La Freccia Arte: l'intervista a Paolo Baratta, Presidente della Biennale Arte 2017

A tu per tu con il Presidente della 57. Esposizione Internazionale d'Arte

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Di Marco Mancini

Presidente, qual è il suo personale bilancio di questi quattro mesi di Biennale?
Mi ha colpito il sempre crescente interesse del pubblico, evidentemente rafforzato dalla fiducia in quello che facciamo e dal modo in cui lo facciamo. Ci aiuta anche la promozione che svolge Trenitalia con le sue Frecce, frutto della generosa e storica collaborazione di Ferrovie dello Stato Italiane, iniziata fin dalla prima edizione, nel 1895. Già allora nel manifesto della Biennale erano annunciate agevolazioni sui treni per Venezia a chi era diretto all’Esposizione Internazionale d’Arte. È dunque un legame antico che prende forme nuove. Venire alla Biennale è una scelta. La partnership con le Frecce offre un ulteriore elemento di distinzione per un viaggio mirato. Per quanto riguarda la partecipazione, ogni visitatore è per noi un interlocutore, non un numero. Anche per questo abbiamo attivato gli incontri con gli artisti, il programma Educational per gli studenti e, in via permanente, un servizio di assistenza al visitatore: si tratta di giovani laureati appositamente formati, presenti lungo tutto il percorso della mostra, che rispondono a domande sulle opere, quasi come un catalogo parlante. Non vogliamo solo dar conto dell’evoluzione dell’arte contemporanea nel mondo, ma anche avvicinare il pubblico a chi la pratica e produce, superando la barriera di non dimestichezza che ancora sussiste.

Un intento che sarà perseguito anche nelle prossime edizioni?
La Biennale tiene gli occhi aperti tutto l’anno su ogni forma d’arte e su come si evolve nel tempo presente. In tutti i casi del recente passato, abbiamo voluto mostre che indagassero intorno al tema del riconoscimento e cioè del rapporto tra il visitatore, più in generale colui che osserva, e l’opera, alla ricerca di quali siano i fattori che ne rivelano la qualità. Dentro questo filone generale le singole edizioni hanno esplorato quei fattori per vie diverse, grazie alle scelte e alle proposte dei loro curatori.

La Biennale ha recuperato alcuni spazi, come le Sale d’Armi, trasformandoli in luoghi espositivi. Un ulteriore investimento sulla città di Venezia e la sua storia?
Da alcuni anni sviluppiamo un programma di recupero e qualificazione di edifici storici. Destinarli a spazi espositivi ci consente un restauro scrupoloso senza eccessivi interventi addizionali.
Il matrimonio con la Biennale è di giovamento anche all’Arsenale, che difficilmente potrebbe trovare un occupante più generoso e rispettoso di noi. E proprio lì si celebra il nostro paradosso. Nella città della memoria, della storia e delle pietre del passato vive e opera un soggetto dedito interamente al contemporaneo. Forse è proprio questo paradosso a indicarci la via per impostare il futuro di Venezia.

La sua storia personale è intrecciata con Ferrovie e Biennale. Cosa è cambiato negli ultimi anni in questi due mondi?
Quasi tutto. Dopo un’epoca nella quale la Biennale sembrava destinata all’instabilità e alla precarietà, nel ‘98 arrivò una riforma. Potei avvalermi dei vantaggi introdotti nella governance e impostare un nuovo futuro. Storia parallela per le Ferrovie, che in un troppo lungo Dopoguerra sembravano destinate a restare la Cenerentola dei servizi pubblici italiani. Venne una riforma e un nuovo progetto globale ed ora, come credo si possa dire della Biennale, l’Italia può andarne fiera. Tutt’e due sono state dotate di uno statuto che le fa operare come imprese, ispirato al Codice Civile e svincolato dalle rigidità normative della pubblica amministrazione. Ferrovie e Biennale sono in qualche misura due modelli per la riforma dell’azione pubblica nel Paese.

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