Mannarino si racconta su Note

Note dedicata la sua copertina al cantautore romano Alessandro Mannarino

L'articolo di Sandra Gesualdi è disponibile anche su ISSUU

20 marzo 2017

È cresciuto, ha macinato chilometri con lo zaino in spalla, superato frontiere, visitato luoghi lontani e composto nuovi accordi. A gennaio è uscito Apriti cielo, quarto lavoro di Alessandro Mannarino, nove tracce che condensano melodie e parole passate, in equilibrio perfetto tra Roma e il mondo, tra denuncia e speranza.

Al telefono, il suo tono grave si fa ancora più basso e con voce pastosa dalla tipica cifra romanesca racconta com’è nato l’album che porta in tour dal 22 marzo in tutta Italia

"Il Bar della rabbia (disco del debutto nel 2009 ndr) era un piccolo locale di quartiere dove mi facevano compagnia un barbone, una prostituta e un pagliaccio. Insieme ci nascondevamo dalla società, era un luogo sicuro.
In Supersantos sono uscito da quel rifugio per raccontare la città di chi "per strada va, per strada muore" e ho tratteggiato donne forti e ribelli.
Con Al monte, invece, ho preso le distanze dalla metropoli e analizzato da lontano il potere, la giustizia e le strutture sociali, liberandomi dai preconcetti. Grazie a questo cammino, ho spalancato gli occhi, oltrepassato i confini e parlato dell’umanità intera". 

Un progetto energico, carico delle esperienze vissute durante i tre anni di silenzio e compresse nei toni e nelle note del Sudamerica, terra che ha percorso in lungo e largo. 

"Ho intrapreso un viaggio musicale dopo essere arrivato nel sud del mondo. Sono stato in Perù, Colombia, Brasile, dove ho suonato ovunque e con professionisti straordinari che mi hanno ispirato e contaminato. Da lì sono tornato carico di vitalità", racconta.

Mannarino è cresciuto a pane e poesia. La mastica e se la tiene sotto il cappello, al caldo, come antidoto al grigiore della vita. "Ho pensato a una frase di Vinícius De Moraes: Il samba è una tristezza che balla. Volevo proprio questo nella mia musica".

Un album sprezzante, tenero e indipendente nella sua schietta sincerità. "L'arte deve mettere in discussione il potere precostituito e offrire spunti di riflessione sul tempo che stiamo vivendo, altrimenti perde forza e si esaurisce nell’evasione".

Per il cantautore, è fondamentale farsi qualche domanda su quello che ci circonda. "Siamo in un periodo buio, in cui si alzano fili spinati e muri, si paventano marce di guerra e la destra xenofoba avanza. Per questo ho sentito la responsabilità di realizzare un disco solare e colorato, mescolando il ritmo del jambè con la solitudine della chitarra. Voglio rappresentare l’infelicità dell’uomo e la tristezza che ha sempre una speranza: non essere più triste".

Quelle dell’artista capitolino sono cronache di libertà ed emancipazione da catene mentali imposte da tradizioni e cultura, storie antiche e coeve dell’uomo. "Tra le persone che incontro - aggiunge - percepisco senso di impossibilità. Tra le note, invece, cerco la percezione della possibilità. E canto l’appuntamento con la vita"

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