Su La Freccia il Museo del Design Italiano

Alla Triennale di Milano un museo permanente racconta la storia del Paese attraverso 200 pezzi iconici, dal Dopoguerra ai primi anni ’80

Roma, 20 giugno 2019

di Michela Gentili, disponibile anche su issuu.com

Semplice come un Tratto pen, potente come un Bidone aspiratutto, originale come un paio di Moon boot. La creatività italiana può assumere forme inaspettate. E nascondersi dietro oggetti all’apparenza banali ma capaci di raccontare l’anima di un Paese. Duecento di questi esemplari, dal Dopoguerra fino ai primi anni ’80, sono esposti nel neonato Museo del design italiano, voluto dal presidente di Triennale Milano Stefano Boeri. Lo spazio di 1.300 m², al piano terra di Palazzo dell’Arte, è solo il primo capitolo di un progetto a lungo termine che punta occuparne seimila entro i prossimi cinque anni.

Si cammina attraverso la storia, in un allestimento cronologico dalle linee minimal, tra articoli di consumo e icone entrate nell'immaginario collettivo. Mentre sulle pareti del lungo salone vengono descritti gli eventi più importanti dal 1946, anno di nascita della Repubblica italiana, fino al 1981, quando il collettivo Memphis fondato da Ettore Sottsass inaugura una nuova era nella produzione industriale. «Abbiamo scattato un’istantanea trasversale dell’industria nazionale, alternando le creazioni dei grandi maestri con i pezzi chiave di nomi meno conosciuti che hanno saputo esplorare forme e materiali inediti», spiega il direttore artistico Joseph Grima.

Filo conduttore del percorso, che copre gli anni d’oro dell’industria nazionale, è la democraticità: «Il design italiano non si esprime con prodotti rarefatti e dal costo elevato. Ma è stato capace di realizzare capolavori accessibili, destinati a una fascia ampia di pubblico». Così nel 1948, mentre Vittorio De Sica gira Ladri di biciclette e viene stampato il primo 33 giri, nelle case arriva la macchina da cucire Visetta, in cui «il talento di Gio Ponti si misura con la semplicità di un oggetto casalingo». Pochi anni dopo l’architetto milanese firma per Cassina la Superleggera, un chilo e 700 grammi di frassino e canna intrecciata che reinventa l'archetipo della sedia impagliata.

Emblema assoluto della praticità è la macchina per scrivere portatile Lettera 22, messa in commercio da Olivetti nel 1950 e diventata compagna inseparabile di Enzo Biagi e Indro Montanelli. Ma si possono ammirare anche due simboli dell’era Pop: la Bocca di Studio 65, rivisitazione del divano Mae West Lips di Salvador Dalì soprannominato spesso Marilyn in omaggio alle labbra della Monroe, e il Sacco a marchio Zanotta, quella poltrona morbida, riempita con palline di polistirolo, che stravolge il concetto di seduta. Pochi anni prima Achille e Pier Giacomo Castiglioni avevano ideato la lampada Arco, antesignana del genere, e la radio RR 126 di Brionvega, famosa per la struttura componibile che consentiva una doppia disposizione, a forma di cubo o parallelepipedo. Negli anni ’70 spopolano invece il Bidone aspiratutto creato da Attilio Pagani e Francesco Trabucco per Electrolux e il mitico Tratto pen, nato dalla collaborazione tra Fila e Design Group Italia.

«Ogni pezzo», racconta Grima, «mi incanta a modo suo. Porto nel cuore la lampada Eclisse di Vico Magistretti, che ho regalato a mia figlia per il suo quinto compleanno e un classico come la sedia Margherita di Franco Albini e Luigi Colombini». A contestualizzare ogni opera contribuisce il materiale d’archivio, composto da studi, prototipi, packaging originali e campagne pubblicitarie. Ma anche i telefoni Grillo, quelli con la vecchia rotella disegnati nel 1962 da Richard Sapper e Marco Zanuso, che per l’occasione si trasformano in audioguide vintage. Basta alzare il boccale molleggiato, infatti, per ascoltare la genesi di un prodotto direttamente dalla voce dell'artista che l’ha realizzato. Poi Mario Bellini ripercorre la nascita di quell’«oggetto strano, tutto giallo, ricoperto come da una pelle flessibile» che è la calcolatrice elettronica portatile Divisumma 18, mentre Giancarlo Zanotta parla dei Moon boot, disegnati per Tecnica ispirandosi all’atterraggio sulla luna di Neil Armstrong. «Un modo per ricordare che dietro a ogni progetto c’è la storia di un uomo», conclude Grima. «Perché l’idea giusta può venire a chiunque: basta avere determinazione, volontà e perseveranza».