Su La Freccia di maggio "Do you speak Italian?"

L'articolo di Sara D'Agati, direttrice editoriale di "The new's room", sul tema della promozione e valorizzazione della lingua italiana per lo sviluppo del soft power

L'editoriale è disponibile anche su ISSUU

11 maggio 2017

Il soft power è attrazione, seduzione, esercizio di influenza. La capacità di un Paese di incidere sulle dinamiche internazionali e attrarre turismo, talenti e investimenti dall’estero passa per diversi canali e strumenti: uno di questi è, senza dubbio, la lingua.

Lo sanno bene gli americani, che negli anni hanno investito centinaia di migliaia di dollari per promuovere lo studio dell’inglese all’estero, i cinesi che stanno incrementando programmi governativi per l’insegnamento del loro idioma in tutto il mondo, la Francia che ha una piattaforma media di trasmissione all'estero in francese 24 ore su 24. Noi, invece, non soltanto investiamo poco nell’insegnamento della nostra lingua, ma non abbiamo neppure piattaforme che trasmettano in italiano oltreconfine né che parlino del Belpaese in inglese al resto del mondo. Il risultato è che il racconto che di noi giunge all’estero è continuamente filtrato dai media di altre nazioni, in particolare anglosassoni.

Se disintermediare il racconto è di fatto una priorità, è altrettanto essenziale promuovere lo studio dell’italiano a livello internazionale, facilitando così gli scambi e gli accordi commerciali e incentivando il turismo che, nonostante ci veda primi al mondo per quantità di siti Unesco ci trova soltanto al quinto posto per numero di visitatori l’anno, in coda a Francia, Stati Uniti e Spagna. Senza contare che, da sempre sinonimo di edonismo, bellezza e creatività, l’italiano è anche un business: fa vendere di più.

Lo dimostra il crescente fenomeno dell’Italian sounding, che vede l’utilizzo di termini nostrani per promuovere prodotti (come la pasta shuta tedesca, il pecorino cinese o gli spaghetti meatballs americani) che di tricolore non hanno nulla. Ciò mostra come, ancora oggi, in un’era di rapide trasformazioni, nell’immaginario collettivo continuiamo a essere associati alla tradizione di qualità e all’eccellenza enogastronomica.

Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding. Solo negli Usa, le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben due miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell’Italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali. La nostra è la seconda lingua più usata al mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti, ma del suo potenziale attrattivo sembrano essersi accorti tutti, tranne noi. Nonostante sia mancato finora un piano di promozione governativo, il numero delle persone che la studiano continua a crescere: 2,5 milioni di stranieri nel 2016, contro l’1,7 del 2015.

Vettore di crescita economica e strumento essenziale di espansione culturale e di politica estera, l'esportazione dell’italiano non deve quindi essere lasciata a iniziative isolate dei singoli, ma incentivata e promossa attraverso una strategia di governo integrata che coinvolga istituzioni, privati e professionisti della cultura. Non è un caso che la sua diffusione all’estero sia stata identificata come asse prioritario nel piano di rilancio internazionale del Paese promosso recentemente dalla Farnesina.

Incentivarne ulteriormente lo studio significherebbe accogliere studenti stranieri in Italia, contrastando in parte quel fenomeno che ci vede tra gli ultimi in Europa in quanto ad attrattività di giovani talenti, e tra i primi protagonisti della cosiddetta fuga di cervelli. Inoltre spingerebbe a una conoscenza più profonda della Penisola e del nostro stile di vita, contribuendo a favorire la creazione di una classe dirigente all’estero italiofona e italiofila.

La lingua, dunque, è un’altra di quelle risorse nostrane tanto amate oltre confine quanto sottovalutate all’interno, che invece varrebbe la pena curare e incentivare. Perché promuovere l’italiano non significa soltanto difendere il passato, ma anche rilanciare il futuro.

Visita the-newsroom.it

Franco Ferraro