle ricostruzioni di scritti e dibattiti parlamentari da cui scaturirono scelte importanti per la realizzazione di collegamenti ferroviari abruzzesi, l’opera di Dario Recubini ci racconta la storia di una terra di tratturi, dove dopo l’Unità d’Italia i collegamenti ferroviari si pongono immediatamente al centro del dibattito pubblico, diventando sinonimo di modernizzazione per un Abruzzo alla ricerca di riscatto e del suo posto in Europa. 

D. Recubini, Le Ferrovie nella società abruzzese dell'Ottocento, Edi 2008

LETTURE DA TRENO – di Barbara Alberti

Un volumetto da leggere velocemente in viaggio per scoprire antichi romanzi da nuovi punti di vista. Arguto e spiazzante, ottimo per ricordare che il giudizio più importante è sempre quello del lettore.
“Anna Karenina finisce sotto un treno, e le sta bene”. “Il romanzo è la nonna, che viene a Rulettemburg sul suo vagone personale per far rinsavire i parenti sciagurati schiavi del tavolo verde, e si rovina al gioco. Il resto sono maschere”. In Letture da treno, volumetto per un’ora o poco più di viaggio Barbara Alberti stimola, provoca e diverte proponendo una sua personale lettura di diciassette classici della letteratura e un melodramma. Con pochi treni, per la verità, e tutti targati Vecchia Russia: per l’esattezza quello della Karenina (“è ingorda, vuole tutto, rompere le regole ma senza rinunciare ai sensi di colpa”) e quello de Il Giocatore con l’esecrabile sventura della nonna.
In realtà, però, un Treno molto importante c’è, e sta sullo sfondo: è quello suggerito dal titolo, ovviamente, destinato cioè a ospitare e ad accompagnare la lettura di queste riletture (malgrado i cellulari che squillano e i parlatori che offendono orecchie e buon gusto), riferite con toni tutt’altro che convenzionali.
L’Autrice spazia dal Don Chisciotte di Cervantes, dimostrando tutta la sua propensione per Sancho, “il vero sognatore, perché al servizio del sogno di un altro” a Madame Bovary di Flaubert (“non muore d’amore, ma di debiti”) passando attraverso i Tre moschettieri di Dumas (“quei tre froci…) e l’omerica Odissea, in un capitolo che, anticipando la tesi, si intitola “Quel cornuto di Ulisse”.
Arguto e colto, irriverente, un po’ cinico e a tratti spiazzante, Letture da treno è un guizzante esercizio di opposizione al Giudizio omologato, cui la Alberti contrappone senza ricorrere a ipocriti eufemismi il libero giudizio del lettore. Leggo, dunque sono. Quindi: ve la racconto io la vera storia della Traviata. E scusate se vi farà anche un po’ ridere. 

B. Alberti, Letture da treno, Nottetempo, Gransassi 2008

Il TRENO dell'ULTIMA NOTTE - di Dacia Maraini

E’ un treno lento che arranca sulle rotaie. Si dirige verso nord. Amara se ne sta seduta composta, in preda a una sorta di eccitazione sonnolenta. Il primo lungo viaggio della sua vita. Un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati da centrini fatti a mano e puzza di capra bollita e di sapone al pergamenato.
Emanuele, l’«odore dell’allegria» addosso, è un bambino ribelle e pieno di vita che vuole costruirsi un paio di ali per volare, come gli uccelli. Restano, di lui, un pugno di lettere e un diario lasciato nel buco di un muro nel ghetto di Łódź. 

Amara, l’inseparabile amica d’infanzia, ora cronista ventiseienne di un giornale di provincia, decide di ritrovarlo. Sulle sue tracce, attraversa l’Austria, la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria, tremando sotto i colpi dei carri armati russi che sventrano Budapest nel ‘56. Un viaggio oltre la cortina di ferro, tra i poveri resti e le ferite lasciati dalla Seconda Guerra mondiale e gli orrori della Shoah. Da un lato, un comunismo sospettoso e aggressivo. Dall’altro, un anticomunismo altrettanto torbido e irruente. 

Un lungo cammino, quello di Amara, che porta impresso nel nome il sapore acre degli anni della guerra, della prepotenza nazista, della povertà e della fame, delle leggi indegne che impedivano di respirare.
Un viaggio attraverso la memoria, il ricordo, la coscienza intima e universale immerse nella vita magra e rabbiosa di un dopoguerra senza prospettive e negli odori di quel treno, una casa mobile che rievoca la voce dei morti e induce i pensieri più intimi. Il treno le è così familiare e amico. La conduce, l’avvolge, la protegge, imprime un ritmo ai suoi pensieri. E non è mai un ritmo stonato. «In treno ogni riflessione si fa serpentina, umile, sagace». 
Attraverso la prosa armoniosa dell’autrice, «il pensiero prende la cadenza delle ruote e macina, macina idee come fossero chilometri di riflessioni da percorrere». Gli odori, fieri e sfacciati, sono quelli della guerra fredda che ha separato Est ed Ovest con muri, fili spinati e soldati armati di fucile; mentre i destini degli uomini e delle donne che Amara incontra lungo il percorso rispecchiano la catastrofe storica del Novecento, dilaniato tra la guerra e l’olocausto, e la tragedia intima di ognuno. Essi gridano l’irrinunciabile speranza di un mondo diverso e incarnano l’impegno militante di denuncia contro gli orrori della civiltà.. 

Contesa tra slanci visionari, ricordi d’infanzia, stralci di lettere e la presenza affettuosa di un insolito compagno di viaggio, Amara rilegge la storia e la sua vita su un treno diretto dall’altro lato del mondo. 

E si lascia trasportare…Le piace che il treno ricordi i rifornimenti per la guerra ma nello stesso tempo porti con sé la capacità di consolare e cantare i morti. Ogni treno in fondo viaggia verso il regno dei trapassati, trasportando idee e meditazioni che si nutrono di se stesse. Le piace pensarlo così, questo treno lento e fumoso che attraverso campi ancora minati, città bombardate, boschi che hanno nascosto profughi disperati, si dirige lentamente verso Vienna

D. Maraini, Il Treno dell'ultima notte, Rizzoli 2008

LE FERROVIE - di Stefano Maggi

Seconda edizione del volume che racconta la grande storia dello sviluppo sociale economico legato alla diffusione e alla crescita delle ferrovie nel nostro Paese.
Le ferrovie hanno da sempre unito la realtà e i sogni degli italiani. E il treno da oltre cento anni permette di conoscere il cuore segreto dei luoghi più remoti e impenetrabili, e di vivere le storie e le emozioni degli uomini e delle donne che li abitano.

Stefano Maggi, docente di storia delle comunicazioni e del territorio all’università di Siena con un passato da ferroviere, ha pubblicato con il Mulino, nella collana “L’identità italiana”, una nuova edizione aggiornata del suo libro “Le ferrovie”, un’opera utile per viaggiare nella storia della rete ferroviaria italiana e per meglio comprendere il valore del progetto Alta Velocità ormai vicino alla sua definitiva realizzazione.
La storia del passato è percorsa da un treno dove sono saliti i fanti della prima guerra mondiale, poi le famiglie che andavano la domenica al mare, fino ad arrivare agli emigrati che lasciarono i loro paesi per popolare le periferie delle grandi città industriali del Nord. Maggi, con piglio da grande comunicatore, si sofferma anche sul contributo che “Le ferrovie” hanno dato per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

Nell’immaginario e nella realtà collettiva nessun altro mezzo di trasporto è stato mai più sicuro del treno. A distanza di oltre un secolo, con un approccio traguardato al futuro, il Gruppo FS punta sulla sicurezza della circolazione e sulle nuove tecnologie. E, a breve, consegnerà una nuova mappa della rete ferroviaria al Paese: alla fine del 2009, con il completamento del sistema AV, l’Italia sarà ai primi posti in Europa per il trasporto su ferro. E riducendo la distanza tra le grandi città italiane, la concorrenza con l’aereo si farà sempre più serrata. 

S. Maggi, Le Ferrovie, Il Mulino, L'identità italiana 2008

IN VIAGGIO – PASSAGGI LETTERARI SU FERRO E SU GOMMA

Un’antologia di racconti di viaggio, scritti da otto grandi autori, in un libro che è anche un raffinato prodotto multimediale. Prefazione di Ennio Cascetta, fotografie di Massimo Cacciapuoti, video di Rosario Gallone, musiche di Marco Zurzolo. Un editore “storico” per la città di Napoli, Colonnese. Un testo da collezione. 

Un libro che, in apparenza, riprende la tradizione dell’antologia dei racconti di viaggio. Ma che si rivela poi una sofisticata operazione multimediale, che sfrutta il caleidoscopio di suoni e di immagini di una città che è una miniera inesauribile, Napoli. Un suggerimento: la maniera migliore di avvicinarsi al libro è visitare il sito, davvero molto bello, dell’editore, che è un pezzo di storia partenopea e la cui libreria omonima costituisce un appuntamento immancabile per chi davvero voglia avvicinarsi al “cuore” della città. Si è subito travolti dalla musica e dai filmati contenuti nel dvd allegato e che provano a cogliere (insieme alle fotografie – bellissime - di Massimo Cacciapuoti) la realtà di una città che – come spiega Antonio Ghirelli nel suo saggio – sta costruendo intorno ai trasporti il suo futuro di trasformazione, a partire da una realizzazione epocale come l’ormai famoso “Metrò dell’Arte”.
la copertina del libro E’ anche per questo che il libro contiene una prefazione di Ennio Cascetta, assessore regionale ai trasporti e storico protagonista dell’impegno a costruire una delle esperienze-pilota nell’ambito delle reti di trasporto collettivo. In questo contesto, i contributi degli autori rischiano di passare in secondo piano, ma in realtà è un errore, perché si tratta di alcuni dei più bei nomi della cultura e dell’intellettualità partenopea o legati da un rapporto di amore con questa città. Ci limitiamo a fornirne l’elenco, che parla da sé: Maurizio Braucci, Dominique Fernandez, Serena Gaudino, Antonio Ghirelli, Bjorn Larsson, Claudio Mattone, Fabrizia Ramondino, Tiziano Scarpa. Le fotografie, come detto, sono di Massimo Cacciapuoti, la regia del video di Rosario Gallone, le musiche di Marco Zurzolo.
Inutile dire che il treno è protagonista, soprattutto negli appunti di viaggio intensi di Fabrizia Ramondino, pendolare tra la Germania e Napoli, o nei resoconti “stranieri” e ironici (ma sempre venati di affetto) dello svedese Larsson o nei tragitti di Maurizio Braucci nel “girone dantesco” tra la stazione ferroviaria e la Circumvesuviana.
Se possiamo per una volta sbilanciarci, ci sembra un libro da non mancare, anche per avvicinarsi e dare un contributo alla parte migliore di Napoli, una città che non smette mai di affascinare e che in questo libro presenta alcuni dei suoi nuovi volti forse a molti sconosciuti.


In viaggio. Passaggi letterari su ferro e gomma – AA.VV. - Colonnese Editore, Napoli 2008

IL TRENO SCORRE SUL BINARIO GIUSTO

Una piccola raccolta di racconti incentrati sul tema del viaggio in treno, narrati da un punto di vista molto particolare, quello di un bigliettaio attento osservatore della realtà –non solo ferroviaria. Il libro di Nazario D’Amato rappresenta lo stato di sospensione tipica del viaggiatore, quando una semplice richiesta di informazioni può caricarsi di possibilità e significati più profondi. 

I treni visti da una prospettiva diversa rispetto a quella –tradizionale per la narrativa e la poesia- del viaggiatore. Osservati con gli occhi esperti di chi ha trascorso anni dietro il vetro di una biglietteria, abituato a leggere i sentimenti ma anche le piccole insensatezze degli esseri umani, così comuni quando si è alle prese con la dimensione del viaggio.
Questo il nucleo tematico del libro di Nazario D’Amato, Il treno scorre sul binario giusto, una raccolta, articolata in tre sezioni, di “racconti, incontri, letizie”.

Addetto alla biglietteria per anni nella stazione di Reggio Emilia e al momento impiegato come capotreno, D’Amato racconta con freschezza e passione piccole storie commoventi, sentimentali, buffe. Il tocco è lieve e sorridente, ma rivela lo stratificarsi dello sguardo e insieme delle esperienze, sedimentate nel corso degli anni.
I protagonisti dei racconti sono spesso figurine evanescenti, che – come comparse sul proscenio di un teatro, recitano le loro battute per poi scomparire dagli occhi, bonari e indagatori, dell’autore. “La stazione è il territorio dove il tempo non scorre come altrove; osservarlo dalla biglietteria è stare affacciati su una finestra aperta sul mondo”, così recita D’Amato nella prefazione.
La sensazione è proprio questa, divertita e un po’ struggente, di certi lunghi pomeriggi trascorsi alla finestra, quando ogni gesto osservato poteva rivestirsi di un significato profondo, sorprendente forse perché imprevisto.

Il treno scorre sul binario giusto – Nazario D’Amato, Edizioni del Poggio, Poggio Imperiale 2008

LA POESIA DELLA TERRA

Sul titolo, nulla da eccepire. Quel che colpisce è il sottotitolo Poesia e Geografia di questa raccolta poetica di Flavia Cristaldi, arditamente proteso ad accostare tra loro elementi privi di ogni riconosciuto tratto di familiarità


Poesia della geografia o per la geografia? Leggendo i versi di una donna che per vocazione e professione ha scelto proprio questa materia (l’autrice è professore associato alla facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza), viene da pensare che entrambe le interpretazioni costituiscano comune risposta alla spontanea domanda che ci si pone di fronte al volume.

Le immagini evocate dalla Cristaldi nascono dalla terra e alla terra appartengono. E si propongono come una concatenazione di soggettive che, con profondo rispetto, indagano l’universo e le sue metafore, riconoscendo i limiti dell’umana visione. Una “Questione di scala”, insomma, come emerge dai versi: “Vorrei essere un uccello / che coglie l’insieme / Vorrei essere un cirro / che coglie il sistema / ma piccola formica / colgo solo i dettagli”.
I titoli delle poesie sembrano indirizzare verso un sommario di temi geografici. Ecco emergere quindi la possibile poesia per la geografia, capace di manifestare l’emozione che si coglie di fronte alla Natura in modo tale da offrire persino una sorta di guida (a volte anche in possibile forma di gioco) allo studio della materia.
la copertina Le tre leggi, La rotazione, Rivoluzione, Luna, Orientamento, Faglia, Rocce, Ghiacci, Nuvole, Pioggia sono alcuni dei titoli della prima parte, nella sezione La madre Terra, mentre nella seconda parte, L’Ecumene, tendono ad assumere in prevalenza una più estesa concettualizzazione (Verso la consapevolezza, Spazio, posizione e luogo, Sulla fertile immaginazione), confermata da un emergente e manifesto bisogno di maggiore argomentazione. 

Il fedele lettore di questa rubrica, a questo punto, si chiederà dove sono i treni. Con estrema evidenza ne troviamo uno nella similitudine dell’onda, nell’omonima poesia, che “Come un treno batte la rotaia / e offre il ritmo al timoniere”. Altri, nascosti, sono nei componimenti che evocano il viaggio, soprattutto quelli di Immigrati, Trolley e fagotti e Paesaggi rurali: dove ci si mette in cammino, c’è sempre un treno che ci porterà lontano.

La poesia della Terra – Poesia e Geografia. Flavia Cristaldi, Patron Editore, Bologna, 2008

FAVOLE ERUDITE PER BRAVI VECCHI BAMBINI – di Mark Twain

Il treno trasformato in uno straordinario fenomeno astronomico. Sono le conclusioni di una singolare spedizione scientifica composta da dotte bestiole, alla ricerca, non senza risvolti comici, del significato ultimo delle cose. Twain ironizza sui vizi e le presunzioni del genere umano, in una favola non priva di richiami all’attualità

Topi professori, ragni ingegneri, rane scienziate e porcellini di terra filologi. È una strana spedizione di esploratori quella che assiste al passaggio in corsa del Solstizio Invernale, durante una tranquilla notte d’estate.

Sono i protagonisti delle Favole erudite per bravi vecchi bambini di Mark Twain (ma in inglese il tono ironico che pervade il libretto è evidente fin dal titolo; Some learned Fables for Good Old Boys and Girls, giocato sull’ambivalenza dell’espressione “good old boy”, quasi un “vecchio compagno”).

Il racconto mette in ridicolo le pretese erudite degli esseri umani, qui trasfigurati in buffi animaletti sapienti. Geografi, fisici naturalisti, paleontologi alle prese con un mondo in fondo indecifrabile e spiegato con cervellotiche elucubrazioni.

Si assiste così all’effetto - straniante - delle interpretazioni astruse che questi novelli Darwin attribuiscono alla realtà. Il palo del telegrafo diventa una straordinaria varietà arborea, i manichini di cera di un museo i resti di antichi esseri umani, e un’iscrizione municipale è letta come una fantomatica “Stele Sindacalitica”. 

Il preteso solstizio d’inverno poi, altro non si rivela se non un treno notturno in corsa, che si manifesta con il suo “grido demoniaco, poi uno sferraglio e un rimbombo e, l’istante dopo, un enorme e terrificante occhio con attaccata una lunga coda”.
la copertina del libro I binari sono “le parallele della latitudine”, mentre il treno lanciato nella direzione opposta non può che diventare, secondo questa logica delirante, l’equinozio di primavera, poi rivisto nell’interpretazione di uno dei dotti della spedizione, lord Cavalletta Gambalunga, come “un fenomeno di inconcepibile importanza e interesse”, niente meno che la transizione di Venere sulla superficie terrestre. 

Unico immune a questa follia generale è l’umile scarabeo stercorario, schivato da tutti in ragione del suo infimo “status sociale” e portatore solo della ragionevolezza, perché troppo spesso, osserva Twain, “alla scienza basta un cucchiaino di supposizioni per costruirci sopra una montagna di fatti dimostrati”.

E il treno questa volta non è scelto come simbolo del progresso, ma del fraintendimento in cui incappano gli uomini quando vestono da accademici e soffocano con la boria il buon senso del cuore.

Favole erudite per bravi vecchi bambini. Mark Twain, Passigli Editori, Bagno a Ripoli (Firenze) 2009

QUEL TRENO DA VIENNA - di Corrado Augias

Un giallo di Corrado Augias, giornalista e scrittore di grandissima fama non solo letteraria, che fu un grandissimo successo editoriale appena uscito e che oggi è diventato oramai un classico. Un’ambientazione d’epoca dove rifulge la magnificenza dei treni di inizio Novecento, ma anche la Roma che nasceva e si espandeva intorno alla stazione Termini 

La prima edizione di Quel treno da Vienna è del 1981. Baciato dal successo e dalla fama fin dalla sua prima uscita, è poi diventato un classico, con innumerevoli riedizioni. e anche un film interpretato da Jean Rochefort e diretto da Duccio Tessari.
Il treno compare nel titolo, ma – come in ogni buon giallo che si rispetti – il lettore dovrà arrivare fino alla fine per comprendere appieno l’importanza di quel riferimento. E’ un giallo d’ambiente, e lo sfondo è la Roma Capitale di inizio Novecento, esattamente nel 1911, alla vigilia della guerra di Libia e degli sconvolgimenti che sarebbero intervenuti in seguito. Augias è un maestro nel ricostruire, con pignoleria quasi maniacale, le atmosfere dell’epoca e nell’esercitare continui rimandi ai caratteri di una “Italietta” che appare – in realtà – molto simile all’Italia dell’epoca del libro e, potremmo dire, di sempre. Ma, soprattutto, l’autore è straordinario nel suo ruolo di “guida” nell’architettura e nella storia urbanistica di una città come Roma, anticipando quella vena che lo ha poi condotto a scrivere libri che sono autentici vademecum alla conoscenza delle grandi capitali europee e mondiali, e che hanno incontrato – come quasi tutta la sua produzione – uno straordinario successo.
la copertina del librop La vicenda si snoda intorno ad un delitto e obbedisce a tutte le classiche regole del genere, ma il pregio del libro è altrove, e sta proprio nella capacità di restituire l’immagine dell’Italia – e della città di Roma in particolare – di inizio secolo. E, in questo senso, risulta irresistibile il richiamo del fascino dei grandi treni dell’epoca, che non solo arrivavano in perfetto orario (un elemento sottolineato nel libro, anche perché ha la sua importanza nella storia), ma collegavano le grandi capitali europee e internazionali ed erano frequentati da teste coronate e dalla migliore aristocrazia del tempo. Ancora una volta, Augias ha pochi paragoni nella capacità di restituire le ambientazioni di convogli e stazioni dove si incontrano e dialogano l’alto e il basso, secondo i riti e le cerimonie dell’epoca. Atmosfere certo irripetibili, ma che non cessano di ispirare nostalgia e rimpianti per un’epoca in cui il treno era il centro del progresso ed il motore intorno a cui ruotava ogni tipo di sviluppo, anche urbanistico. Augias è tra i pochi a saper guidare il lettore nella evoluzione edilizia e sociale di un quartiere (che oggi possiamo far coincidere nella zona tra Castro Pretorio e Termini) che l’autore definisce come il primo residential district della Capitale e che ci appare tutt’altra cosa rispetto ad oggi, così come – del resto – l’intera città capitolina. 


Quel treno da Vienna – Corrado Augias - Mondadori, ultima edizione su licenza ne La biblioteca di Repubblica/l’Espresso - Roma 2008

LA VICEVITA. TRENI E VIAGGI IN TRENO – di Valerio Magrelli

Magrelli racconta, tra prosa e poesia, lo stato di sospensione di chi viaggia in treno, quando “più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro ” 

Magrelli racconta, tra prosa e poesia, lo stato di sospensione di chi viaggia in treno, quando “più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro” La “vicevita” che dà il titolo all’ultimo libro di Valerio Magrelli, La vicevita. Treni e viaggi in treno, è uno stato di sospensione dell’esistenza, in attesa di raggiungere un altrove che sembra essere insieme una dimensione fisica ed interiore. “Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro”. Magrelli parla dunque di un caso specifico di “vicevita”, “i momenti in cui facciamo da veicoli a noi stessi”, magari seduti in una carrozza e assorti nella contemplazione del proprio viso riflesso nel finestrino.
Nel bene e nel male, un respiro quasi mitico pervade nel libro le raffigurazioni che l’autore lega al treno. A partire dalla rievocazione iniziale di una lontana vacanza in una casa sul mare con “i binari e accanto il nastro di pellicola dell’Aurelia”, mentre guarda bambino il padre partire per Genova. Un imperscrutabile eroe omerico salutato da un ignaro spettatore affacciato alla terrazza.

E il treno si fa portatore di una variegata schiera di significati. È dolore -non solo perché associato al tema del distacco- ma anche in quanto metafora del patire fisico. Nella poesia “Treno-cometa”, già pubblicata da Magrelli nella raccolta “Esercizi di tiptologia” e qui ripresa infatti, un’infiammazione spinale percorre e squassa la schiena come fosse un convoglio in fiamme. Capace di diventare anche un simbolo grafico, con le “parole-trattino”, i vocaboli composti, assimilati visivamente sulla pagina ai respingenti dei vagoni.
Altrove si trasforma in un metronomo, con il ritmo giambico della sua marcia, successione di breve-lunga “ta-tàm/ ta-tàm// ta-tàm/ ta-tàm”, dovuta all’antica saldatura dei binari.

Luogo di incontri, “grande condominio” e “laboratorio sociale”, il treno con il suo “coagularsi di piccole comunità nate dal caso” è più semplicemente anche uno spazio consacrato alla lettura e, in quanto tale, “paradiso”, dove lasciare “in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente”.
Incubo e sogno, tempo sottratto all’interpretazione irriflessa che governa comunemente le azioni. Vicevita dunque e, nelle sue inaspettate “pieghe di senso”, vita piena.

Valerio Magrelli, La vicevita. Treni e viaggi in treno, Laterza, Bari 2009

OGGI È UN’ORA DI VIAGGIO – di Silvio Gallio


Dal 13 dicembre scorso per andare da Milano a Bologna ci vogliono sessanta minuti. 

“Oggi è un’ora di viaggio”, ma 150 anni fa erano altri tempi, anche di percorrenza. All’epoca si cominciava a parlare di strade ferrate e l’Italia era una costellazione di Stati legati, ma divisi da interessi economici, politici e dinastici.
E su questo periodo indaga, attraverso un esame accurato dei documenti dell’epoca, Silvio Gallio. Scrittore e anche ferroviere, nel suo ruolo di dirigente centrale, gestisce la circolazione dei treni dalla nuova torre di controllo della stazione di Bologna. 

Con uno scavo accurato e curioso di periodici e atti governativi, pamphlet e corrispondenze, l’autore porta alla luce la storia, cosmopolita e complessa, di un percorso ferroviario che avrebbe potuto svilupparsi in mille direzioni diverse. 

Gli austriaci che governavano il Lombardo Veneto, per esempio, avrebbero voluto collegare Vienna a Livorno, escludendo la nemica Torino. Qui i Savoia studiavano il modo di unire il Piemonte all’Emilia, tagliando fuori Milano. Nello Stato pontificio, intanto, c’era chi riteneva “inutile” prolungare la linea tra Ancona e Bologna fino alla “straniera” Modena. E mentre i governi lottavano per accaparrarsi il passaggio del favoloso treno “Valigia delle Indie”, si metteva mano a trattati internazionali per avviare l’avventurosa costruzione del ponte sul Po.
“Come un controcanto – si legge nella presentazione - alla storia di un’Italia fatta dagli intrighi e dagli eserciti, il suo libro traccia la storia di una voglia d’Italia, che dobbiamo anche a chi seppe disegnare ossa e nervi di acciaio di una penisola unita”.

Silvio Gallio, Oggi è un’ora di viaggio, Clueb, Bologna 2009

L'ITALIA IN SECONDA CLASSE - di Paolo Rumiz

Per una volta, ladies and gentlemen, non allacciatevi le cinture. Don't fasten your seat belts. Si parte in treno, la Cenerentola dei trasporti. Si fa l'Italia in seconda classe, per linee dimenticate. Buttate dunque a mare duty free, gate, flight, hostess e check-in. Lasciate le salette business a parlamentari e commendatur. Questo è un viaggio hard, fatto di scambi, pulegge, turbocompressori e carbone. E noi lo faremo […]. 

Un viaggio a zig zag per l’Italia delle contrade, dei campanili, delle stazioncine, di ogni bar che odori di alba e caffè corretto. Un’avventura lunga come i 7480 chilometri della Transiberiana, dagli Urali a Vladivostok, riproposizione ironica, in 140 pagine, di un memorabile reportage per “la Repubblica” illustrato dalla matita di Altan con una premessa del misterioso“compagno 740”, principe di demanio e custode di sale d’attesa incustodite. 

Lo sguardo dell’autore è disincantato, a tratti polemico, e si snoda, dalle carrozze di seconda classe che solcano linee dimenticate, in una “ferrocronaca” implacabile: su cosa siamo stati, cosa stiamo diventando, cosa saremo. Tratteggiando “un’Italia in affanno, rassegnata, frastornata, omologata” ed eleggendo il treno di un tempo, che sferragliava e faceva il suo dovere fino all’ultimo, a simbolo glorioso del bene comune. Un mondo in miniatura, un condominio variegato di umanità: l’altra Italia alla Sciascia che non gioca al Grande Fratello e non si vede in tv.
Da ieri a oggi la grande trasformazione: dalla rete di ferro, piccolo mondo antico di vaporiere borbottanti, casellanti e capistazione, all’orario elettronico e ai treni superveloci lanciati come proiettili. Niente più“giovani speranze e valigie di cartone da sud a nord”. Segno dei tempi, capolinea dei sogni.

Non sappiamo ancora dove andremo e in quanto tempo consumeremo questo buono chilometrico che nessun biglietto può contenere. Sappiamo solo che il nostro è un conto alla rovescia che ci obbligherà a scendere al chilometro zero. Il treno, non l'aereo, ha fatto l'Italia. Un piccolo treno come questo che arranca tra praterie e fichi d'India. Siamo in ballo. Il viaggio comincia. 

Paolo Rumiz, L’Italia in seconda classe, Feltrinelli 2009

IL CANAPE' ROSSO - di Michèle Lesbre

“Un libro sull’energia del desiderio che si può conservare per tutta la vita”, così definisce Il canapé rosso la sua autrice, la scrittrice francese Michèle Lesbre. Paragonato per la sua prosa intimista all’ Eleganza del riccio di Muriel Barbery, il libro è stato finalista al Premio Goncourt 2007.

È la storia di Anne, in viaggio da Parigi in treno, sulla leggendaria Transiberiana, per ricercare Gyl, antico compagno di vita e di impegno politico, lasciato più di trent’anni prima.

Il canapè del titolo è quello dove la protagonista ascolta e condivide i ricordi con Clémence Barrot, un‘anziana modista che abita nel suo stesso palazzo. Anne si affeziona presto alla donna e inizia a raccontarle aneddoti e a leggerle pagine dai diari di alcune eroine amate “per la loro insolenza, per il loro coraggio, talvolta la loro allegra spavalderia, spesso il loro tragico destino”. Come Marion du Faouët o la rivoluzionaria francese Olympe de Gouges. O come Milena Jesenská, la scrittrice ceca amica di Kafka, che attraversava a nuoto la Moldava per incontrare l’uomo amato.
Nel romanzo, il piano narrativo del viaggio si interseca in continuazione con quello del ricordo, legato alla figura di Clémence. Sulla Transiberiana Anne, attraverso boschi di pini e betulle, vede sfilare sotto i suoi occhi fermate dai nomi suggestivi come Kirov, Ekaterinburg, Novosibirsk. “Vedere dei paesaggi dal finestrino significa conoscerli due volte: con lo sguardo e col desiderio”, così aveva letto durante uno dei suoi incontri con Clémence da una pagina del diario di Milena.

Invece di Gyl, ormai sposato con una maestra di un piccolo villaggio siberiano, al suo arrivo Anne viene accolta da una nuova consapevolezza. Dell’età matura, della vita che svanisce senza dare risposte, ma che porta sempre con sé nuovi desideri. E proprio su un treno, tra samovar e incontri carichi di inattesi sovrasensi, Anne compie quello che definisce “forse il più strano di tutti i miei viaggi perché, più di ogni altro, mi aveva continuamente riportata alla mia vita, alla semplice verità della mia vita”.

Il canapé rosso, Michèle Lesbre, Sellerio, Palermo 2009

Il libro di questa settimana è:

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