La Freccia intervista il direttore della Pinacoteca di Brera

James Bradburne sul nuovo numero del magazine dedicato ai clienti delle Frecce Trenitalia

di Andrea Radic, disponibile anche su ISSUU

Apre le braccia in un gesto accogliente, mostrando un panciotto artistico «disegnato e cucito in Giappone, in un piccolo negozio di Tokyo, con disegni Kabuki», precisa accompagnandoci, con incedere coinvolgente, nelle nuove sale della Pinacoteca di Brera, di cui James Bradburne (canadese ma naturalizzato britannico) è direttore dal 2015.

Luci perfette illuminano le opere ed eleganti soluzioni architettoniche valorizzano i capolavori della collezione. «È un museo dove vogliamo che i visitatori vengano ad aprire gli occhi», ci tiene a specificare, come del resto suggerisce il claim della storica istituzione milanese, Brera a occhi aperti. «Per dare forza alla cultura bisogna essere visionari come lo furono i direttori del passato, Ettore Modigliani, Franco Russoli, che definiva il museo un crogiuolo di civiltà, e Fernanda Wittgens, che lo chiamava “museo vivente”», spiega Bradburne. 

Un lavoro che lei sta portando avanti. 
Abbiamo riallestito tutte le 38 sale per ricollocare la Pinacoteca nella sua contemporaneità, nel cuore della città e dei visitatori. Oggi ritrova la sua raison d’être. 

La sua esperienza in Italia è passata da Firenze… 
Sì, dal 2006 al 2015 sono stato direttore generale di Palazzo Strozzi. Abbiamo riportato un palazzo “dormiente” al centro della cultura italiana. 

Si sente un po’ italiano?
Sarebbe un grande impegno sentirsi italiano, non so se ce la farei, sicuramente mi sento europeo e in Italia sono a casa, faccio parte di questo Paese. Il mio scopo è portare in Pinacoteca il pubblico locale, i cittadini, che poi torneranno con i figli o la zia. Il fattore fondamentale è che un museo fa parte della nostra identità di essere umani, che io venga dalla Siria o dalla Russia, quando vedo un Caravaggio diventa il “mio” Caravaggio, parte della mia identità. Siamo tutti migranti nel tempo e il nostro bagaglio è proprio l’identità, che trovo in queste sale. Il nostro lavoro è questo. 

Il museo come parte integrante della città? 
Si tratta di appartenenza, bisogna tenere le porte aperte e accogliere tutti coloro che sono a Milano in orari serali, giovani musicisti che suonano in determinati giorni e prevedere visite speciali. Nel museo ci si deve sentire a casa. 

Ci guidi nelle sale completamente riallestite. 
Un lavoro iniziato nel marzo 2016 per rendere i percorsi più comprensibili ai visitatori. Per esempio, abbiamo puntato molto sulle nuove didascalie, più grandi e leggibili, aggiungendo le spiegazioni per famiglie che aiutano i genitori a insegnare l’arte ai più piccoli e le didascalie d’autore a firma di Orhan Pamuk, Tiziano Scarpa e altri scrittori, per dare una diversa prospettiva alle opere arricchendo l’esperienza. Poi, un’altra scelta è stata rifiutare la strategia delle mostre temporanee, anche se fanno crescere il numero di biglietti staccati. Ci siamo posti, invece, l’obiettivo di valorizzare la collezione permanente con l’inserimento, in determinate occasioni, di opere ospiti. Queste sono inserite nel percorso espositivo del museo, dando l’opportunità di vedere con occhi diversi. Come recita il nostro logo, A occhi aperti. Abbiamo cominciato con un Perugino accanto a un Raffaello e, ogni sei mesi, viene fatto un nuovo allestimento attorno a questi percorsi unici, chiamati dialoghi. 

Altre novità?
Bottega Brera, una vetrina di tutti gli istituti di Brera, e Caffè Fernanda, uno spazio intitolato a Fernanda Wittgens, i cui prodotti bio arrivano dall’orto della Pinacoteca coltivato nel Parco Agricolo Sud Milano. Un luogo che abbiamo voluto dedicare a una grande donna, la prima a essere direttrice di questo museo (nel 1940, [c]ndr[/c] e a organizzare sfilate di moda a Brera. Fa parte dell’identità della Pinacoteca, ci sono un busto della Wittgens di Marino Marini e un ritratto che le fece Attilio Rossi. E nelle prime pagine del menù si legge la sua storia, il Caffè è espressione dei suoi valori di civiltà e umanità.

Che rapporto vede tra arte e cibo?
C’è sempre un legame che fa parte della nostra umanità. Qui, poi, il legame è specifico.

Cosa le piace del cibo italiano? 
L’autenticità, la tradizione della cucina povera, quella delle nonne, che tutti amiamo. Una bella pappa al pomodoro. Qualità e semplicità sono i pilastri della cucina italiana. 

Torni bambino, qual è il profumo dell’infanzia? 
Il pane, un profumo quasi umano, e da grande aggiungo quello del caffè. Sapori che significano casa. 

Il luogo del cuore? 
Sono molti i posti straordinari, in Italia e nel mondo. Come recita il detto inglese, «Home is where your heart is». Oggi sono a Brera e il mio cuore è qui, spero lo sentano anche tutti i visitatori. 

Cosa la appassiona nel suo lavoro?
La scintilla negli occhi di un bambino che vede per la prima volta una cosa nuova, la curiosità e la passione che cerco di accendere nelle persone.