Note, sul nuovo numero Roberto Bolle

Il magazine dedicato ai clienti del trasporto regionale accompagna il roadshow dei nuovi treni Pop e Rock

di Fabrizio dell'Orefice, disponibile anche su ISSUU

«Oggi sono più consapevole del ruolo che ricopro non solo come ballerino, ma anche come punto di riferimento per tanti giovani e, nel mio piccolo, anche come promotore di arte e cultura nel mio Paese e nel mondo». Roberto Bolle si prepara per OnDance, a Milano dall’11 al 17 giugno, la grande festa della danza della quale sarà protagonista.

Perché questo evento?
Innanzitutto perché la danza è di per sé una festa. È espressione del ritmo del nostro corpo e insieme della nostra anima, non c’è nulla di più vivo e vitale. Poi perché sento fortemente di voler perseguire una missione: quella di avvicinare la grande e bella danza alla gente. Credo che un evento che coinvolga un’intera città sia la naturale conseguenza del mio desiderio di avvicinare e diffondere questa disciplina, un’esigenza che da anni trova riscontro nell’entusiasmo di un numero sempre maggiore di persone.

La festa di cui è direttore artistico sarà per tutti: dai principianti all’eccellenza. C’è voglia di ballare e far ballare, ma più che una voglia è diventato un bisogno?
La danza è tornata a occupare spazi nei media e soprattutto tra le passioni della gente che l’aveva in parte abbandonata. Credo che questo riappropriarsi di territori che le spettano di diritto sia un percorso bellissimo ed entusiasmante.

OnDance abbraccia tutti i generi, dallo street style alla classica. Non crede che possano essere accostamenti troppo audaci?
Assolutamente no. Anche nei miei programmi tv mi sono divertito spesso ad accostare generi apparentemente contrapposti e i risultati, a mio parere, sono stati ottimi. Penso ad esempio al duetto con Lil Buck. Ogni stile di danza ha un suo significato, un suo valore ed è espressione di un mondo ideale, sociale, emozionale. Chiudersi in una scatola vuol dire tarparsi le ali da soli. 

In una recente intervista a Marie Claire, ha detto: «È cambiata la consapevolezza di quello che sto facendo, di dove sto andando. Prima era più istinto, ora so quello che voglio». Cosa voleva intendere?
Cerco di vestire con umiltà il ruolo di promotore della cultura senza sottovalutare la responsabilità che questo comporta. Mi pongo degli obiettivi che non sono più solo personali, ma lotto per la mia arte. 

Il suo idolo, Rudolf Nureyev, che peraltro nacque a bordo di un treno, disse un giorno: «Chi vola alto è sempre solo». Lei si sente solo?
Sinceramente no. O forse, solo in parte. Sono solo sul palco, anche se circondato da decine di altri ballerini, perché quello è un momento in cui la concentrazione e la forza si trovano solo dentro di sé. Ma quando scendo e incontro tutto l’amore del pubblico sento di non essere più solo. Anche per questo ho pensato a OnDance, per condividere ulteriormente sia l’enorme affetto che percepisco attorno a me sia i risultati che ho ottenuto.  

Nureyev si può definire il primo a far uscire la danza dagli schemi classici e darne una proiezione mediatica. Lei l’ha portata al grande pubblico rendendola fruibile a tutti. Quale sarà il prossimo passo?
Questa è una strada lunga e potenzialmente senza fine. Mi piace l’idea di contribuire a formare, a creare una nuova generazione di danzatori che sappia interpretare i tempi, portando la danza sempre più avanti.