Su La Freccia di agosto il Palio di Siena

Un crogiolo di passioni accende l'estate senese

Photo Giulia Brogi

Di Marco Mancini

Due luglio e 16 agosto. L’alfa e l’omega dell’intero anno senese. Sono le date dei due Palii, il primo è dedicato alla Madonna di Provenzano, la cui sacra effige fu profanata a metà ‘500 durante l’occupazione spagnola. Da allora è diventata simbolo di riscatto e oggetto di profonda venerazione per l’intera città che, in suo onore, eresse l’omonima basilica. Il secondo, forse più noto, all’Assunta.

Alla Madonna la città si è più volte consacrata, nei secoli, di fronte a ogni minaccia. Ne invocò la protezione anche l’indimenticato 4 settembre 1260, quando più dei santi fu l’ardimento civico dei suoi cittadini, riuniti in compagnie militari, che insieme alle Contrade costituivano la salda ossatura della città, a sbaragliare a Monteaperti la presunzione dei guelfi aggressori, e a spargerne copioso quel sangue “che fece l’Arbia colorata in rosso”, come ricorda l’Alighieri.

Un seme di quell’antico orgoglio, senso di appartenenza e amor patrio, persiste nell’intimo di ogni senese ed è l’humus che fa germogliare un rito come questo, senza eguali al mondo. Purtroppo quel seme non si è dimostrato altrettanto efficace quale antidoto alle razzie perpetrate negli ultimi anni ai gioielli della città, non addebitabili interamente a cause esogene o a protagonisti esterni. La vicenda Monte dei Paschi ne è impietosa e dolorosa silloge. Del resto questa è anche la città delle antitesi nette: il bianco e il nero della Balzana, stemma della città, riverberano nella sua storia, minuta e secolare, in uno stridore di contrasti perentori. Ed è così che raccontiamo, in queste pagine, il Palio e i suoi volti.

Proprio davanti all’effige della Madonna, nella Basilica di Provenzano a luglio e nel Duomo ad agosto, corrono in giubilo, con i volti scolpiti da incontenibile esultanza, i contradaioli vittoriosi al termine dei tre vorticosi giri sull’anello di tufo del Campo. La ringraziano, fra un tripudio di bandiere, cantandole un Maria, mater gratiae, tanto rauco e sguaiato quanto tracimante di commozione, e recandole il drappellone appena vinto e a lei intitolato. Quel Cencio, già baciato e stropicciato da mille mani, agognato da tutti ma conquistato da un solo popolo, che ora può fondere le proprie identità in un fiume di ebrezza collettiva, capace di abbracciare persino chi non c’è più, da fine diventa ora simbolo e strumento.

È lo scatto del destino che incide il ciclico perpetuarsi e rinnovarsi della vita. Il popolo che ha trionfato in quell’agone, a cui la ritualità non sottrae alcuna autenticità, può coccolarlo e portarlo a giro come fosse un bambino, e ciascuno sentirsi a sua volta di nuovo cittino, per dirla alla senese, tanto da portarsi alla bocca un ciuccio.

Si accende, per loro, una notte carica di gioia, fiumi di vino, stamburate e bandiere al vento che procederanno per giorni e notti, facendosi beffe e irridendo gli avversari, con un sarcasmo allegro e pungente, fino all’apogeo, sul far dell’autunno, in una settimana di corali festeggiamenti. Quando il territorio della Contrada, imbandierato e illuminato dai tradizionali “braccialetti”, diventerà teatro di smaglianti coreografie, feste, spettacoli e cene; in primis quella della Vittoria, tra migliaia di commensali e il barbero vincitore, ospite d’onore. È lui, il cavallo, il vero protagonista e artefice di quel lampo di emozioni che ha illuminato, per un tratto, l’esistenza di un popolo. Il Palio non è una corsa di cavalli, allevati e addestrati con attenzioni impensabili in altri contesti.

Il Palio è un rito che si rinnova, miscela di antitesi e ossimori, è passione e carnalità, è una giostra e un gioco, serio e poliedrico quanto la vita, fatto di attese e delusioni, beffe e contro-beffe, amicizie e rivalità, calcolo e casualità. È una trama che si dipana tra confabulazioni e affabulazione, esoterismo e aneddotica infinita. I tre giri di piazza sono soltanto la parte culminante di un lungo climax che esplode nell’irrefrenabile orgasmo di un solo popolo. Pare una sconcia allegoria, ma è così. Per immaginarne l’intensità si pensi che quell’orgasmo, di cui poi per un’intera vita i contradaioli perpetueranno il ricordo, può giungere dopo anni di frustranti e inutili preliminari. Eppure, ognuna delle 17 Contrade, costituite da un tessuto sociale coeso come una famiglia, pur attraversato come ogni famiglia da umane debolezze, vive al di là delle sconfitte paliesche, restando salda custode del suo territorio, dei suoi valori e delle sue tradizioni.

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