La Freccia intervista Gaddo della Gherardesca

Al castello di Castagneto Carducci con il presidente dell'Associazione Dimore Storiche Italiane

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Tosto e schietto. Non le manda a dire Gaddo della Gherardesca, quando con il suo «parlare onesto», maledice le nefandezze che hanno deturpato nell’ultimo mezzo secolo un tessuto paesaggistico pregiatissimo, preservato e arricchito dai suoi antenati per 13 lunghi secoli. Torri, castelli, fattorie, boschi di querce, macchia mediterranea, pini, cipressi. Raffinati tocchi di pennello su una tela d’inebriante vigore. Siamo in Maremma, nel Castello che sovrasta Castagneto Carducci (LI), vedetta e fortilizio di proprietà di Gaddo, del fratello Manfredi e dell’amabile sorella Sibilla, presidente della sezione toscana del FAI, per anni direttore delle pubbliche relazioni di Pitti Immagine, autrice di un best seller sull’arte di essere educati, a casa come in azienda Non si dice “piacere", Sperling & Kupfer pp. 223 € 13).

Gaddo è presidente dell’A.D.S.I., l’associazione che riunisce i proprietari di tante dimore storiche italiane. Parte integrante di un patrimonio culturale che «è il vero olio nero del nostro Paese. Prezioso e unico, perché di giacimenti di petrolio nel mondo se ne possono ancora scoprire tanti, ma di queste ricchezze, no». Eppure, nonostante gli italiani «abbiano la bellezza incisa nel loro dna» e all’estero in tanti «abbiano saputo affermarsi con successo», non sono ancora riusciti a valorizzare a dovere questi giacimenti. Sui motivi Gaddo è tranchant: «Perché dal dopoguerra a oggi i nostri governanti sembra siano stati scelti dai nostri peggiori nemici. Ignoranza, provincialismo, corruzione, incapacità. Eppure sarebbe bastato copiare ciò che fanno all’estero. Ma neanche di quello sono stati capaci».

Ha parole di riguardo, invece, per l’ultimo ministro della cultura, Dario Franceschini, tra i cui meriti annovera l’aver ripristinato i contributi in favore di chi svolge lavori sulle dimore storiche. Ecco il punto cruciale. Un tempo i possedimenti fondiari delle dinastie nobili producevano ricavi sufficienti al mantenimento delle loro dimore. Ora, fatte salve rare eccezioni, come gli Incisa della Rocchetta e gli Antinori, consanguinei di Gaddo, che dai vigneti in faccia al Tirreno hanno saputo estrarre il prezioso nettare dei Supertuscan e trarne i relativi profitti, i proprietari devono ingegnarsi per mettere a reddito gli immobili in chiave turistica e ricettiva, o come location per matrimoni, eventi, summit aziendali. Perché, come un giorno Jacques Nasser, allora CEO di Ford Motor Company, ebbe a dire del Castello: «un posto così emana vibrazioni e ispira idee tanto quanto i neon delle nostre sale riunioni le deprimono». Pranziamo in un office dai delicati colori verde pastello, estasiati dalle polpettine di Brunella, cuoca di paese. Le gustiamo mentre Gaddo, felice affabulatore incline all’ironico motteggio, si concede un po’ di ottimismo: «Il fascino della cultura sembra stia finalmente conquistando tanta gente comune. Lo vedo qui, lo conferma il successo di trasmissioni televisive dedicate all’arte e alla cultura, come quelle di Piero e Alberto Angela».

Con la sorella Sibilla e i coniugi Radic, ragioniamo su quanto sia fondamentale la comunicazione, insieme a infrastrutture di mobilità efficaci, perché i flussi turistici escano dai consueti circuiti e raggiungano i tesori disseminati nel territorio. Poi, incuriosito da una targa dell’Ordine alato dei Cialtroni dell’Oca, scopro il lato goliardico del conte, protagonista di un memorabile Calendario Piselli di fine secolo, nel quale le morbose sinuosità delle pin up furono sostituite, a scopi benefici, dalle meno seducenti nudità di un manipolo di aristocratici. A tavola, sorseggiamo Le vedute, un raffinato rosso prodotto da Gaddo, che tuttavia si schermisce. «Io sono stato abile e fortunato a guadagnarmi da vivere bene in altri settori, perché ognuno di noi ha il proprio skill. E i miei guadagni sono finiti qui. Dal 1994 a oggi, insieme ai miei fratelli, abbiamo salvato e restaurato questo Castello perché altri, dopo di noi, possano goderne». Lo ribadisce più volte, con fierezza, «nessun lusso effimero: quel che ho ricavato qui, l’ho reinvestito qui». Qui, da dove godi il profilo dell’Elba e della lontana Corsica e ogni oggetto e dettaglio trattiene memorie che Gaddo snocciola con passione e acribia.

Dai medaglioni che ornavano il letto nuziale dell’antenato Ugo, sposo di Costanza di Ottaviano de’ Medici, sorellastra di papa Leone XI, all’incunabolo con la millenaria vita della casata, dalla scultura del conte Ugolino di dantesca memoria ai suggestivi ritratti e abiti di famiglia. Dallo stemma gentilizio che sigilla ogni arredo e complemento d’arredo ai numerosi trofei di caccia troneggianti alle pareti, fino al busto di Emanuele Ruspoli, sindaco di Roma a fine ’800 e padre della bisnonna di Gaddo.