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La Freccia intervista Emilio Giannelli

Sul numero di settembre dialogo con il più noto vignettista italiano

di Marco Mancini, disponibile anche su ISSUU

Incontro Emilio Giannelli a casa sua, sulle propaggini sud occidentali della Montagnola senese, un angolo di pace semisperduto nel verde di una campagna punteggiata di ulivi e boschi di querce, lecci e castagni. Da 27 anni vignettista del Corriere della Sera, e prima ancora di Repubblica, potremmo definirlo un monumento della satira giornalistica europea. Ma i monumenti sono statici e bersaglio, nelle sue caricature, delle deiezioni dei volatili.

Giannelli, invece, a 82 anni, con la sua raffinata intelligenza ed eleganza, è ancora dinamico e brillante come un ragazzo, e sforna ogni giorno una nuova vignetta per tratteggiare, con irriverente ironia, il ritratto di questo Paese e dei suoi governanti pro tempore, con le loro vanità e debolezze che li accomunano a molti di noi. 

All’indomani del tragico attentato alla sede di Charlie Hebdo vennero qui, a intervistarlo, i giornalisti di quattro emittenti televisive internazionali. «Nonostante le indicazioni, di tutti e quattro non ce ne fu uno che azzeccò la strada. Quando arrivò l’ultimo, mi chiese: «Ma lei qui non ha paura?». No, guardi, se i terroristi sono come i giornalisti, non mi troveranno mai».

Registro la tua scarsa considerazione per (diciamo alcuni) giornalisti. Poi, perché i terroristi dovrebbero cercarti? Non hai mai offeso i sentimenti religiosi di nessuno.

No. E poi la dissacrazione fine a sé stessa, senza un pensiero propositivo, non ha senso, non è utile. L’offesa per l’offesa non è mai apprezzabile. Io sono contrario a ogni forma di censura ma, allo stesso tempo, ritengo che la satira debba soggiacere ai limiti di ogni forma di espressione. Stabiliti dalla legge e dal codice penale.

Che potrebbe prestarsi a diverse interpretazioni.

Se fai la caricatura di uno e sotto ci scrivi "ladro", quella non è satira, è diffamazione.

Quando parli di utilità, cosa intendi?

La buona satira, per andare a segno, deve contenere una critica ed esprimere un concetto comprensibile. Per riuscirci, pur senza farsi condizionare eccessivamente, deve tener conto del contesto e delle aspettative del lettore standard.

Senza offendere…

Però, con la chiave dell’ironia e del paradosso, ci si può permettere di dire o far capire cose che altrimenti non si direbbero.

Ma qualche politico in questi decenni si sarà pure risentito.

Tanti. In genere si adombrano quando non si sentono più sicuri. È accaduto con Spadolini, quando non è riuscito a diventare presidente del Senato, e con Andreotti, quando sono iniziati i processi a suo carico.

E in tempi più recenti?

In genere a muoversi sono più i portavoce e gli uffici stampa. Ma si rivolgono direttamente al giornale.

È il Corriere che ti commissiona la vignetta?

Certo. Mi danno l’argomento di prima pagina, a volte due. Però può capitare che all’ultimo momento cambino impaginazione, e la vignetta resti un po’ disancorata dall’articolo principale. Un tempo capitava spesso che riuscissi a rifarla daccapo, ora sempre meno. Invecchio, sono più lento, e hanno più rispetto. (Il lettore è bene sappia che Giannelli prima disegna le sue vignette con il lapis – in Toscana la matita si chiama ancora così –e solo dopo usa la china o il pennarello, ndr).

Nei primi tempi, quando ti chiamò il direttore Ugo Stille al Corriere, “rubandoti” a Repubblica, le regole d’ingaggio erano diverse?

Sì, dovevano essere quattro vignette a settimana, una in più che con Repubblica. Non c’era stretto legame con l’attualità, così ne facevo una o due in più, e Stille finiva per usarle tutte. Poi arrivò Anselmi, la stagione di Mani pulite, e si passò a una al giorno. Senza neanche la sospensione per i 15 giorni di ferie.

Dici niente censura, ma ti sarà capitato che qualche vignetta l’abbiano rifiutata?

Certo, anche di recente. Commentavo, con un doppio senso, la proposta di ripristinare il servizio di leva ricordando come, quando c’era, si riusciva spesso a evitarlo corrompendo con una bustarella le commissioni mediche. Titolo: Rivedibile.

In molti ti prendono giovialmente in giro perché invii i tuoi disegni ancora per fax. Analogico nell’epoca del digitale.

Ma sono anche sui social. Su Facebook (e anche su Instagram, ndr) c’è un gruppo, Capire Giannelli, che commenta tutte le mie vignette. Ogni tanto il mio figliolo legge i post e me ne parla. Mi prendono in giro perché disegno i personaggi come fossimo negli anni ’50.

Però, dopotutto, abbigliamento ed elettrodomestici saranno pure cambiati, ma i nostri vizi no. Sono ancora quelli di quando cominciasti a fare caricature. Professione che ha accompagnato quella di avvocato e dirigente del Monte dei Paschi.

Nel 1951 avevo 15 anni, facevo quinta ginnasio, portavo i pantaloni corti e fui molto fiero di collaborare al volume satirico 51, Liceo che parla. Lì disegnai le mie prime caricature. Ricordo quelle di Enzo Cheli e di Eugenio Lari, diventati grande costituzionalista il primo, alto dirigente della Banca Mondiale il secondo.

Insomma, una vera generazione di fenomeni. E Giannelli ne è testimone, con il suo lapis sempre appuntito, da quasi 70 anni.

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