La Freccia di dicembre: Firenze, secret views

Un tour di Firenze in notturna in compagnia dello scrittore Vanni Santoni, tra strade deserte e visioni aeree della città

di Sandra Gesualdi, disponibile anche su ISSUU

Lui è un scrittore underground tra i più poliedrici dell’editoria italiana, finalista allo Strega con La stanza profonda, il luogo una libreria-caffè colta e indipendente, il suono in sottofondo quello incalzante del jazz-rock, il grigio la tonalità del buio umido di mezz’autunno.

Vanni Santoni è come l’Arno a novembre, in piena. Un fiume di parole per raccontare la sua Firenze, dove vive in una delle strade del centro. Una di quelle vie che di giorno «sono flagellate dal turismo di massa che impedisce di circolare anche in bicicletta». «Firenze è un personaggio da conoscere da vicino, va esplorata lontana dai cliché da cartolina e al calare della sera». Non ha dubbi, Santoni, che a volte la tratta a male parole, «sempre più svenduta alle logiche dei viaggi mordi e fuggi, depauperata delle sue botteghe artigiane a favore di “mangifici” per stranieri». Eppure la ama profondamente, quasi fosse la luce che attira le falene. Non ne può fare a meno e ogni nuova storia parte o arriva a lei.

Nel suo ultimo libro, L’impero del sogno, avventura onirica che mischia fantastico, mito e miraggio, molte pagine sono ambientate alla Biblioteca Nazionale. La passeggiata in notturna parte dalla libreria La Cité, tappa fondamentale per Vanni che su questi tavolini si immerge durante ore e ore di scrittura totalizzante.

Qui sono nati e cresciuti molti suoi lavori. «Siamo in Oltrarno», spiega, «dove rifugiarsi fino a tardi per non essere sommersi dalle orde di turisti e cenare magari all’osteria da Sabatino. Da qui è inevitabile un salto in Santo Spirito, che ancora mantiene il suo appeal di ritrovo dei fiorentini o in piazza del Carmine per fare una riflessione sulla metafisica», ironizza. «Ora che è completamente vuota sembra uno spazio di attesa beckettiana e ben si presta alle riflessioni». Consigliato tornarci anche di giorno, per entrare nella Cappella Brancacci e intercettare gli sguardi di Adamo ed Eva cacciati dall’Eden e affrescati da Masaccio.

«Restando sulla sponda di sinistra del fiume, conviene risalire nel quartiere di San Niccolò, oggi molto hipster, per fare tappa all’URL, un vecchio circolo Arci ancora burbero e incontaminato nel suo genere, dove è nata la scena letteraria fiorentina contemporanea e dove bere una birra in bottiglia prima di attraversare la Porta San Miniato». È una degli antichi ingressi all’urbe, tra le poche intatte e ancora incastonate nelle mura. «Sta lì immobile come un monolite e anche lei mi ispira pensieri astratti. Oltre inizia l’arrampicata verso la zona panoramica, su per la scalinata omonima con le tappe della Via crucis in cui, nel mio immaginario, la città espia la sua corruzione». Sulla collina dove poggiano la basilica romanica e il suggestivo Cimitero delle Porte Sante, il tempo pare sospeso e il capoluogo toscano diventa una visione. «San Miniato è come un faro che punta i suoi raggi luminosi sulla città tracciandone, di fatto, la prima planimetria».

Gli occhi dello scrittore rileggono il paesaggio: «Da quest’altezza si scorge la verità di Firenze e i bagliori che ci rimanda dal basso sembrano un’alba che non spunta mai o, a seconda del mio stato d’animo, braci che stanno per spegnersi. O risorge o brucia. Uno scenario d’insieme da cui spiccano particolari che da altre prospettive non è possibile percepire. Tra questi la Badia Fiorentina, a pianta esagonale con il campanile a punta inaspettato come un’epifania, nascosto e poco visibile da sotto. E poi le grandi basiliche di Santa Croce e Santa Maria Novella, adagiate come navi giganti sul mare calmo». Basta poi allargare lo sguardo per notare, verso la periferia, il tanto discusso Palazzo di Giustizia, che Santoni apprezza nella sua articolata architettura: «Sembra un edificio progettato da Escher dopo un summit con Kafka, e nella prospettiva d’insieme s’incastona bene, forma uno sfondo alla Bosch con geometrie quasi infernali. Quassù, lontano dai rumori della movida molesta, preferisco godere del silenzio».

A crepuscolo inoltrato ridiscendiamo per superare «le terrifiche sponde» e recuperare un dialogo privato con la bellezza, tra le vie deserte e i palazzi rinascimentali chiusi. «Arriviamo in piazza Duomo di lato o da dietro», suggerisce l’autore, «così da farci travolgere dal suono fantastico della Cupola del Brunelleschi, come fosse il boato della sirena di un vascello in partenza. Per percepire una musica lieve e ambient, invece, bisogna virare in direzione della Santissima Annunziata, immersa in un’atmosfera eterea e un po’ marginale, che è riuscita a mantenere la sua indole di zona di passaggio, in entrata o in uscita dal centro». La notte è ormai fonda, il suono che Santoni invita a percepire in questa passeggiata onirica «è il ribollire di una laguna». La luce, invece, «quella soffusa di un salotto o di una candela che riverbera piacevolmente». Il sole spunta a Santa Trinita, sotto lo sguardo delle Quattro stagioni, le statue a sentinella del ponte con le “pigne” che fanno da contrafforti, uno dei più belli. «Il Ponte Vecchio non lo attraverso mai», confessa Vanni, «così oppresso nella propria identità di cartolina mi sembra marcio».