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La Freccia intervista Marina Abramović

Sul numero di settembre cover story di una delle più celebri e rivoluzionarie personalità dell’arte contemporanea, protagonista di una grande mostra a Palazzo Strozzi di Firenze

di Sandra Gesualdi, disponibile anche su ISSUU

Se prendi tutto quello che fai come una questione di vita o di morte, e sei presente al 100%, allora le cose accadono davvero. Meno non è arte degna di questo nome». Così, senza compromessi, Marina Abramović è diventata la più importante esponente dell’arte performativa. Niente ha potuto placare la sua assoluta ansia di libertà, la voglia di entrare in contatto con culture lontane scambiando energie con gli altri. Nessuno ha scalfito la crescente consapevolezza di essere un’artista, esclusivamente. Il corpo è al centro della sua ricerca. Lo utilizza come tela su cui tracciare antropologie, strumento per indagare sentimenti  e relazioni. Lo mette alla prova oltre i limiti di dolore, paura, sfinimento e amore per dimostrare che arte e vita si sovrappongono, per superare confini, tabù e angosce, per elevare la mente e trasmettere tutto ciò al pubblico. 

Dopo 50 anni di attività, Palazzo Strozzi le dedica una grande mostra, dal 21 settembre al 20 gennaio 2019: The Cleaner. Un compendio della sua intensa produzione con pitture, fotografie, video, insieme a un inedito corpus di azioni performative riproposte da giovani artisti.

Chi è Marina Abramović?
Tutto e tutti. Sono io, piena di contraddizioni, curiosità, interessata a scorgere sempre il mondo con occhi nuovi, ogni giorno. Non voglio uniformarmi, mi piace sperimentare, superare i limiti, scoprire nuovi territori e non ho paura di fallire. Se sbaglio torno indietro per ricominciare, con entusiasmo.

Sei considerata da molti un simbolo di forza, libertà, volontà personale. Superi i limiti del tuo corpo e della tua mente nelle performance. Ti metti alla prova senza filtri. Di cosa hai paura?
Ho paura degli squali (ride, ndr), non mi piacciono. Per il resto il mio motto è “fallo e basta!”. Credo sia anche un modo per ispirare e incoraggiare gli altri, specialmente le donne. Siamo spesso spaventate, ma in realtà abbiamo forza e non dovremmo temere di agire, dato che deteniamo il potere umano più grande, quello di donare la vita. Io ho deciso di non essere fragile.

La performance spiegata a un bambino?
Un bambino così non la capirebbe, non possiamo dare una specifica a ogni cosa. Come raccontargli, per esempio, cos’è un computer? Facendoglielo utilizzare, e dopo un po’, sarà più bravo di noi. La performance non è una forma d’espressione regolare, ma un momento in cui si utilizza il proprio personale codice, ed è ciò che i bimbi fanno continuamente, non c’è bisogno di spiegazioni.

Nei tuoi lavori ci sono spesso citazioni familiari con riferimenti a tuo padre, tua madre, ogni tanto a tua nonna, nel bene e nel male.
Certo, ogni artista lo fa, è l’ambito che comprendiamo di più e raccontiamo di cose normali e note. Conosco la mia famiglia molto bene, ho avuto problemi con certi legami e l’unico modo per risolverli è stato inserirli nella mia arte. Mettere in scena come ho superato le mie difficoltà può essere d’aiuto a chi mi guarda. Abbiamo tutti lo stesso Dna, in fin dei conti.

Hai percorso tutto il mondo, visitato molti luoghi e popoli vivendo su un furgone, esposto in mostra. Quanto è stato importante?
La migrazione è una caratteristica dell’uomo, e io sono l’incarnazione del nomadismo. Di recente sono stata quattro mesi lontana: arrivo, mi fermo una settimana e riparto di nuovo, mai sedentaria. La mia casa non è un luogo fisico, è l’intero pianeta, ed è molto importante entrare in contatto con diverse culture per capire dove viviamo. Ai giovani consiglio di viaggiare prima di chiedersi cosa fare da grandi. Di recente sono andata in un mercato, in Thailandia, non capivo se la maggior parte dei prodotti fossero frutta, verdura o animali, ma intanto imparavo.

Come sono cambiati i tuoi lavori negli anni?
Io cambio e tutto si trasforma con me. All’inizio era un’arte molto fisica e performativa, poi è diventata più mentale. Mi sono concentrata maggiormente sul pubblico coinvolgendolo, perché l’unico modo per capire la performance è esserne parte integrante. Offro a chi mi sta davanti tutto quello che ho, in una sorta di amore incondizionato.

L’arte può essere politica e contribuire a cambiare, anche poco, la società?
No, non può, non l’ha mai fatto. Guardiamo la storia: è nelle mani di pochi miliardari, forse attualmente 215. L’arte può aprire gli occhi alle persone, offrire maggiore consapevolezza, suggerire la giusta risposta rispetto a quanto sta accadendo, ma cambiare le cose è compito di altri.

E Balkan Baroque, performance del ’97 in cui pulisci ossa animali sanguinolente, per riflettere sulle violenze e sul conflitto nell’ex Jugoslavia?
Esattamente. Aveva lo scopo di risvegliare le coscienze, fissando indelebilmente un’immagine per ricordare che il sangue di guerra non si può pulire, mai. Un modo per costringere a non dimenticare, ovunque; una rappresentazione che oggi vale per la Siria, l’Afghanistan e per ogni conflitto.

C’è qualcuno del tuo passato che vorresti rincontrare?
Non mi importa di ciò che è trascorso, non sono nostalgica. Tutto quello che è accaduto appartiene a ieri, non mi guardo indietro. La vita è adesso e la felicità è qui.

E nel futuro?
C’è una persona che ho già incontrato molte volte e che vorrei vedere sempre: il Dalai Lama, lo amo e ogni volta mi permette di indagare nel mio intimo, profondamente.

Cosa ospita Palazzo Strozzi con The Cleaner?
Il pubblico italiano non ha mai visto una retrospettiva tanto ampia e capace di raccogliere tutte le mie esperienze, dagli anni ’60 ai Duemila. Ho esposto più di cinque volte alla Biennale di Venezia, ma erano presenti solo alcune parti. Molti lavori sono nati in Italia e dopo 50 anni di attività credo sia il momento giusto per portare a Firenze questa mostra, partita nel 2016 da Stoccolma, con dentro tutta la mia carriera artistica. Il curatore, Arturo Galansino, che conosce come le sue tasche Palazzo Strozzi, ha valorizzato al meglio l’esposizione. Ho molte aspettative nel rivedere le mie performance interpretate da giovani artisti durante la mostra, un’opportunità di assistere di nuovo dal vivo a Imponderabilia o Cleaning the Mirror, per esempio.

Ci sono anche alcuni tuoi dipinti degli esordi a Belgrado, negli anni ’60-’70, raramente visibili.
Sono stata pittrice per molti anni, realizzando probabilmente centinaia di tele, ho iniziato così, ma non ho mai mostrato le mie opere. I curatori che hanno voluto approfondire gli inizi sono venuti direttamente nel mio studio a vederli. Esporli è una loro idea, e a Firenze ce n’è una selezione.

Nell’85 hai trascorso due mesi in Toscana. Cosa ricordi?
Che ci siamo divertiti molto. Con tre artisti, Ulay, Mr. Mondo e Michael Laub, abbiamo progettato a Villa Romana Fragilissimo, la pièce teatrale che ho portato in giro nel mondo, prima di In Vita e Morte di Marina Abramović di Bob Wilson. L’Italia è sempre stata di grande ispirazione per me.

Cos'è il tempo?
Non esiste se non nel passato e nel futuro, ma se vivi il presente non c’è. La mia vita è il momento, senza tempo, e più una performance è lunga più diventa realtà che scorre.

Hai rimpianti?
No, tutto quello che è successo nella mia esistenza doveva accadere, ho imparato soprattutto dagli errori nei periodi peggiori, non nei migliori.

Cosa pensi del mondo di oggi?
Ritengo che stiamo vivendo il momento più pericoloso per la Terra, ignoriamo il riscaldamento globale, il ghiaccio che si sta sciogliendo, i disastri naturali, le migrazioni in aumento. Dovremmo diventare consapevoli e provare a cambiare.

Cosa rende felice Marina e cosa le riserva il futuro?
Ho molto lavoro, sarò occupata fino al 2052. Penso però che la cosa più importante per l’essere umano sia l’amore, e io adesso sto amando.

Se non fossi diventata la Abramović, chi saresti?
Non lo so, non potrei pensare di essere qualche altra cosa. Svegliarmi ogni mattina con milioni di idee in testa è quello che ho sempre desiderato fare. Non ho mai voluto una famiglia, o qualcosa di normale, mi interessava solo creare arte. Ho intenzione di morire continuando così e se vivessi un’altra volta, senza alcun dubbio, rifarei tutto. Mi sento fortunata per questo.