La Freccia di agosto, Biennale Cinema 2017: l'intervista a Alessandro Borghi

L'attore romano farà gli onori di casa alla kermesse veneziana nelle serate di apertura e chiusura

di Gaspare Baglio

Come ogni anno, la fine delle vacanze estive coincide con l’evento cinematografico italiano più prestigioso: la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, arrivata a quota 74. A presiedere la giuria del concorso è stata scelta la star americana Annette Bening, mentre a condurre le serate di apertura e chiusura c’è Alessandro Borghi, l’attore del momento forte dell’interpretazione nella pellicola Non essere cattivo e della vittoria di due Nastri d’argento. Borghi è un ragazzo semplice, non si sente un divo e ha la capacità di mettere i suoi interlocutori a proprio agio. Come quando ci accoglie per l’intervista nella sua casa romana nel quartiere popolare di Garbatella.

Dopo tante madrine adesso arriva lei. Come si sente?
Lusingato e confuso. Quando il direttore della Mostra, Alberto Barbera, mi ha telefonato dicendomi che erano in un momento di cambiamento e avevano pensato a me, mi è sembrato meraviglioso. Dopo però mi sono chiesto il perché di questa scelta, ci sono attori che hanno fatto un percorso più importante del mio.

Quale giustificazione si è dato?
In questi tre anni mi sono successe cose che mai avrei immaginato. Se prima mi avessero chiesto una previsione sulla mia carriera, quello che mi è accaduto nell’ultimo triennio lo avrei spalmato su 20 anni. Probabilmente questa successione di accadimenti ha generato un riscontro tale da portarmi a Venezia come “padrino".

La prima volta in Laguna, invece, è stata per Non essere cattivo.
Una delle esperienze più emozionanti della mia vita, che ha oltrepassato il confine professionale. Con chi ha partecipato al film abbiamo ancora un gruppo WhatsApp, ci scriviamo tutti i giorni da tre anni. Ricordo il silenzio tra me, Luca Marinelli e Valerio Mastandrea prima di sfilare sul red carpet. Nessuno immaginava cosa aspettarsi, ma sapevamo che ci saremmo portati dietro qualcosa di enorme. Poi c’è stata la standing ovation e l’accoglienza del pubblico.

La pellicola è stata molto amata dagli spettatori.
Non essere cattivo è al tempo stesso la mia condanna e la cosa più bella che potesse capitarmi. Difficile trovare qualcosa all’altezza di quell’esperienza.

L’anno successivo è tornato a Venezia per Il più grande sogno. Sensazioni?
Differenti. Eravamo in concorso nella sezione Orizzonti, era un progetto che aveva tutti gli ingredienti per mettere in piedi un lungometraggio, tranne i soldi. Lo abbiamo realizzato gratis, con tanta passione e tanta voglia di raccontare una storia. È stato quindi un successo enorme per noi gareggiare alla Mostra.

Quest’anno, nel fare gli onori di casa, cosa vuole rappresentare?
Vorrei celebrare il mio amore per il cinema senza eccessivi formalismi, con la spontaneità alla quale mi aggrappo sempre. Credo sia la chiave più forte.

Dopo Venezia la vedremo nella Roma criminale della serie Suburra e nella Napoli velata di Ferzan Ozpetek.
Ferzan mi ha regalato un’esperienza totalmente diversa dalle mie precedenti. È un regista immenso e un essere umano davvero speciale. È stato molto bello anche l’incontro con Giovanna Mezzogiorno, con lei ho dovuto instaurare un rapporto prima delle riprese, perché i nostri personaggi sono molto legati. Non posso dire di più, rischio di spoilerare il film. 

E con Suburra, invece, com’è andata?
È stato un set complesso: le riprese sono durate tanto e c’è un’aspettativa enorme, perché è il primo progetto Netflix per l’Italia. Ciò significa lavorare sapendo che qualcuno da Los Angeles ti sta guardando col cannocchiale. Questo ha favorito anche un nuovo approccio dentro e fuori dal set: ho imparato a ragionare da un punto di vista internazionale, attraverso azioni e parole intelligibili oltreconfine.

Roma e Napoli. Cosa può dirci di queste città?
Sono uguali. I napoletani sono nostri cugini. Si tratta di metropoli di cui ci si lamenta sempre, poi però la mattina ci si alza, si fa una corsa a Trastevere o sul lungomare di Napoli e si capisce perché non si riesce ad abbandonarle. Sono caotiche ma meravigliose.

Come vive la dimensione del viaggio?
Bisogna goderselo. Spesso ci focalizziamo sul risultato finale, sul futuro. Dobbiamo imparare dal percorso che ci porta a destinazione, creando un bagaglio che ci resterà dentro per il resto della vita.