• Home >
  • Gruppo FS Italiane

La Freccia intervista Sergio Luciano

Il direttore di Economy ospite della rubrica Medialogando

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Scolpisce pensieri e frasi con la nitidezza di chi si è forgiato solide convinzioni e ha la capacità di comunicarle con efficacia e semplicità. Il curriculum di Sergio Luciano, direttore del mensile Economy, racconta di un giornalista con 40 anni di esperienza alle spalle, che ha scritto per testate come Avvenire e Radiocor, Il Giorno e Repubblica, La Stampa e Il Sole 24 Ore, fino a diventare caporedattore economico di alcune di esse. E che ha lanciato pionieristicamente e diretto, dall’ottobre del 2000 al febbraio del 2003, il giornale online ilnuovo.it. Un precursore di quell’esplosione digitale che, nell’arco di tre lustri, avrebbe scardinato tutti i parametri dell’industria e della professione giornalistica. Invitato a tratteggiare un suo breve autoritratto, è perentorio: «Sono un signore di 58 anni, che ha sempre fatto il giornalista e continua a farlo in un mondo completamente mutato rispetto a quando ha iniziato, nel ’79. E lo fa nella convinzione che il big bang digitale non debba cancellare la radice dell’esistenza stessa dell’informazione giornalistica».

Però questo “big bang” sta facendo crollare un mondo…

Certo, ha completamente rimescolato quelle pratiche e regole dell’informazione che erano rimaste pressoché immutate dall’illuminismo sino a fine ’900. Ma il giornalismo conserva ancora di più una funzione sociale di servizio importante e di qualificazione della vita collettiva, che poi è anche la vita democratica.

In che senso?

Ha un compito fondamentale: dare una rappresentazione completa delle cose che non si possono non sapere. Illustrare la realtà che interessa tutti e raccontarla in sintesi, ponendo in giusta evidenza quel che non si può non conoscere.

Compito sempre più arduo, di fronte a un assordante rumore di fondo.

È vero, l’esplosione di contenuti a disposizione impone al giornalista uno sforzo di ulteriore qualificazione dei propri. Anche perché ha rotto gli argini di quella che finora era considerata una riserva di legge, quella dei giornalisti professionisti.

Insomma, oltre a quelli di professione, sono in tanti oggi a sentirsi giornalisti.

È già così in altri ambienti. Prendiamo il teatro, ci sono in Italia 20 compagnie professioniste che hanno ottimi cartelloni e stanno sul mercato riempiendo le sale, poi ce ne sono altrettante con rilevanza culturale indiscussa che ricevono contributi per essere sostenibili. E poi mille comunità che fanno teatro in maniera amatoriale, senza avere un modello di business, ma gratificando attori e spettatori. Così nel calcio: quello inteso come industria economica sostenibile potrà coinvolgere 20mila persone, a fronte delle quali ci sono dieci milioni di italiani che giocano almeno a calcetto. Ecco, sono o si sentono attori i primi come i secondi, calciatori i primi come i secondi. Il giornalismo finora era considerato un’attività per pochi eletti, iscritti all’Ordine. Tutto ciò è saltato. Coi social media tutti si sentono giornalisti, vanno in giro per strada col telefonino, postano filmati, aggiungono righe di commento e ritengono di aver fatto informazione. È un fenomeno capillare e irreversibile che merita rispetto e considerazione, ma non è informazione. Quel tipo di raccolta dati non è sottoposto ad alcun tipo di filtro professionale, che richiede le competenze necessarie per distinguere un’illusione ottica da un fenomeno vero.

Un conto è testimoniare, un altro interpretare, capire e spiegare.

È proprio così. Quando affondò la Concordia, alcuni passeggeri misero in rete dei filmati ripresi dal ponte e dalle scialuppe durante le operazioni di salvataggio. Erano tutti reporter. Ripeto, il fatto di per sé non è assolutamente deteriore, anzi: è un regalo che la tecnologia ci offre rispetto all’obiettivo comune della massima documentazione possibile. Ma non ha niente a che vedere con una informazione completa sulla Concordia, che invece ha occupato per anni fior fior di giornalisti, finché non sono state più o meno definite responsabilità e dinamiche. Tuttavia, dobbiamo prenderne atto, mentre tutti sono curiosi di vedere cosa è successo a bordo della Concordia, pochi considerano veramente importante sapere se Schettino è colpevole o no.

Perchè tante testimonianze e poco giornalismo?

Perché la merce rappresentata dall’informazione di qualità e approfondita non ha, per dimensioni, lo stesso pubblico dell’informazione di intrattenimento superficiale. Resta il problema di ridefinire gli equilibri e marcare bene le distanze tra la componente informativa professionale e quella di pubblico ma generico intrattenimento.

Serve un’attenta presa di coscienza, magari già nelle scuole. 

Sì, perché è vero che la rivoluzione digitale ha aperto un’enorme spazio nuovo, non commerciale, per la testimonianza e per il dibattito. Ma bisogna essere ben consapevoli che c’è un abisso tra me e te che postiamo le immagini di un evento di cronaca oppure discutiamo su Facebook o su Twitter se sia colpa del comandante Schettino o della fatalità, se a Genova sia crollato il ponte per l’incuria o per il destino cinico e baro, se la manovra finanziaria sia sostenibile oppure no, e l’informazione approfondita e verificata su quel che veramente è successo al Giglio, a Genova, in Parlamento.

I social hanno messo in un angolo l’approfondimento, che costa più fatica, anche al lettore.

Qui non c’entrano i social, è proprio la natura umana. Siamo così: mi incuriosisce tutto, mi interessa poco. Dobbiamo però aver ben chiara l’abissale differenza tra intrattenimento e approfondimento, tra curiosità e interesse. Io credo che il giornalismo debba essere sempre più nel futuro l’intermediario culturale degli interessi. L’informazione free, dei social e del citizen journalism, sarà sempre più l’intermediario testimoniale della curiosità. Da un lato emotività, superficialità e chiacchiericcio, dall’altro ricerca e interpretazioni serie, attente, professionali. Ti fa male un callo, chiedi consiglio a un amico o collega; hai problemi seri di salute, vai dal medico. Vuoi commentare una foto o un video, resti sui social; hai necessità di conoscere quali adempimenti fiscali devi affrontare per non incorrere in sanzioni, non ti affidi a persone qualsiasi, che magari ne sanno perfino meno di te, ma a dei professionisti.

Quindi il giornalismo, per farsi impresa produttiva, deve essere ancora più preparato e specializzato.

Certo. È crollata l’illusione che quel monopolio istituzionale che per decenni ha protetto la categoria dei giornalisti, non solo in Italia, corrispondesse a un monopolio sostanziale. Sulla superficialità dell’informazione di curiosità quel monopolio non esiste più. Resta uno spazio, più piccolo ma molto qualificato, di mediazione culturale degli interessi: spiego bene a te che sei interessato a un determinato argomento tutto ciò che devi sapere nel tuo interesse di cittadino, imprenditore, professionista e, magari, anche di tifoso.

Così i media verticali, di nicchia, sopravvivranno meglio alla crisi di quelli generalisti.

C’è una serie di testate poco note, con tirature magari contenute, ma molto richieste, dedicate alla politica internazionale come all’alta finanza o al modellismo ferroviario, al giardinaggio, alle auto fuoristrada. Sono nicchie, ma si difendono bene dall’aggressione dell’informazione digitale gratuita generica. La gente le cerca e le vuole trovare ancora in edicola. Però devono essere nicchie vere, di grande competenza.

Ed è un po’ anche il modello del tuo giornale, giusto?

Non esattamente, perché il nostro target di riferimento è quello dei piccoli e medi imprenditori, qualche milione di imprese, oltre dieci milioni di lavoratori, una realtà economica e produttiva sottorappresentata dai media ma fondamentale per il Paese, e non certo una nicchia. L’affinità al modello di cui parlavamo sta nell’offrire un’informazione economica tagliata sul concreto, puntuale, utile, funzionale ai loro interessi e alle loro necessità.

Quel che hai detto, giornalismo come «mediazione culturale degli interessi».

Esatto. Scriviamo di novità che occorre conoscere, dalla tecnologia alla finanza, dalla normativa all’ambiente, dal mercato internazionale all’impatto dell’Unione Europea su risorse umane, brevetti, ricerca. Perché stiamo vivendo un’accelerazione del cambiamento e ogni novità può incidere nella vita vera dell’azienda stessa. Faccio un esempio: dal prossimo gennaio arriva la fatturazione elettronica obbligatoria. L’Agenzia delle Entrate ha licenziato un documento di spiegazioni lungo 35 pagine. Per il piccolo imprenditore è una giornata di studio. Qualcuno se lo farà spiegare dal suo commercialista, ma se intanto ha letto un buon articolo, breve ma chiaro, esaustivo, puntuale, non potrà che essergli utile.

E il rapporto con il digitale, come funziona?

Abbiamo fatto la scelta di non dare gratis i contenuti del giornale, ma di avere una piccola produzione dedicata all’online gratuita su Economymag, e poi inserire sul sito gli altri articoli leggibili solo da chi acquista la copia o l’abbonamento. Comincia a esserci un riscontro confortante. Non pretendiamo di diventare dei colossi digitali, però ci stiamo muovendo con una certa soddisfazione.

Insomma, bilancio positivo?

Sì, in tutti i sensi. Abbiamo rilevato una testata e un brand che erano stati messi da parte, e li abbiamo rilanciati. L’azienda ha un buon equilibro economico e ha prodotto persino un leggero utile. Su una piattaforma digitale come Linkedin, che ha un ottimo seguito tra i professionisti, i nostri contenuti hanno un successo importante, perché diventano oggetto di confronto e dibattito social.

A un giornalista economico come te non possiamo non chiedere quanto i paletti dell’economia e della finanza internazionale, partendo ovviamente da quelli delle regole comunitarie, incidano nella politica tout court di un Paese. E quanto si possa realmente non tenerne conto.

Secondo me, al di là delle convinzioni di ciascuno, non c’è dubbio che la politica economico-finanziaria seguita dall’Europa negli ultimi 15-20 anni, quindi attorno alla nascita dell’euro, abbia deluso. Non sembrerebbe essere l’austerity alla tedesca la chiave per gestire quella domanda di promozione umana che fisiologicamente arriva dai popoli, tutti, sia pure in modo diverso. E che la politica dovrebbe interpretare. Persino il caso della Grecia, di cui non dobbiamo ignorare la genesi – parliamo di un Paese che aveva addirittura imbrogliato sui bilanci pubblici – lo dimostra. Oggi la Grecia ha ancora un debito pesantissimo, il 20% di occupazione in meno rispetto al periodo precedente la crisi e il 20% di Pil in meno.

La medicina non ha funzionato…

Senz’altro non ha favorito la crescita economica mentre ha allargato il divario rispetto agli Stati Uniti e ai Paesi emergenti. Poteva essere fasullo, come si è dimostrato essere, il modello dei greci, che infatti è crollato, potrà rivelarsi insostenibile il nostro, ma quella medicina sicuramente non va bene. Lo suggerisce persino il voto bavarese di alcune settimane fa. Nella regione con Pil individuale più alto in Europa, la protesta degli elettori ha colpito l’establishment ventennale del governo federale tedesco. È suggestivo notare che quell’assetto non va bene nemmeno a loro, che sono quelli che oggettivamente sul piano economico stanno meglio di tutti.