La Freccia incontra Mika

Il nuovo numero de La Freccia dedica la copertina di ottobre a Mika, pronto a tornare in scena con un nuovo album,"My Name Is Michael Holbrook", e un tour mondiale che attraversa l'Italia da Torino a Reggio Calabria

1 ottobre 2019 

L'intervista integrale di Michela Gentili è disponibile su issuu.com

Oltre un metro e 90, barba appena accennata, pantaloni e camicia immacolati che spiccano sulla pelle ambrata. Quando le porte dell’ascensore si schiudono, direttamente all’interno del suo appartamento milanese, Mika è già lì. Tra le pareti in legno scuro, circondato da poltrone di velluto retrò e lampade dal design ricercato. «Questa casa è di mia sorella. Ma è arredata con una combinazione di mobili miei e suoi: litighiamo sempre per capire dove metterli», esordisce in un italiano perfetto, saturando subito l’aria d’intimità.

Sono passati quattro anni dall’ultimo disco e ce ne sono voluti due per realizzare My name is Michael Holbrook, in uscita il 4 ottobre e al centro di un tour mondiale che interessa anche l’Italia, da Torino a Reggio Calabria, con 12 date fino a febbraio 2020.

Scritto tra Miami, Londra e la campagna toscana, è un percorso nel profondo, tra memorie d’infanzia e ricerca della propria identità, che il cantante americano-libanese racconta con insperata generosità. Portatore sano di un carisma che a tratti confonde, si concede con naturalezza. E dalla sponda opposta di un divano pressoché infinito riduce la distanza con l’empatia.

Dopo le parentesi televisive di X Factor, Stasera a CasaMika e l’edizione francese The Voice, l’artista ha deciso di tornare alle origini. Alla musica, figlia del migliore pop internazionale, da Prince a George Michael, da David Bowie a Freddie Mercury. E alla famiglia, così fondamentale nella costruzione della sua individualità.

Come mai questa scelta?
Volevo ricominciare a scrivere canzoni con la stessa passione che avevo prima di diventare famoso. Ho capito che solo così avrei potuto continuare la mia carriera. Dovevo ritrovare l’adolescente che ero prima del successo.

Perché hai deciso di usare il tuo vero nome?
Io mi chiamo Michael Holbrook Penniman, come mio padre. Lui è nato in Georgia, nel sud degli Stati Uniti, ma nella mia famiglia ha sempre avuto più spazio la cultura di mia madre, che è libanese. Ho voluto fare una sorta di resetting, per capire chi è lui, da dove viene e chi sono diventato.

Che differenza c’è tra Michael e Mika?
Il primo è stato scelto da mio padre. Ma a mia madre faceva schifo: secondo lei con quel nome non avrei mai fatto carriera. Così, a nemmeno un’ora di vita, ha cominciato a chiamarmi Mika. Poi a otto anni ho avuto problemi di dislessia e sono stato buttato fuori da scuola. Lei mi ha detto: «Ora devi lavorare, perché le persone come te o hanno successo o finiscono in prigione».

Una spinta determinante per il futuro…
Sapeva che sarei diventato un performer. Per questo ha cominciato a farmi studiare tre ore al giorno. Mi faceva ascoltare Brahms, Schubert, Cherubini, Maria Ewing e mi spingeva a cantare come un controtenore, con il vibrato. A neppure nove anni mi sono esibito alla Royal Opera House di Londra. E a 15 avevo già tutti i giochi di voce possibili: mi uscivamo fuori uno dietro l’altro, come i pop-corn (e non trattiene qualche vocalizzo, ndr).

Sei Mika grazie a tua madre, quindi?
Sono nato dalle sue scelte, che solo dopo sono diventate parte di me. Ora posso dire che il mio nome è Michael Holbrook Penniman Junior, ma io sono Mika, il figlio di Joannie e di Michael. Quest’album mi è servito per capire chi sono. E per fare pace con alcune vicende accadute nella mia vita.

Quali?
In tre anni ho perso cinque persone a me vicine. Ma invece di nascondere il dolore, ho utilizzato la musica come una sorta di medicina. Così il nuovo disco è il riflesso di quello che sta succedendo nella mia sfera personale.

Cosa c’è dentro?
È pieno di contrasti, di paradox: è molto melodico ma i testi fanno anche piangere. È una sorta di estasi, una catarsi. Come se stessi ballando con le lacrime negli occhi.

Quale canzone ti rappresenta di più?
Tiny Love Reprise, il pezzo che chiude l’album. Comincia con una dichiarazione civile, come se stessi leggendo la mia carta d’identità: «My name is Michael Holbrook, I was born in 1983. (Il mio nome è Michael Holbrook. Sono nato nel 1983)». E poi ci sono mia madre e mia sorella che cantano: ho deciso di dare voce direttamente a loro, perché avessero l’ultima parola. Nel disco ho raccontato vicende molto dolorose che le riguardano.

Come nel brano Paloma, dedicato a tua sorella…
Sì, lì ho descritto la notte del 2010 in cui l’ho soccorsa in strada dopo la caduta dal terzo piano del suo appartamento londinese. Un evento che mi ha cambiato: non ho mai voluto affrontarlo prima, neanche nelle interviste. Ma quando ho cominciato a lavorare su questo progetto mi è sembrato naturale tirarlo fuori. Senza nessun blocco, mi sono ritrovato a raccontare un avvenimento che avevo nascosto per tanti anni.

Serviva un po’ di tempo, forse…
In realtà non c’è mai un momento buono per parlare di un fatto così violento. Specialmente quando è successo a una persona della tua famiglia. Ma ho utilizzato la scrittura, la musica, per ricontestualizzare una cosa orribile e dargli un senso.

In che modo?
Nel testo ho scritto: «I found you, fighting in the darkness. There was beauty in there too. (Ti ho trovata nel buio, mentre combattevi per la tua vita, ma anche lì dentro c’era bellezza)». Sembra una cosa assurda ma è vera, anche in una situazione così traumatica.

Cos’è per te la bellezza?
Non è facile riconoscerla. Si può scorgere nello spazio tra una cosa e l’altra, tra una persona e l’altra. È sempre nel vuoto. La cosa più bella per me, ora, è l’idea che la creatività sia capace di regalarmi la libertà. Perché anche quando fai un lavoro che ti piace, a prescindere dal successo o dal denaro, puoi finire in una gabbia. Ma la creatività ti consente di… to melt, fonderla.

E l’amore invece?
Può essere la peggiore o migliore esperienza della vita. È troppo complicato per essere descritto in un film hollywoodiano, ma esiste nelle pellicole di Pasolini, Fellini, Truffaut.

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