La Freccia intervista il direttore d'orchesta Alvise Casellati

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di Andrea Radic, disponibile anche su ISSUU

"Il treno è un po’ la mia seconda casa, se non ci salgo mi manca. È comodo e veloce, a bordo si lavora e si studia, lo preferisco a qualsiasi altro mezzo". A parlare è Alvise Casellati, direttore d’orchestra, un uomo profondo, nato a Padova, dove torna spesso, appunto, in treno. Figlio di avvocati, in una famiglia dove la musica è sempre stata protagonista. "Alvise è un nome molto veneziano, conosciuto nell’opera per la Gioconda di Ponchielli", aggiunge.

 

Dove nasce la sua passione per la musica?

Dalla mia famiglia, nella casa di campagna di Adria, mia nonna era pianista professionista e mio nonno ingegnere ma anche violinista, direttore di coro e compositore. Entravi e trovavi tre pianoforti, è stato naturale appassionarsi alla musica. Mio nonno era amico della famiglia Wagner.


Ha mantenuto la tradizione di famiglia.

La pecora bianca, unico in famiglia ad aver intrapreso un percorso professionale nella musica. Ho cominciato da bambino giocando con quei pianoforti, d’altronde in tedesco suonare si dice “spielen” e in francese “jouer”. Nella mia famiglia la musica è sempre stato diletto. È tradizione per noi avere una laurea e un diploma in uno strumento musicale.

 

Perché ha scelto la direzione d’orchestra?

Avrei voluto studiare pianoforte, ma ho fatto violino, appassionandomi, tanto che il mio maestro spingeva perché diventassi solista. In realtà la scintilla è scoccata negli studi di Armonia. Per la prima volta ho esaminato una partitura e capito che la mia vocazione era dirigere. È un lavoro che parte dall’analisi, poi c’è il gesto, la comunicazione all’orchestra. Ma è fondamentale entrare nella testa del compositore e capire perché ha scritto quelle note. Come in un testo giuridico, ogni nota ha un preciso significato, soprattutto se ti confronti con geni come Rossini, Verdi, Puccini, Donizetti.

 

Il nonno direttore d’orchestra l’ha ispirata?

Avevo cinque o sei anni ed ero in platea per il suo concerto di addio alla musica, lui dirigeva e mia nonna era solista al pianoforte. Mendelssohn, me lo ricordo come fosse ieri.

 

Quali compositori ama di più?

Mi sento vicino a Rossini, Verdi e Puccini, riesco a entrare. Del sinfonico Beethoven, Čajkovskij, Brahms, mi innamoro ogni volta. Adesso vorrei cominciare con Mahler, c’è così tanto da fare...

 

Lei viaggia spesso e in tutto il mondo, ma è sempre lineare e concentrato.

Una vita a cui bisogna essere predisposti, io sono internazionale nello spirito, dal 1998 ho vissuto all’estero, sono tornato in Italia nel 2012 per dirigere. Ho conosciuto culture diverse e tratto ispirazione soprattutto a New York, dove ti confronti sugli stessi temi con persone che arrivano dal Brasile, dalla Cina, dall’Africa, con mentalità aperte.

 

Che rapporto ha con i musicisti che dirige?

I musicisti sono il nostro strumento, un direttore deve dar loro un’idea, spiegare il proprio filo logico, dire dove vuole arrivare e implementare l’interpretazione. È un mondo dove si lavora molto, dove serve una concentrazione che non lascia spazio a nient’altro. Nel dirigere c’è molta tecnica, un’esigenza di chiarezza nel gesto che deve essere essenziale, quando diventa spettacolo non è sincero. Kleiberg era un esempio di questo, interveniva solo nei momenti cruciali.

 

Il frac è comodo o scomodo?

Diciamo piuttosto caldo o meno caldo (sorride, ndr), soprattutto d’estate, anche se oggi si vede di tutto. Io che lo indosso sono quasi un’eccezione.

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