La Freccia intervista Boosta

Ama viaggiare in treno, suonare, scrivere e marcare Zanetti. Davide di Leo, in arte Boosta, è pronto per la sua prossima partita con la Nazionale Cantanti

di Andrea Radic, disponibile anche su ISSUU

A passo leggero, si guarda intorno mentre andiamo verso il binario, con lo sguardo aperto e gli occhi vivissimi di chi ragiona con metodo. Non sembra certo una rockstar. Eppure, ai concerti, i palazzetti si riempiono e la folla grida il suo nome: Boosta, il tastierista dei Subsonica.

Un grande interprete di ciò che gli sta intorno, una spugna capace di restituire a parole, sensazioni, impressioni, ansie e gioie. Non si fa fatica a capire che ha scritto grande musica per sé e per altri grandi interpreti. L’abbigliamento è un paradigma al contrario, nessun simbolo da star, nessun eccesso, ma sobrio, comodo, normale. E la luce negli occhi ti colpisce come la spilla nell’occhiello del giaccone con le insegne della squadra del Torino, la sua fede calcistica che porterà sul campo con la Nazionale Italiana Cantanti, il 30 maggio allo stadio di Genova.

La luce gli taglia il volto mentre il Frecciarossa percorre la nuova rotta Milano-Genova, insinuandosi tra le colline (quasi montagne) della Liguria. Boschi, villaggi, ripidi pendii, uno di quei paesaggi che diventano bellissimi se visti dal finestrino.

«Amo viaggiare in treno, un po’ una seconda casa, un momento fortunato», osserva Boosta. «Come sospeso nel tempo, posso leggere, lavorare, scrivere, pensare. Ascolto anche un sacco di musica guardando fuori dal finestrino, un videoclip infinito, un’epidemia di panorami e situazioni. Mi diverto anche a osservare la rappresentazione della vita che il vagone di un treno può offrire, una favolosa finestra sul Paese. Altrettanto bello, poi, è tornare, proprio a casa, a Torino, una città che mi ha dato molto e che non lascerò mai. Negli anni ’90 era la porta d’ingresso della musica, con un fermento incredibile di nuovi gruppi e la notte popolata di occasioni artistiche. La musica è l’unica forma d’arte di cui le persone avranno sempre bisogno», aggiunge.

Compositore, scrittore, sei un uomo multiculturale.
Sono semplicemente curioso, ho la fortuna di avere una vita molto bella, da privilegiato. Da piccolo volevo fare il musicista e oggi vivo e mi mantengo con la mia passione. È così anche per le altre espressioni artistiche, seguo gli spunti della vita per dare qualcosa al pubblico, per farlo stare bene, più che sentirmi bene io. Siamo menestrelli 2.0, osserviamo e in qualche modo raccontiamo: se la hai la capacità e la fortuna di avere una tavolozza di colori più ampia, che spazia dalla musica alla scrittura, il quadro verrà più bello. Anche se l’arte è imperfetta per definizione.

Che ricordi hai di te musicista bambino?
Quanti concerti in cameretta! Il bastone della scopa e un pennarello come microfono, suonavo ore intere la batteria sui cuscini. Sdraiato sul tappeto guardavo migliaia di volte il vhs degli ACDC. Poi a sei anni ho chiesto di suonare il pianoforte. Arrivato ai dieci mi annoiava, e qui ringrazio i miei genitori che mi hanno spinto a non smettere. Poi il primo gruppo e il sacrificio di papà nel regalarmi un Roland D50, il mio primo sintetizzatore usato.

Cosa stai preparando dal punto di vista musicale?
Una forma di spettacolo nuova che mi piace molto, dove non porto canzoni, ma quadri sonori, nei quali il pubblico possa perdersi. Non c’è un cantato, ma un pianoforte acustico preparato, alla John Cage, un pianoforte elettrico e un sintetizzatore Moog, il principe. Un’ora di suono, dalla quale non esci canticchiando, ma con una sensazione addosso.

Senti l’emozione dei concerti?
Suonare dal vivo è la miglior espressione possibile, la gente sceglie di venire e si muove per farlo, con la consapevolezza che quelle due ore sono una camera ovattata rispetto al resto, dove ciascuno resta se stesso e si lascia andare. Un’esperienza, un tuffo, come un’onda nella quale nuotiamo ad altezze diverse ma dove tutti, concentrati sulla stessa cosa, cantano le stesse canzoni e muovono energia.

Da torinese metodico, arrivi in anticipo non solo in stazione, ma anche allo stadio.
Se la partita è alle 15 io arrivo all’una. Mi prendo il mio panino e mi godo tutto l’evolversi della giornata insieme alla gente che arriva sugli spalti, mi guardo tutto il riscaldamento dei giocatori, un rito. Non sopporterei mai di arrivare al cinema a film iniziato.

Sei appassionato di calcio e membro della Nazionale Italiana Cantanti. Un impegno che viene dal cuore.
Siamo molto felici di giocare il 30 maggio a Genova per raccogliere fondi per l’Istituto Gaslini e l’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, [c]ndr[/c]). Io sono in squadra da alcuni anni, a lungo corteggiato alla fine mi sono concesso. In realtà credevo di essere troppo vecchio, invece mi sono reso conto che, perso un po’ il dente dell’agonismo, è bellissimo mettersi a disposizione. Per due motivi: perché questa è beneficenza fatta con serietà e per portare un sorriso alle persone che guardano la partita, un sorriso pieno di concretezza.

Ti alleni anche?
Potrei mentire e dire che lo faccio ogni giorno, ma il rock’n’roll e il calcio non vanno esattamente a braccetto… però possiamo farcela. Ci piace giocare a pallone e cerchiamo di farlo al meglio, siamo una famiglia. E poi sono belle esperienze come aver provato, e dico provato, a marcare Zanetti.

Cosa ti dà al forza di trovare sempre nuovi obiettivi?
Non vorrei sembrare tardoromantico, ma in generale l’amore inteso come empatia, come desiderio di esserci, di guardare tutto come fosse un meraviglioso film. Senza empatia e capacità di metterci nei panni degli altri, è difficile fare un passo avanti rispetto a quello che si è. bisogna cercare di trasmettere ciò che si ha nel modo migliore ed è bello vedere le persone contente di prendere in prestito pezzi di te.