Su La Freccia di febbraio autoritratto di Lorenzo Jovanotti

Di Carlotta Ventura e Gaspare Baglio

“Oh, ma lo sapete che La Freccia è il giornale più letto d’Italia? Ho avuto un sacco di feedback per la scorsa intervista. Lo leggono veramente tutti. E poi il treno mi piace da matti!".

Sorriso solare, figura snella, l’inconfondibile parlata con la zeppola e un cappello da basket sul quale campeggia la scritta “Love”, con la “o” che è uno smile e la “v” un cuore. Ecco come si presenta Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, uno a cui si dà del tu perché è come se fosse di famiglia. Artista multitasking, ha attraversato sorridendo più di una generazione, riuscendo nella difficilissima impresa di crescere con i padri e farsi amare dai figli.

Sembra ieri quando animava i pomeriggi catodici di Italia 1 targati DeeJay Television, intonando i brani del primo album Jovanotti for President. E invece sono passati 30 anni, fatti di una solida crescita umana e professionale grazie a canzoni come Penso positivo, Serenata rap, L’ombelico del mondo e L’estate addosso, giusto per citarne alcune. Il nuovo lavoro discografico è Oh, Vita!, primo tassello di un progetto complesso che conta anche un temporary shop milanese, una rivista letteraria e un mega tour. Perché Jova davvero non sta mai fermo.

[CV] Sono passati 30 anni da Jovanotti for President, siamo cresciuti ballando insieme.

Mi piace l’idea di aver accompagnato una generazione. Anche se del mio passato non mi frega niente, è irrilevante, non rappresenta una costante delle mie riflessioni. Una cosa, una volta fatta, non accende più nessun interesse in me. Vivo tutto come un campionato: ogni anno si riparte da zero. Mi interessa molto il futuro, questo sì. Ecco perché la parte più bella, nella quale investo tutte le mie energie, è la scrittura delle canzoni.

[CV] Va bene, tra un momento parliamo di futuro, ma dimmi una cosa: quanto ti sei divertito fino a oggi?Come un pazzo!

Mi sono solo divertito. Anche perché tutte le parti dure del nostro lavoro sono facilmente dimenticabili. Sembra un incubo mentre le vivi, ma quando arriva il momento magico il brutto si dimentica. È un meccanismo dell’evoluzione dell’essere umano, se ci ricordassimo del dolore non ci saremmo evoluti. È come il parto: la bellezza del frutto è talmente grande che scordi tutto.

[CV] Dolore del parto creativo. Non traspare nessuna sofferenza nel tuo modo di porti.

Meglio, è stato perfetto se ho dato quell’idea lì. Il nostro lavoro è pericolosissimo, durissimo e rischiosissimo, ma se l’effetto è la leggerezza vuol dire che è andata di lusso.

[CV] Fatica e rischio di sbagliare valgono per tutti i lavori. Però appena passa una tua canzone in radio si canta e ci si muove come forsennati. A 50 anni non è così scontato...

È il più bel regalo del mondo, lo scopo ultimo del mio mestiere. Per me sono due le cose importanti nella vita: l’amore e ballare.

[CV] Deve essere complicato avere a che fare con la musica.

Perché si sta su un crinale vago. Le canzoni sono misteriose e ne ho sempre un timore reverenziale: ci lavori tanto, ma non sai mai cosa viene fuori.

[CV] Però Oh, Vita! è bellissima e ti viene da ballare con le braccia aperte e il sorrisone.

Anche per me è una figata, perché è nuova. La cosa importante è creare un brano mai scritto prima, che non sia la riedizione di un pezzo già fatto. Quello che mi piace e mi rende fiero è aver composto pezzi che non somigliano a nient’altro, chiunque sia a cantarli.

[CV] Non ti sei copiato.

Mai. E le mie produzioni sono anche difficili da replicare. Quando qualcuno ne fa una cover, difficilmente rende come ci si aspetterebbe. Penso ci sia qualcosa che ha a che fare con quello che ho dentro, una smania, una follia, un’ossessione, una malattia sana.

[CV] Il video racconta Roma, il quartiere attorno al Vaticano, le facce un po’ stanche, il prete al tavolino. Una Roma borghese, nessuna politica.

È un tributo a Roma, il luogo dove sono nato. Un lavoro fatto con amore che i registi hanno interpretato molto bene. Non ha fronzoli e furbizie. Siamo andati in giro per il quartiere di Porta Cavalleggeri chiedendo alle persone comuni di poterle filmare, non ci sono attori.

[CV] Tua figlia ascolta le tue canzoni?

Sì, ed è una cosa anomala, nient'affatto scontata. Questo disco, poi, le piace molto. Teresa è molto melodica, non ama l’hip hop. Ha dei bei gusti musicali e credo sia orgogliosa di me. Me l’ha detto tramite un post sui social. Mi ha fatto tre volte piacere.

[GB] Il disco è stato registrato tra Cortona, Firenze e Malibu. Hanno influito più i luoghi oppure il viaggio necessario per realizzare questo lavoro?

Il viaggio, perché questo disco è un cammino avventuroso dentro la mia vita. Firenze ha inciso, invece, nel suono del disco. Non abbiamo registrato in uno studio, ma nel grande salone di una casa rinascimentale con i muri affrescati. Questa cosa è entrata nel disco e quando siamo andati per missare le tracce era già tutto perfetto, non abbiamo quasi aggiunto effetti, perché l’abitazione aveva già di per sé un’eco, una voce. È un album pieno di magie.

[GB] Quali?

La presenza del produttore Rick Rubin, le sonorità e il fatto che la lavorazione è stata velocissima: lo abbiamo registrato in 18 giorni. Sono stato, a volte, anche sei mesi chiuso in studio per un lavoro. Mi ci voleva un disco così.

[GB] Cos’è cambiato rispetto al passato?

Prima avevo il controllo, quasi maniacale, su tutto. In questo progetto, invece, ho perso il controllo. E questo è stato un elemento positivo perché, di solito, più la carriera si allunga più le insicurezze diventano certezze, c’è il rischio che l’imposizione della tua volontà sugli altri diventi un peso.

[GB] Come hai fatto a mollare il colpo?

Rick si è fatto carico di alcune scelte, mi ha detto di fare l’artista e basta. Ha voluto guidare il suono dell’album, standomi vicino, uno di fianco all’altro. Ho cercato di interpretare quello che voleva tirassi fuori. Quando il disco è uscito, mi ha detto di aver visto quello che avevo dentro: ha lasciato il cuore, la sostanza, senza fronzoli.

[GB] Quindi sei soddisfatto.

Sì, ma questo non è il disco definitivo. Nessun disco lo è. Chissà cosa succederà la prossima volta.

[GB] Quando si parla di te salta sempre fuori questo effetto Sbam. Cos’è?

La sorpresa che azzera tutto il resto. Dopo lo Sbam è tutto nuovo. Ha a che fare con l’innamoramento, il colpo di fulmine. Quando vedi che una cosa è piena di futuro.

[GB] Sbam! è anche un esperimento letterario.

Diciamo che è una rivista con tanta letteratura. C’è solo un pezzo giornalistico sulla musica che ascoltano gli immigrati dal cellulare. Una ricerca che mi interessava.

[GB] Hai anche una web tv. Ti muovi come se avessi una factory alla Andy Warhol. Solo Lady Gaga con la sua Haus of Gaga ha osato tanto.

Lei è un talento unico al mondo, anche il disco Joanne è fantastico. La trovo intelligente, anche se il momento in cui ha abbracciato l’arte contemporanea l’ha un po’ penalizzata.

[GB] Perché, secondo te?

L’arte contemporanea è pura finanza, non è così interessante, e per me esiste solo nell’accezione della Pop Art. Essere un pop artist è il massimo al quale si può ambire.

[CV] Non credi di essere più un’icona pop?

Siamo tutti icone pop. Io poi non faccio nulla per esserlo e quindi lo sono per davvero. E poi nel pop ci sono cresciuto dentro.

[GB] Tra gli artisti della Pop Art, il tuo preferito?

Keith Haring, uno spartiacque nella mia vita. È riuscito ad arrivare a tanti con un segno semplice e molto riconoscibile, quasi un geroglifico. È stato un artista fondamentale per me, con i primi soldi guadagnati ho comprato un suo quadro originale.

[GB] È vero che una delle t-shirt più importanti della tua è vita proprio di Haring?

Sì, rappresenta una mano che al posto di ogni dito ha una persona. Ce l’ho ancora e la ricollego al primo viaggio in America.

[GB] Le altre t-shirt della tua vita?

Una bianca, basica, comprata in un supermercato argentino. La riconosco tra un milione di magliette che ho nell’armadio. È sacra. Poi ce n’è una con Batman, risale a prima che nascesse mia figlia. L’ho cresciuta indossandola.

[GB] Come Haring, hai aperto a Milano un pop shop. I proventi di alcuni pezzi unici in vendita saranno devoluti a quattro diverse onlus.

Le ha scelte mia moglie con un altro collaboratore del mio staff. L’universo delle onlus è fatto di buona volontà e gente seria. È un bel mondo. Ho dato preferenza a quattro piccole realtà: la WonderLad di Catania, La Casa di Toti a Modica, il Parco Canile/Gattile di Milano e SOSPRIMOSOCCORSOCANIEGATTI di Palermo.

[GB] Parliamo dei live in partenza da Milano il 12 febbraio.

L’idea è molto diversa dai miei ultimi tour. Si basa su uno spettacolo immersivo. Il focus non sarà più il ledwall, ma l’essere dentro allo show. L’allestimento va customizzato per ogni palasport, per questo abbiamo scelto di stare più giorni in ogni città.