La Freccia intervista Zerocalcare

"Scavare fossati - Nutrire coccodrilli", al Maxxi fino al 10 marzo 2019 la prima mostra personale del fumettista romano

9 novembre 2018

T-shirt sotto il k-way acetato, pantaloni militari al ginocchio e scarpe da ginnastica. Fedele a se stesso, nel guardaroba come nella vita, Zerocalcare ha gli occhi più luminosi delle mezze lune un po’ incupite che si disegna nei fumetti.

Si siede e tira su la zip, nonostante l’aria calda dell’ottobre romano, un po’ come l’armadillo, il suo animale feticcio, chiude la corazza per difendersi dall’esterno. È uscito dalla sua Rebibbia, l’unico quartiere in cui riesce a immaginarsi, per raggiungere il tempio capitolino dell’arte contemporanea. Qui, tra le linee sinuose concepite da Zaha Hadid, si sta allestendo la prima personale su di lui, Scavare fossati - Nutrire coccodrilli (10 novembre-10 marzo 2019), realizzata con Minimondi Eventi.

Una mostra al MAXXI, a neppure 35 anni. Mica poco…
È una cosa super grande. Per mia madre è come se mi fossi laureato.

E i tuoi amici che hanno detto?
Non hanno molta soggezione verso il mio successo. Anzi, si divertono ancora di più con gli scherzi. Una volta hanno scritto sulla mia pagina Wikipedia che ero morto.

Come vivi tutta quest’attenzione?
Mi sento in equilibrio sul baratro, sempre vicino al crollo, al limite del Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, ndr).

Perché ti esponi così tanto allora?
Tutto nasce da un errore: non mi sono accorto che nel primo libro La profezia dell’armadilloprodotto da Makkox, era stato inserito il mio vero nome. E poi, durante una presentazione, qualcuno pubblicò la mia faccia sui social. Ai tempi non potevo immaginare quello che sarebbe successo, altrimenti avrei fatto scelte diverse.

Ma il tuo volto appare comunque nei fumetti…
Sì, ma lì sono io il burattinaio. Per un maniaco del controllo disegnare è il mestiere perfetto, perché puoi decidere come vanno le cose. Anche se sono storie autobiografiche decido sempre io su che cosa espormi.

Il titolo Scavare fossati - Nutrire coccodrilli rimanda a una separazione col mondo esterno. Perché?
Parla di alzare muraglie per proteggere la sfera emotiva. Lo stesso armadillo, la mia coscienza sulla carta, l’ho scelto perché ha una corazza con cui si chiude su se stesso. Quello della misantropia è un campo semantico a cui tengo molto ed è anche un po’ il filo conduttore di molti lavori esposti.

L'intervista integrale di Michela Gentili è disponibile su ISSUU