In cover, Monumento alla stufa di Ugo Nespolo, Castellamonte (TO) © Luca Chiartano

Sono diversi anni che vengo invitato da un mio amico a visitare tre comuni del Canavese, in provincia di Torino, legati tra loro da un filo sottile che parla di comunità allargate e capacità di stare insieme come valore aggiunto alla crescita di un territorio. Appuntamento a San Giorgio Canavese, direzione Castellamonte, passando per Agliè. La bicicletta è pronta per una passeggiata domenicale all’insegna della scoperta di un territorio autentico che, pur vivendo la vicinanza del capoluogo piemontese, vuole salvaguardare le sue peculiarità.

 

Si parte da Villa Malfatti, edificio ottocentesco circondato da un vasto parco secolare che, sul versante sud, è disegnato come un giardino all’italiana e su quello nord all’inglese, delimitato da un romantico portale barocco. La direzione è data dal canale irriguo di Caluso, costruito nel XVI secolo dal maresciallo di Francia Charles de Cossé de Brissac per permettere agli agricoltori contadini di aver accesso diretto all’acqua. La passeggiata è piacevole, la vista dei vigneti che producono uno dei vini più importanti d’Italia, l’Erbaluce, è rassicurante.

 

Da lontano si intravede Agliè e devo ammettere che la vista si inebria di uno scorcio molto suggestivo: piazza Castello, con la sua reggia sabauda, è da togliere il fiato. I portici introducono a Villa Meleto, residenza di Guido Gozzano, poeta e scrittore italiano, spesso associato alla corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Riprendo il canale direzione Castellamonte, la città della ceramica. Sono proprio curioso di vedere per la prima volta le stufe che hanno riscaldato e adornato le stanze delle regge di tutto il mondo. Incrocio alcuni ragazzi in bicicletta e chiedo informazioni.

 

Mi dicono che devo assolutamente vedere i castelletti in frazione Sant’Anna Boschi. Appena arrivato riconosco un orizzonte a me familiare: i castelletti sono dei calanchi naturali, proprio come quelli nella mia terra, la Basilicata, dove viene prelevata l’argilla dalla quale si producono tutte le meraviglie in terra rossa.

Mostra internazionale della ceramica © Luca Chiartano

L’arrivo a Castellamonte, dominata dal suo castello e con le Prealpi alle spalle, è romantico. La piazza principale è una cartolina: da un lato il palazzo comunale costruito da Alessandro Antonelli, con la scultura di Arnaldo Pomodoro L’arco in cielo, dall’altro la rotonda antonelliana con la chiesa parrocchiale. Il centro cittadino è un museo a cielo aperto, tante sono le opere in ceramica tra cui il Monumento alla stufa di Ugo Nespolo e le anfore di Franz Stahler.

 

Entro in un bar alla ricerca di un tramezzino e chiedo informazioni sul Museo della ceramica di Palazzo Botton dove ogni anno, dalla fine di agosto agli inizi di settembre, si svolge la Mostra internazionale della ceramica. Mentre il barista cerca di indicarmi la strada, un signore si offre volontario per accompagnarmi.

 

Si chiama Roberto e si capisce immediatamente che ne sa di cose sul tema: «La ceramica è la mia vita. O, meglio, è il mio mezzo di espressione. Non che non faccia altro o che non abbia altri interessi: mi piacciono la scultura, la pittura, l’architettura e dipingo acquerelli, ma quando lavoro la ceramica mi sento me stesso. Mi riconosco». E continua: «Ho conseguito il diploma per diventare Maestro d’arte in stampa del tessuto, ho frequentato una scuola di grafica e fotografia. Tutte esperienze che mi sono servite finché non ho scoperto la ceramica, una forma artistica più diretta, più fisica, dove devi metterci le mani, sporcarle d’argilla, usare la forza e a tratti la violenza, ma poi declinarle in delicatezza e dolcezza».

 

Sono affascinato da quanta energia sprigiona questo racconto e mi godo il prosieguo: «Ho iniziato con il tornio, recuperando le antiche forme della tradizione castellamontese di terrecotte smaltate. Gli oggetti si sono poi evoluti in ceramiche artistiche e d’arredo. Uso ancora oggi il tornio ma i vasi diventano sculture». A questo punto, sono curioso di sapere a quando risale questa tradizione e mi dice: «La produzione di stufe a Castellamonte è nata alla fine del 1700, in concomitanza delle grandi rivoluzioni storiche americana e francese. Molti ceramisti e fumisti erano giacobini. Un caminetto è stato chiamato Franklin in onore del patriota americano che aveva studiato dei sistemi di termodinamica».

 

Gli chiedo da quanti anni lavora e, con gli occhi lucidi, mi racconta della sua compagna e socia e di quando, nel 1987, hanno iniziato a dedicarsi alla costruzione delle stufe: «Ora proseguiamo l’attività insieme ai suoi due figli, Sara e Luca. Sono il futuro dell’azienda che si sta rinnovando, proprio come le stufe che ora hanno funzionamenti molto performanti e una tecnologia più evoluta sia a livello di rendimento che di basse emissioni».

 

Stiamo camminando da circa dieci minuti e il racconto si fa sempre più intimo, mi dice che la produzione è limitata ma molto esclusiva e che vendono prodotti in tutto il mondo. Passeggiando per il centro, Roberto mi fa osservare le insegne dei negozi, tutte in ceramica, ma anche i Pitociu sui tetti delle case, vere e proprie statue caricaturali realizzate con questo materiale.

 

Siamo quasi arrivati al museo, lui è un fiume in piena e vorrebbe che oggi lo visitassi interamente, soprattutto per la collezione di fischietti in terracotta donata da Mario Giani, in arte Clizia. Roberto è innamorato della sua città, mi porterebbe ovunque, in ogni vicolo e angolo: vuole continuare a vivere qui e nei suoi racconti c’è tutto l’amore per la sua terra.

 

Arriviamo al museo, me lo fa visitare velocemente ma in maniera esaustiva, e capisco che mi vuole portare in un altro posto: il laboratorio. Appena entrati l’odore è inconfondibile, lui comincia a spiegarmi come si lavora, quanta passione ci vuole e, soprattutto, mi parla di etica del lavoro e dell’orgoglio di essere artigiani. Poi inizia la lavorazione, ma questa è un’altra storia. Io so di aver incrociato l’anima di un artigiano e proprio dalla sua capacità di far bene il lavoro che ha scelto si può ripartire per la crescita dei borghi e della comunità.

Articolo tratto da La Freccia