La Freccia intervista il direttore del Corriere della Sera

Ospite della rubrica Medialogando Luciano Fontana, direttore de Il Corriere della Sera, in un’intervista da titolo “Per merito e con responsabilità”, fra appelli alla classe politica, funzione del giornalismo e fake news, Rete e social network

di Marco Mancini disponibile anche su ISSUU

Incontro Luciano Fontana nel suo ufficio in via Solferino, un luogo intriso di storia e cultura. Fontana è dal 2015 direttore del Corriere della Sera. Vi è entrato nel 1997, dopo 11 anni trascorsi all’Unità. Da decenni è un acuto testimone delle vicende politiche ed economiche nazionali. Del giornalista colpiscono la pacatezza e quella garbata modestia che gli impone di avviare ogni riflessione con un «io penso che», antitetica a tanti egocentrismi oracolari. Non bastasse lo stile, a farmelo percepire come uomo d’altri tempi è il reiterato uso di verbi come “recuperare”, “ripristinare”, “ricostruire”. Non per sterile rimpianto del passato, ma per convinta adesione a valori quali serietà, studio, competenza, merito, oggi sacrificati sull’altare di un aleatorio hic et nunc dove troneggia, effimera divinità, la bilancia dei follower e dei like. Il suo è un appello di civiltà, mosso dalla consapevolezza che il riscatto di questo Paese debba passare (anche) dalla riappropriazione di quei valori

Nel suo ultimo libro (Un paese senza leader) ricostruisce, prodigo di dettagli, aneddoti e retroscena, i passaggi chiave della nostra più recente e tormentata storia politica, dalla fine della Prima Repubblica a oggi. Consegnandoci alcuni vividi ritratti dei suoi principali protagonisti, nessuno dei quali capace di assurgere al ruolo di leader e statista, portatore di una chiara visione politica tradotta in azione e in solidi risultati.

Il tuo libro si chiude con un appello alla classe politica: «È l’ora di fare tanti passi avanti, in una direzione precisa: la responsabilità». Qual è la responsabilità di un politico e quale quella del direttore del Corriere della Sera?
La responsabilità della classe politica risiede nel non aderire immediatamente al presunto sentimento dell’elettore, rincorrendo il tumulto che c’è in giro, ma nell’agire con serietà, competenza, lungimiranza, con una visione, individuando le priorità per il Paese, evitando promesse assurde che poi non è in grado di mantenere o che farebbero saltare il sistema. Per il direttore del Corriere della Sera è in primo luogo quella di preservare la tradizione di un giornalismo oggettivo, serio, indipendente, pluralista, non partigiano, che fornisca gli elementi per cui ognuno possa costruirsi le proprie opinioni.

Una funzione che il giornalismo dovrebbe assolvere sempre, sebbene accada in alcuni casi che il “pregiudizio” travalichi i fatti arrivando fino a deformarli.
E il pregiudizio è la morte del giornalismo. Il Corriere della Sera, poi, ha anche una funzione nazionale, è considerato una sorta di giornale-Paese. Basta salire le scale di questo palazzo e vedere i ritratti di tutte le personalità del giornalismo, della cultura, della scienza, della filosofia che hanno scritto per il Corriere, per capire come questo giornale sia parte integrante della storia di questo Paese. Restare fedeli alla sua tradizione è un compito davvero gravoso ma anche entusiasmante, soprattutto in un momento di drammatica trasformazione del panorama dell’informazione, con la rivoluzione digitale che ha cambiato i termini del nostro lavoro e messo in crisi i vecchi modelli editoriali.

A proposito di digitale, voi avete infranto per primi in Italia una delle peculiarità della Rete, ossia la gratuità dei contenuti…
È vero, abbiamo deciso quasi due anni fa di lanciare una sfida in solitudine: siamo il primo quotidiano online che ha utilizzato un modello di pagamento graduale, senza chiudere completamente il web ma chiedendo ai lettori, dopo un certo consumo di articoli, di sottoscrivere un abbonamento. Perché un’informazione di qualità, seria e approfondita e non solo fondata sul numero dei click, ha un valore e dei costi. Abbiamo chiesto ai nostri lettori di riconoscere questo valore e i suoi costi.

L’informazione come merce, che più attrae più si fa comprare, non è una novità del web, anche se Internet ha esasperato questa deriva.
Perché la Rete ha attivato la corsa ai click inducendo i giornali a occuparsi di cose spesso futili, che non sono nel loro Dna. La Rete è anche una realtà in cui le informazioni arrivano da mille punti diversi, ci bombardano, tendono a omogeneizzarsi. La nostra è stata quindi una doppia sfida: interna per la conservazione della qualità e con i lettori per il suo riconoscimento.

E queste sfide come stanno andando?
Direi bene. I lettori hanno cominciato a rispondere e oggi abbiamo superato i 90mila abbonati. Probabilmente hanno capito che questo impegno permette all’informazione di conservare uno standard adeguato e a noi di lavorare sulle piattaforme digitali con lo stesso spirito della carta stampata. Anche l’ampio dibattito sulle fake news ha aiutato a comprendere il valore di un’informazione di qualità per la democrazia e la crescita di un Paese.

Le fake news, lo sappiamo, sono sempre esistite, certo l’universalità e la rapidità di propagazione della Rete le ha reso molto più pericolose. Che si può e deve fare?
Sì, le teorie del complotto, gli odiatori di professione, i negatori dei fatti, sono sempre esistiti. La Rete li ha trasferiti dal bar Sport sotto casa a un bar Sport universale. Penso che non esista una ricetta unica per combattere le fake news e le reazioni che generano. Perché è molto difficile rimuoverle, non si può affidare a un algoritmo la loro individuazione e rimozione. Gli algoritmi, come si sa, sono ciechi e non vorrei mai affidare la libertà di espressione a un algoritmo o a una compagnia tecnologica.

Quindi?
Ci sono altre iniziative che una politica responsabile può intraprendere. Iniziando a obbligare chi gestisce i social network e l’infrastruttura di comunicazione ad assumersi precise responsabilità editoriali, senza considerarsi un mezzo neutro su cui tutto può essere veicolato. Poi servono strumenti legislativi per punire seriamente chi organizza in maniera sistematica teorie basate su fake news, o chi, celandosi dietro l’anonimato, snatura il dibattito pubblico conducendolo a livelli di aberrazione impensabili in una conversazione faccia a faccia. Ma soprattutto, al netto di questi strumenti molto parziali, credo che ci voglia un recupero fondamentale di quel processo di formazione alla coscienza critica che ha nelle scuole, nelle famiglie, nelle associazioni, in tutti i corpi intermedi, il proprio fondamento.

La cultura come strumento di difesa e governo della tecnologia?
Sì, perché soltanto un lettore critico e consapevole saprà pesare quello che sta leggendo e le opinioni che sta ascoltando. Nessuno strumento legislativo né una grande autorità né un Grande Fratello potranno farlo. Per ricostruire un ecosistema un po’ più sano dobbiamo poi far capire agli utilizzatori naturali dei social network e dei grandi strumenti di connessione che qualche volta viviamo in una bolla fatta di amici, di persone che la pensano come noi, che hanno le nostre stesse idee, i nostri stessi gusti e molto spesso anche i nostri stessi pregiudizi. Sapere, invece, che il mondo è fatto di apertura e non di chiusura in quella bolla è il punto più rilevante del pensiero critico. Per il resto la rete è uno strumento formidabile di progresso che sta investendo trasversalmente tutti i settori industriali e tutto il nostro mondo, dobbiamo però conquistarne un uso consapevole, serio e regolato.

Hai chiamato in ballo la scuola e la famiglia, istituzioni attraversate da una profonda crisi.
Se dovessi stilare le priorità per un programma di governo, metterei gli investimenti nella conoscenza e nell’istruzione insieme a quelli per l’innovazione dell’infrastruttura tecnologica al primo posto, perché una società con un tasso di laureati così basso come quello che ha l’Italia, e un tasso di diplomati nei settori strategici, tecnologici e tecnici che è un decimo rispetto alla Germania, continuare ad accumulare un deficit di competenze che rischia di diventare incolmabile. Un piano strategico per la crescita dell’istruzione, delle conoscenze, della ricerca è l’investimento migliore per il futuro del Paese.

La scuola invece continua a perdere prestigio.
Il recupero si ottiene soltanto se diventa finalmente un tema centrale di crescita e di sviluppo. Una scuola con docenti che dovrebbero, probabilmente, essere un po’ di meno ed essere pagati meglio in base al merito. Si eviterebbe anche quella situazione che ha trasformato i genitori negli avvocati difensori dei figli. Io appartengo a una generazione in cui l’insegnante aveva sempre ragione, anche quando qualche rara volta poteva aver torto. Eppure non è mai successo che mio padre o mia madre, di fronte a un’obiezione del professore, lo contestassero e non dicessero invece che avessi torto io.

Non è che questi atteggiamenti rientrano in quella più generale insofferenza verso le istituzioni e le autorità?
Forse c’è anche questo. L’ideologia anti-élite, che il web ha contribuito a scatenare, si trasforma con facilità nell’ideologia di essere contro qualsiasi competenza. O, addirittura, nel considerare privilegiato chiunque arrivi ad affermarsi nel proprio lavoro. Durante la presentazione di un mio libro, si è alzata una persona dicendo: «Lei che viene dall’establishment, che sta lì perché fa parte di un élite». Gli ho risposto: «Guardi, lei può pensarla come le pare ma mio padre faceva l’operaio e mia madre era bidella in un asilo. Non è che tutti quelli che arrivano ad assumere una responsabilità in un giornale, in un’azienda, sono dei privilegiati per diritto naturale. Io ci sono arrivato studiando, lavorando – da ormai 35 anni – dal mattino presto a notte fonda, e non perché ero nipote di Agnelli o figlio di Cuccia».

Parli di tempi in cui nel nostro Paese esistevano ancora degli ascensori sociali.
Sì, soprattutto negli anni del boom economico. C’erano famiglie meravigliose che passavano la propria vita solo con un obiettivo: far studiare i propri figli, investendo tutto quello che avevano con la speranza e la certezza che avrebbero potuto fare un lavoro e una vita migliore della loro. Questo ascensore sociale ha funzionato e, a un certo punto, si è bloccato. Ma possiamo e dobbiamo ripristinarlo. L’ultima cosa che dobbiamo diffondere nella società è l’idea che questa sia una situazione immutabile. Sarebbe estremamente pericoloso per le aspirazioni delle persone e per il futuro dell’Italia.

È un po’ il frutto di una sottocultura, indotta nel tempo da certi modelli televisivi e consolidata dalla Rete, che fa intravedere facili scorciatoie verso il successo e la notorietà.
Ed è qualcosa di molto sbagliato: bisogna recuperare la cultura dello studio e del merito. È un discorso che vale anche per la classe dirigente e politica, la cui formazione e selezione penso debba passare dalle associazioni, le professioni, le scuole in un percorso graduale, serio, in cui ci si misura con la realtà di governo a dimensione locale, poi si cresce. Adesso tutto questo è saltato.

In effetti anche il tradizionale reclutamento della classe politica è stato oggetto di pesanti contestazioni.
Ma non va bene. Né la classe composta da dirigenti aziendali né quella decisa con pochi click su una piattaforma. Questo che significa? Se tutti vengono scelti con pochi numeri di click, tutti sono uguali a uno, alla fine ci sarà sempre qualcuno che per autorità, per investitura, per denaro o per potere, deciderà per tutti. Così il massimo della dichiarazione di democrazia e trasparenza sfocia nel massimo di autocrazia. 

Insomma, occorre recuperare quel sano percorso di formazione e selezione.
Sì, perché questo è un Paese in grado di esprimere qualità. Nel dopoguerra la nostra classe dirigente ha preso un Paese dopo il fascismo e la guerra e lo ha portato a essere una delle sei potenze industriali al mondo. Probabilmente, oltre alle qualità del Paese e dei suoi cittadini, c’era anche una qualità della sua classe dirigente.

Questo recupero di qualità è una missione che dovrebbe coinvolgere tutti, dagli intellettuali ai politici…
Sì, ed è l’unica vera battaglia anti-casta che mi sentirei di combattere in prima persona. Il merito è qualcosa di importante, e non mi riferisco tanto alla genialità individuale, ma al frutto di studio, impegno, serietà, progetti, lavoro. E a tale proposito considero estremamente diseducativa l’idea che si possa dare un reddito e uno stipendio a qualcuno senza che ci sia lavoro. È un principio che vale per un Paese come per una famiglia. Prima si crea lavoro e si produce ricchezza, poi la si distribuisce. Altrimenti finiamo soltanto con l’aumentare la montagna di debiti che già affligge l’Italia e che probabilmente sarà un lascito pesantissimo di cui i nostri figli pagheranno il conto.

Hai parlato di creare lavoro, tema centrale di ogni programma di governo. Lavoro è anche dignità, possibilità di programmare un futuro.
Sì, e penso che proprio per questo tutto il mondo industriale e aziendale dovrebbe fare una riflessione su come l’idea che i lavoratori siano sempre precari e privati di un percorso di crescita, sia qualcosa di estremamente pericoloso. Penso si debba rifuggire l’idea che ci siano solo dei vertici che guidano e fanno strategie mentre tutto il resto è intercambiabile e precario. Questo non fa crescere e non aiuta la qualità, oltre a essere molto pericoloso per la vita delle persone. Vanno quindi recuperati i principi di merito e di concorrenza, di liberalismo nel modo in cui si definiscono le regole per le professioni. Personalmente, vedrei meglio un mercato del lavoro in cui tutti siano assunti a tempo indeterminato e tutti siano licenziabili, misurandoli sul merito. Quindi, non precari di cui ci si può sbarazzare rapidamente ma lavoratori consapevoli che la conservazione del posto di lavoro dipende da quello che sanno fare.

Premiando quindi capacità e professionalità. Tornando alla riflessione iniziale, è quello che serve nel giornalismo 2.0, dove anche il fattore tempo è determinante.
Ecco, questo è forse uno dei punti più seri nella discussione sull’informazione via web, perché la fretta è innegabilmente la nemica numero uno della verifica di una notizia. Noi cerchiamo anche sul web di compiere sempre tutti controlli necessari prima di pubblicare una notizia. E un giornalista conosce per formazione come arrivare alle fonti e riscontrarne l’attendibilità, sa quando e quanto è giusto pubblicare una notizia. Tutto questo non ci mette completamente al riparo dagli errori che, quando si compiono, occorre l’umiltà di riconoscere e la serietà di correggere immediatamente.

Sapere che chi ti legge paga per farlo è un incentivo a quell’umiltà e serietà?
Lo ripeto, rende ancora possibile fare un giornalismo di qualità. Avere redazioni operative 24 ore al giorno, integrarle, così che lavorino tutte sia su carta sia su web. Oggi i nostri pezzi online escono tutti firmati, sul web prima non era così. Ogni giornalista mette quindi in gioco la propria credibilità.

Una credibilità che negli ultimi tempi è stata talvolta messa in discussione. Anche da quella rivolta, non sempre cieca e pregiudiziale, contro le élite.
Certo, quando le élite dimostrano di non avere le antenne necessarie a capire cosa sta accadendo e, soprattutto, hanno atteggiamenti percepiti come profondamente staccati e sbagliati rispetto ai problemi reali della gente è inevitabile che si alzi quel vento. Ma i giornali devono essere lo strumento serio e imparziale di comprensione della realtà. Se lo fanno non possono essere associati alle élite e all’establishment. Credo che questo sia uno dei maggiori difetti che un giornale possa mai avere. Quando i giornalisti e i politici, o coloro che detengono un certo ruolo o potere, vanno troppo d’accordo, probabilmente significa che qualcosa nel proprio lavoro non è stato fatto bene.

Ed è successo?
Purtroppo in quest’ultimo periodo e in qualche occasione è accaduto. Occorre quindi un profondo lavoro di recupero di autorevolezza e serietà. Inoltre i nostri pezzi devono essere scritti non per i 1.500 lettori influenti dell’Italia ma, possibilmente, per quei milioni che comprano il giornale per capire cosa sta accadendo nel loro Paese. Se ci riusciamo, forse ci scrolliamo di dosso anche questo rischio e questa nebbia che credo ci abbia un po’ avvolto negli ultimi anni.

Chi ci legge, lo sta facendo con molta probabilità su una rivista ancora di carta. Sopravvivrà?
Penso ci sarà sempre un pubblico, un po’ come è accaduto con la televisione, il teatro, il cinema, che preferirà quella sensazione fantastica di vedere un giornale, una pagina organizzata gerarchicamente, guardarne le foto e i titoli con calma, sentire il fruscio delle pagine che via via ci raccontano il mondo. Anche se il web e le piattaforme digitali che la tecnologia ci metterà a disposizioni diventeranno le fonti principali d’informazione che noi dovremo nutrire di contenuti, seri e fondati, e di opinioni, indipendenti e pluraliste. Sarà un mondo più complicato e difficile ma anche affascinante, con nuovi orizzonti e opportunità enormi.

Abbiamo aperto, chiudiamo con il tuo libro, Un paese senza leader. Ma chi è e cosa ci si deve aspettare da un vero leader?
I leader in tutti i settori della società sono indispensabili. Ma per me il leader non è mai un uomo solo al comando, che dalla sua torre impone alla società quello che lui vuole. Penso che un vero leader debba avere una precisa visione della società, un progetto per realizzarla e una classe dirigente diffusa che lo affianchi. E, soprattutto, far vivere questo progetto tra i cittadini, o gli elettori nel caso di un leader politico, coinvolgendoli. Un leader porta speranza, la fiducia in qualcosa di positivo che, insieme, si può costruire.

In politica, però, sostieni che se anche spuntasse all’orizzonte un leader «sarebbe subito neutralizzato dal nostro sistema politico e istituzionale». Perché?
Perché ci sono alcuni meccanismi istituzionali e legati alla legge elettorale che impediscono quello che dovrebbe essere la normalità in una democrazia: ossia che un leader presenti il suo progetto, il cittadino lo incarichi del governo del Paese concedendogli un certo periodo, possibilmente equo, per realizzarlo e, poi, lo giudichi. Un mandato democratico e revocabile, con uno Stato dotato di tutti i contrappesi necessari.

Ma le tante leggi elettorali varate negli anni hanno pensato più a massimizzare le probabilità di vittoria della maggioranza del momento
Eppure ce n’è una che funziona bene. Ed è quella per i Comuni. I sindaci sono diventati protagonisti dell’azione di governo per un numero sufficiente di anni e poi, se alla fine sbagliano, sono i cittadini a mandarli a casa. Il doppio turno affida agli elettori, anziché ai politici, la sintesi e l’eventuale compromesso tra vincitori parziali. Saranno gli elettori, se non c’è più il loro partito, a scegliere quello meno distante dalle loro idee.<