La Freccia di Ottobre: a tu per tu con Walter Mariotti

L'intervista al direttore editoriale di Domus

di Marco Mancini disponibile anche su issuu.com

Con Walter Mariotti, da poche settimane direttore editoriale di Domus, ci siamo conosciuti a Siena tanti anni fa, nella redazione del settimanale Il Campo, freschi di laurea. Da allora Walter ne ha fatte tante: ha vissuto a Parigi, Lovanio e Boston prima di approdare a Milano. È stato a Harvard, ha scritto libri, consigliato banchieri e avvocati, diretto giornali, alcuni li ha anche fondati. Uno per tutti IL, il mensile del Sole 24 Ore, premiato in tutto il mondo.

Toscano di Iesa, piccola frazione di Monticiano, estremo lembo del senese dove i colori si confondono con gli odori della Maremma, porta nel Dna geni etruschi, corroborati dalla pragmatica saggezza dei boschi, tipica della sua gente. Eredità che ha mixato con il personale quantum di cultura umanistica e denso cosmopolitismo.

Ti garba il ritrattino?
(Lo vedo ridere e scuotere la testa, ravviarsi la folta capigliatura, che un tempo ci accomunava, e oggi gli invidio). Sei la dimostrazione che nella vita l’unica cosa importante è avere un buon capo della comunicazione.


Dai, facciamo sul serio. Chi è Walter Mariotti?
Uno che tornava da scuola e si perdeva nel bosco ad aspettare i cinghiali. Io la vedo come Orson Welles. La vita è la ricerca di quello che hai perso da bambino. Per lui era uno slittino, il Rosebud. Per me è il cinghiale, che spuntava all’improvviso negli Holzwege di Heidegger. I sentieri che non portano da nessuna parte. 

A te però ti hanno portato in giro per il mondo. E alla fine a Milano, dove hai fatto tante cose. I quotidiani, Class, la Rizzoli, Il Sole 24 Ore, la Rai, la Mondadori, Linklaters. E adesso Domus.
Domus è stato il mio sogno tutta la vita, che si è avverato grazie all’unica persona che poteva farlo, l’editore Giovanna Mazzocchi Bordone. Non finirò mai di ringraziarla.

Che cosa diventerà Domus?
Quello che è sempre stato. Un’icona, un canone. Un punto di riferimento internazionale.

Ma se dovessi definirlo come prodotto editoriale?
Domus è il verbo dell’architettura, lo standard del design, il Sacro Graal dello stile che vanta decine di tentativi d’imitazione. L’unica voce internazionale del panorama italiano. Pensa che nel 2006 l’editore tedesco Taschen gli ha dedicato un’antologia in 12 volumi. Monumentale.

E nel 2018 compie 90 anni. Un bel traguardo…
Non so quante altre riviste possano fregiarsi di simili traguardi. Pensa che quando la rilevò, nel 1929, l’editore Gianni Maz
zocchi aveva solo 23 anni. Fu però capace di trasformare un’intuizione d’élite in un progetto culturale esclusivo e democratico assieme, affiancandolo ad altre riviste che sarebbero diventate simboli, oltre che grandi successi: Quattroruote, Meridiani, Tuttotrasporti, Il Cucchiaio d’argento. Fu sempre Mazzocchi ad affidare di volta in volta la direzione di Domus a figure come Massimo Bontempelli ed Ernesto Nathan Rogers, che chiamarono a collaborare intellettuali come Moravia e Vittorini.

E anche Ettore Sottsass, di cui si sono appena celebrati i 100 anni della nascita e i dieci dalla scomparsa.
Sì, in una bellissima mostra allestita da Michele de Lucchi alla Triennale di Milano. Sottsass ha avuto un dialogo intenso con Domus e con i viaggi. Nel 1976, cioè due anni prima di firmare il nuovo progetto grafico, Sottsass inizia a pubblicare su Domus una rubrica di viaggio, “Memoires
di panna montata”, che assieme alle lettere al mondo dell'arte di Pierre Restany segnano la consacrazione di Domus come punto di riferimento internazionale, definitivamente conseguita con l’arrivo al vertice dell’azienda di Giovanna Mazzocchi Bordone. È stata lei a trasformare la rivista in uno standard mondiale, diffusa in oltre 100 Paesi.

Cosa farai come direttore editoriale?
Affiancherò il direttore della rivista riportando direttamente all’editore e sovrintendendo a tutto il sistema-Domus, dal cartaceo al digitale, dalle edizioni e gli speciali all’esplorazione di moduli che dialoghino con istituzioni, protagonisti e realtà internazionali.

Che ne pensi del ruolo di FS Italiane come committente di grandi opere architettoniche e urbanistiche? Di stazioni come Torino Porta Susa e Napoli Afragola, capolavoro di Zaha Hadid?
È decisivo che un soggetto istituzionale il cui core business è la mobilità, cioè una delle dimensioni centrali dell’attività umana, si sia interrogato sulle nuove forme possibili di convergenza materiale e immateriale. Che poi la risposta sia stata trasformare quelli che Michel Maffesoli chiama “non luoghi” in veri e propri “places for people”, luoghi vitali e momenti d’interconnessione e multifunzionalità, rappresenta una scommessa vinta. Infine, esserci riusciti affidando la progettazione a grandi architetti internazionali è la conferma che il bene comune resta un valore di riferimento di Ferrovie Italiane.

Il medium che pubblica questa intervista è un magazine free e cartaceo. Ma sul treno, e non solo, i più compulsano il loro smartphone. Quale futuro vedi per l’editoria tradizionale?
Un grande futuro davanti alle spalle, anche se diverso da quello dietro. Io sono un tecnico della “news innovation”, ho lavorato per anni sulla relazione tra la tradizione cartacea e le nuove piattaforme digitali. E per me il futuro è quello che si sta delineando in molti Paesi: differenziato, complementare, esperienziale. Anche perché il digitale offre possibilità immense, orizzonti in larga parte inesplorati, ma la carta rappresenta una journey unica, perché consustanzia la materia.

La Freccia è un mensile di viaggi e un compagno di viaggio. Che significa per te viaggiare?
Io resto legato all’idea di viaggio di Bruce Chatwin e Stenio Solinas. Il viaggio è il contrario del turismo, concetto che passa a livello comune alla fine del ‘700, quando tutti accettano 
definitivamente l’idea che la terra sia rotonda. Dunque che per tornare al punto di partenza basta girare intorno, fare il tour. Ecco, il viaggio è l’opposto: non garantisce mai di unire due punti, ha di certo un inizio ma la sua fine è sempre incerta, perché la sua dimensione è il durante, è fatta di emozioni, idee, incontri inattesi. Il viaggio è l’Odissea: alla fine Ulisse torna a casa, ma non è più lo stesso. E, secondo una versione minore del mito, riparte.

Da Iesa a Iesa e ripartenza, quindi. Ma anche le tappe intermedie lasciano il segno, ognuna con il suo genius loci. Che cosa è per te?
Il genius loci del nostro tempo è il flusso e la sua metafora è la finanza, dove i valori fluttuano secondo logiche algoritmiche, oscure, inconoscibili. Oggi abbiamo notizie in tempo reale e possiamo vedere ogni punto del mondo su Google Earth. Pensiamo così di conoscere tutto, ma in realtà gli eventi sono sempre più incontrollabili, i luoghi misteriosi, lo Zeitgeist sfuggente. Per questo oggi viaggiare 
non è solo una necessità ma l’unica possibilità per comprendere la realtà e quindi il destino degli individui.

A proposito di flussi incessanti. In queste ore Domus ha lanciato il nuovo sito. Come è stato ripensato?
Il redesign è stato affidato a Mark Porter, uno dei più grandi news designer del mondo. Domusweb presenterà un’evoluzione nella grafica, nel lettering, nel timbro e nello stile, ma prima ancora nell’architettura concettuale, nel trattamento delle notizie, nella Weltanschauung, nella visione del mondo. Tutto per sintonizzarsi con i grandi mutamenti della nostra epoca, preservando però la sua tradizionale vocazione. Sofia Bordone, l’amministratore delegato che rappresenta la terza generazione della famiglia, ha chiesto di concettualizzare una vision per il futuro. E il lavoro congiunto di comunicazione e marketing è stato un nuovo concetto: empowering inspirational thinkers. Since 1928. Un’idea che racconta bene la storia di Domus, guardando al domani.