Note, sul nuovo numero Caparezza

La rivista dedicata ai clienti del trasporto regionale accompagnerà il roadshow dei nuovi treni Pop e Rock

di Gaspare Baglio e Francesco Cerro, disponibile anche su ISSUU

Da sempre il suo nome è associato al rap di qualità, quello che non cerca il motivetto facile per vendere, ma crea sonorità orecchiabili da trasformare in armi di denuncia. Anche stavolta Caparezza di carne al fuoco ne mette tanta, ma in questo caso parla di sé e dell’acufene, un fastidioso disturbo uditivo che lo ha costretto a rivedere le sue priorità. Il rapper di Molfetta (BA) ci ha messo un po’ prima di tornare a fare musica, ma proprio grazie al suo lavoro ha ritrovato una nuova consapevolezza.

Ora è pronto a partire per il live tour che inizia il 17 novembre da Ancona, passa per Bari, Firenze, Bologna, Napoli, Roma, Brescia, Padova e Milano e finisce il 7 dicembre a Torino. In più, tappa alla Milano Music Week che, dal 20 al 26 novembre, coinvolge 160 artisti.

Cos’è Prisoner 709?
Un album sulla mia prigionia. Il protagonista di questo disco è lo zero, che ha la forma del disco stesso e rappresenta la scelta tra una parola di sette lettere e una di nove, come per esempio Michele (il suo vero nome, ndr) e Caparezza.

Difficile tornare a fare musica?
Il progetto è un percorso di autoanalisi che parte da una situazione di disagio rappresentata senza mezzi termini nel brano d’apertura, Prosopagnosia. E arriva all’accettazione nella traccia finale, Prosopagno sia!.

Nella cover, che la vede imprigionato in una struttura, predominano il bianco e nero.
È una scelta in contrapposizione all’esplosione di colori usata nella copertina del precedente album, Museica. È perfetta per raccontare come ho visto il mondo in quest’anno e mezzo di composizione.

Come definirebbe il risultato finale di questo disco?
Onesto, perché non maschera il periodo che ho vissuto. C’è l’impegno concreto di una persona che ha a che fare con la materia di cui è fatta la musica e che cerca di dare il massimo. Il gusto è soggettivo, la dedizione no.

Da sempre nei suoi lavori c’è tanto rock.
In qualche modo sono cresciuto pensando che rap e rock fossero due cose che si sposavano bene. E ho continuato così. 

In questo album ci sono anche John De Leo, DMC e Max Gazzè. Tra i tanti featuring che ha fatto, ce n’è uno che ricorda in modo particolare?
La prima occasione in cui ho lavorato con Angelo Branduardi, quando ha accettato che campionassi Confessioni di un malandrino, uno dei suoi pezzi più famosi. Ero molto contento e qualche tempo dopo gli ho chiesto di esibirsi con me a Milano. Mi ha detto di sì, sorprendendomi per la seconda volta. Ho avuto la pelle d’oca mentre dividevo il palco con un artista che stimo così tanto. Questa condivisione è difficilmente dimenticabile.

Nel disco c’è una ghost track. Alcuni credono che sia un modo per far sentire l’acufene ai suoi fan. È vero?
Non voglio farlo provare a nessuno. In realtà è un suono che può essere decifrato dai radioamatori e nasconde la lettera che un detenuto lascia prima di evadere dalla prigione.

Il suo rapporto con il viaggio e il treno?
Viaggiare mi fa stare bene e mi regala tranquillità. Amo incontrare persone di culture diverse dalla mia. Studiando a Milano, dai 18 ai 25 anni il treno è stato la mia seconda casa.

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